R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Nessuna celebrazione didascalica, nessuna imitazione ossequiosa. The Music of Anthony Braxton, registrato dal vivo all’ETA di Los Angeles, è piuttosto un’esplorazione febbrile e visionaria del repertorio braxtoniano, un tributo reso con l’intelligenza affilata di chi conosce profondamente la materia e la ama tanto da volerla mettere a rischio. Steve Lehman, sassofonista contralto e compositore, affiancato da Mark Turner al tenore, Matt Brewer al contrabbasso e Damion Reid alla batteria, prende l’opera di Braxton, soprattutto quella degli anni ’70, e la ribalta dall’interno, svelandone tensioni segrete, possibilità armoniche inespresse, e una fisicità improvvisativa travolgente.
Cinque brani del maestro, due originali di Lehman, una folgorante rilettura di Trinkle Tinkle di Monk: il programma scorre come un organismo vivente, mutevole ma coerente, in cui la scrittura e l’improvvisazione si intrecciano in una danza ipercinetica, dove ogni battito sembra scaturire dal pensiero prima ancora che dallo strumento. È un disco che esige attenzione, ma restituisce piacere immediato – fisico, ritmico, persino melodico – e smonta, una volta per tutte, l’idea che Braxton sia solo materia per intellettuali esoterici.

Lehman, che ha lavorato con Braxton tra il 1998 e il 2007, conosce la grammatica del suo mentore, ma non la replica: la ri-sintetizza. La sua LA Genes apre squarci su paesaggi mediorientali attraversati da ritmi nervosi e incastri politonali, mentre Unbroken and Unspoken è una riflessione lirica e stratificata sul tempo e la densità. I due brani si insinuano perfettamente tra i materiali braxtoniani, dando l’impressione che l’album intero sia stato concepito in un unico slancio compositivo, non come una sequenza di omaggi.
I temi di Braxton – 34a, 40b, 23c, le combinazioni 23b+23g e 23e+40b – vengono trattati come tessere mobili in un mosaico in continua trasformazione. Niente è fisso, tutto si sposta: ritmi che si piegano e si spezzano, armonie che si accendono e si dissolvono, melodie frantumate e ricomposte con l’accuratezza di un collage dadaista. Eppure, il risultato non è mai cerebrale. Al contrario, è pulsante, carnale, persino danzabile in certi momenti. C’è swing, ma deviato, slittante, contaminato. C’è groove, ma filtrato attraverso logiche di sottrazione e di accento irregolare.
I sassofoni di Lehman e Turner sono pura dinamite: si rincorrono, si sfidano, si fondono. L’uno frattalico, spigoloso, con quella precisione millimetrica che scava nel caos; l’altro più pastoso, introspettivo, ma capace di fendere lo spazio con fendenti lirici inaspettati. L’interplay tra loro è continuo, dialogico, sorprendente, mai mera esposizione solistica. Alcuni dei momenti più intensi del disco sono i loro duetti non accompagnati, veri e propri studi sull’intervallo come tensione narrativa.
E poi ci sono Brewer e Reid, architravi formidabili di questo tempio sonoro. Il contrabbasso, percussivo e mobile, si muove con autonomia creativa; la batteria alterna astrazioni metriche a un impeto quasi funk. Non fanno da sfondo: costruiscono paesaggio. In 40b, l’assolo di Brewer è un piccolo romanzo; in 23c, Reid spinge l’intero ensemble verso un caos controllato, quasi rituale.
Il finale, con Trinkle Tinkle, è più di un encore: è un cortocircuito storico. Monk filtrato da Braxton, riletto da Lehman. Una tradizione che si reinventa tre volte in sette minuti. I sassofoni iniziano in un corpo a corpo, giocano a disorientarsi a vicenda, poi cedono al flusso swingante della sezione ritmica. Il risultato è vertiginoso.
In un’epoca in cui l’idea stessa di repertorio jazzistico rischia l’asfissia, The Music of Anthony Braxton mostra un’alternativa: la fedeltà creativa. Lehman non fa divulgazione, né archivistica. Fa musica viva. E rende giustizia a Braxton non spiegandolo, ma facendolo respirare di nuovo nella carne, nel fiato, nel ritmo.
Tracklist:
01. 34a (8:28)
02. L.A. Genes (4:20)
03. 40b (11:28)
04. 23b + 23g (8:07)
05. 23c (5:46)
06. Unbroken and Unspoken (5:46)
07. 23e + 40a (3:44)
08. Trinkle, Tinkle (8:21)
Photo © Evan Shay


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