R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
I tre profili su sfondo nero che fanno orgogliosa mostra di sé sulla copertina dell’ultimo album di Giovanni Mazzarino, sembrano alludere ad una presa di coscienza tutta italiana riguardo la notevolissima qualità di Frames, l’album che vede all’opera oltre al leader Mazzarino, il contrabbassista Luca Bulgarelli e il batterista Marcello Di Leonardo. Se c’è qualcosa che abbiamo imparato a notare in tutti questi anni di carriera internazionale del sessantenne pianista messinese, è la sua costante attenzione al costrutto melodico, il continuo richiamo ad uno stile – sfrondato da barocchismi – che non definirei essenziale ma votato ad un dinamismo controllato, aperto, sufficientemente asciutto per convinta scelta stilistica. Sapendo immergersi profondamente nelle pieghe della coscienza e nella sostanza stessa della musica, Mazzarino crea un manifesto sonoro all’insegna della consonanza dove egli sembra essere guidato dal concetto teleologico secondo cui niente venga lasciato al caso e ogni elemento sonoro debba sempre avere la sua ragion d’essere.

Gli avviluppi del be bop che generalmente vengono utilizzati dai più – anche a volte sfacciatamente – per dimostrare tecnica e padronanza dell’espressione jazzistica, vengono ridimensionati da Mazzarino, nel senso che evidentemente le basi linguistiche, una volta assimilate, restano sullo sfondo o vengono esibite secondo necessità, così come una sintassi discorsiva si pone al servizio del contenuto di un eloquio e non il contrario. II contrabbasso di Bulgarelli – che già Off Topic aveva segnalato nell’album di Enrico Pieranunzi Time’s Passage (2020) – offre struttura e massa gravitaria, un’autentica radice che àncora fortemente i brani al terreno, mentre la batteria di Di Leonardo è la forza dinamica, duttile e sfaccettata che muove il motore di questa formazione. Mazzarino al pianoforte è il principio ordinatore di tutto, quasi una sorta di demiurgo, impegnato in un continuo assemblaggio ed aggiustamento delle parti da lui create per renderle condivisibili con gli arrangiamenti dei suoi sodali. Ogni brano dell’album è dunque un frame, una piccola struttura di un insieme, un quadro che si svela gradualmente, il paesaggio interiore dove una misurata introspezione sembra illuminare qualche ricordo oppure fotografare in tempo reale un barlume di sentimento, un’idea ancora da portare in superficie. Le melodie sono liriche e ricche di pathos ma anche in questo contesto non si fanno sopraffare dall’emozione, nel mondo musicale di Mazzarino non ce n’è bisogno. Perché esagerare quando è sufficiente l’accenno, lo sfumato, lo scivolamento sulla fluidità del lessico globale, invece di rimarcare passaggi che hanno già espresso la loro intenzione? In Frames, la bellezza emerge senza sforzo in un’esperienza totale che abbraccia corpo e anima. Non c’è casualità, ma solo una raffinata costruzione di senso. Questa capacità creativa non nasce certo dall’oggi al domani, per ciò che riguarda questo artista siciliano. Basta un’occhiata al suo curriculum professionale per accorgersi dei molti e importanti contatti avuti in carriera. Dopo la pubblicazione di diversi album come titolare e quasi il doppio come sideman, in seguito ad aver suonato con un gran numero dei migliori jazzisti italiani e stranieri – confrontatevi con la sempiterna Wikipedia, seppur in versione tedesca, perché quella italiana si concentra sul famoso, storico cardinale e sul paese omonimo in provincia di Caltanissetta – e potrete capire di che pasta è fatto il nostro pianista. Nove tracce su dieci sono composizioni originali di Mazzarino, tranne l’ultimo brano, una cover di Carla Bley.
Over Tour è una partenza di gran classe dove si realizzano piccoli miracoli di concisione attraverso un tema melodico aperto che appoggia su un accompagnamento ritmico in clima jazz pop. Il brano ha il respiro lungo di chi sa che il tutto sta in quel che si toglie, con una linea piuttosto netta di demarcazione tra lo sviluppo tematico e la parte improvvisata, gestita con il criterio dell’autocontrollo proprio di Mazzarino. Il brano mantiene, lungo la sua corsa, un clima di immediatezza che diventa solo un poco spigoloso verso il dinamico finale. Cabiria s’immerge negli accordi notturni iniziali alla Billy Strayhorn per poi scivolare verso una bossa nova illuminata dai bagliori di pianoforte. Il brano è appena coperto da un sottile velo di nostalgia con l’uso di accordi maggiori di settima aumentata. Corposo e materico l’assolo al contrabbasso di Bulgarelli, preceduto dalla ricognizione pianistica dell’Autore che imposta il proprio misurato be bop di gran classe ed eleganza. Il tema viene ripreso e ripercorso prima del finale, Mazzarino stacca le note che suona rendendole riconoscibili ad una ad una, mantenendo perciò una impressionante chiarezza espressiva lungo tutto il movimento della traccia. Alone in the Middle è la classica jazz ballad che non può mancare in un album come questo. L’accenno iniziale tematico, con quel suo intervallo di quinta giusta, ricorda per un attimo lo standard Speak Low di Kurt Weil. Ma appena superata tale suggestione, ci si rende conto che il brano non è affatto romantico ma possiede un’onda amara, una grevità che sconfina nella tristezza. La melodia è scandita con lunghi intervalli tra una nota e l’altra e l’assolo di contrabbasso scava nel profondo, acuendo questi sentimenti scuri. Anche il piano si mantiene entro limiti segnati da accordi rarefatti e brevi cromatismi.

Bright recupera fiato ed ottimismo passando attraverso lo stesso intervallo do-sol di quinta che costituiva l’incipit del brano precedente. Ma qui tutto è cambiato, sparite ombre e notti di cattivi pensieri. Torna una ritmica latina al soldo di una fluttuante leggerezza, con qualche ammiccamento lounge. Anche in questo caso il contrabbasso ci mette un ottimo assolo, mentre il brillante pianoforte dell’Autore innesca una loquace improvvisazione, quietamente festosa. Deep Passion, per i primi due minuti si presenta con il piano solo di Mazzarino, venato di intimità sentimentali, per poi confluire all’interno di un processo ritmico in modalità bossa-nova. Una lenta scivolata ai margini di una ballata con il pianoforte che racconta, con piglio old fashioned, la sequenza di passi melodici d’impronta decisamente romantico-latina. Frames è la title track di un brano fortemente evocativo, con la sua interessante progressione accordale dall’inconscio sapore soul che si allunga in un inquieto dormiveglia emozionale. Il brano oscilla sapientemente tra jazz, soul-jazz e perfino qualche reminiscenza progressive e porta con sé uno dei migliori assoli di piano non solo dell’album ma anche, per quello che possa ricordare, degli ultimi anni di pianismo jazz. L’impressione di movimento, lo scorrere di fotogrammi, la discesa nel vasto e misterioso mondo delle rievocazioni costituiscono l’ossatura di questo brano che per sintesi, equilibrio ed essenzialità, mi sembra poter essere la perla migliore dell’album. Meno lineare e melodico ma altrettanto efficace è Rolling, con un tema strutturato ad accordi di dominanti secondarie e rispettive risoluzioni. Il gioco ad incastro che ne risulta è affascinante, ricorda un poco certe attitudini alla Brad Mehldau. Buono l’assolo di contrabbasso e la frammentazione fantasiosa delle percussioni che opera Di Leonardo. Never and Forever è uno slow in cui si registra un efficace contrappunto di contrabbasso che segue il pianoforte, partito come sospeso su un accordo in minore per poi esporre un delicato tema portante. La seconda esposizione tematica viene proposta in maniera più elastica, a precedere l’assolo vellutato di Mazzarino che viene suddiviso in due parti dall’escursione solista del contrabbasso. Questa prova è indicativa del risparmio di note che opera l’Autore, coi suoi cromatismi controllati, inseriti nei modi e nei tempi necessari e senza sovrabbondare in suoni accessori. Wind and Current resta nella penombra della ballad ed è attraversata da una sottile malinconia, come se un giorno d’estate portasse con sé una selva di ricordi tra loro intrecciati. Compaiono sporadiche dissonanze lungo l’assolo pianistico, come fossero espressione del dialogo mentale dell’Autore, impegnato a discernere tra i sentimenti contrastanti delle varie rimembranze. Si chiude con Lawns, unica cover dell’album, firmata da Carla Bley e proveniente dall’album del 1987 Sextet. In questa occasione la band di Mazzarino accelera un poco il ritmo originale scritto in forma di ballata, promuovendo un mid-tempo molto scandito ritmicamente e dalle sfumature blues.
Mazzarino sembra confessarci, attraverso i suoi frames, come la musica e la vita siano genericamente un intreccio indissolubile di istanti temporali e variabili emotive e come sollecitando gli uni si evochino giocoforza le altre. L’Autore non è pianista dalle sonorità taglienti, piuttosto un musicista in grado di ponderare l’utilizzo delle sue note come se ne conoscesse a fondo il peso e il volume. Le sue interpretazioni pianistiche sono intense ma raramente diventano eccessivamente drammatiche. Piuttosto è il sentimento nostalgico che s’intrufola tra i suoi passaggi, arricchendoli di ombre suggestive e mitigando gli eventuali colori contrastanti. La maestria, in questo caso, sta nel saper creare strutture melodiche ed armoniche valide di per sé, non sopravanzate dall’emozione ma piuttosto allacciate ad essa in modo indelebile.
Tracklist:
01. Over Tour
02. Cabiria
03. Alone in the Middle
04. Bright
05. Deep Passion
06. Frames
07. Rolling (Radio Edit)
08. Never and Forever
09. Wind and Current
10. Lawns
Photo © Paolo Galletta


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