R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Con quella gentilezza che sembra appartenergli per diritto naturale, Dino Betti van der Noot pubblica il suo sedicesimo lavoro di composizioni originali, l’ultimo – al momento – Brahm Dreams Still. Per chiarire subito le intenzioni del titolo, bisogna fare riferimento al racconto The Bridge Builders di R.Kypling – iconico autore britannico ma nato in India che aveva già ispirato van deer Noot in un brano dell’album precedente – compreso nella raccolta The Day’s Work pubblicata nel 1898. Nella complessa allegoria della mitologia religiosa indiana si giustificano gli avvenimenti della vita, anche quelli catastrofici, come il risultato del sogno di Brahma, la principale divinità tra le molteplici presenze nel pantheon induista. All’interno del testo di questo racconto di Kypling si legge: “...Conosci l’enigma degli Dei, quando Brahm smette di sognare, i Cieli, gli Inferi e la Terra scompaiono. Stai sereno. Brahm sogna ancora. I sogni vanno e vengono, e la natura dei sogni cambia, ma Brahm continua a sognare…”. Non c’è dubbio che la letteratura sia da sempre stata una tra le scintille ispiratrici per i titoli e le composizioni di Betti van der Noot e pure in questo caso, come si vedrà, accanto allo stesso Kypling, troveremo citazioni di Shakespeare e Rimbaud. Del resto, anche nei suoi due ultimi precedenti album vi sono stati, tra gli altri, alcuni riferimenti ad Ezra Pound e Jacques Prévert.

Ogni opera di van der Noot, alle cui note biografiche rimando nelle precedenti recensioni comparse su Off Topic qui e qui, è un’esperienza che si muove tra analisi e riflessione, tra la necessaria razionalità della composizione – scrivere una partitura per orchestra non è proprio la stessa cosa che improvvisare su qualche accordo dato – e la spontaneità dell’ispirazione. Brahm Dreams Still è un album che si svela come un mitologema sonoro, un mosaico di visioni e allegorie che raccontano la fragilità e la forza dell’esistenza umana. Veniamo introdotti in un universo dove la speranza è la chiave di volta ed in effetti il riferimento al racconto di Kipling si traduce in musica come un richiamo alla necessità di continuare a sognare, non per disimpegno dal Reale ma per lasciare che l’anima si rigeneri nel fluire del tempo e nelle onde dell’immaginazione. È qui che l’intelletto d’amore emerge in tutta la sua potenza creatrice, perché ciò che muove l’Autore ligure, oltre all’innegabile, invidiabile e quasi inesauribile energia interiore, è un sentimento positivo che si dissemina lungo tutta la sequenza dei brani, caratterizzati da sapori intensi, senza assoli acrobatici da parte degli orchestrali e tutti realizzati con quella rigorosa chiarezza espressiva che li contraddistingue. Ci sono figurazioni ricorrenti e naturalmente simboliche di per sé, nell’immaginario di Betti van der Noot, come per esempio la presenza del mare e dei sogni. Anche in questo ultimo album compaiono celebrazioni sia del sogno, fin dal titolo stesso, che del mare, entrambi elementi chiave e simbolici dell’infinito e del mistero. Forse un richiamo junghiano all’archetipo dell’illimitato, quella soglia sottile che separa l’essere umano dal mondo finito della contingenza. Si legge, nelle opere di Betti van der Noot, la presenza dello Spirito non tanto in una forma misticheggiante o religiosa bensì, in linea col pensiero crociano, come l’insieme delle qualità migliori che possano albergare in un essere umano, cioè la ragione, l’etica, l’estetica e naturalmente l’azione, che in questo caso si traduce con l’assidua vena compositrice espressa dell’Autore. La musica si delinea con una forte densità strumentale, una sorta di corpo unico in cui i singoli strumentisti ne sono partecipati come elementi di un’unità consolidata e del resto il nutrito sistema orchestrale è fondamentalmente sempre quello, tranne qualche piccolo cambiamento rispetto al precedente album del 2023 [Comunque alla fine della recensione riassumerò tutti i musicisti partecipanti]. Da alcuni momenti tensivi, anche volutamente e parzialmente caotici, si trascorre ad altri animati da una pura grazia incantatoria, spesso adagiati su distese di armonie modali. In questo percorso di jazz-non jazz emergono frastagliati fondali dinamici, talora reminiscenze orientali in un poli-stilismo tipico di un Autore mentalmente indipendente da dichiarate influenze esterne, se non quelle storiche che laddove si siano formate, si sono ormai consolidate in un background che costituisce, da tempo, il tratto temperamentale di base dell’Autore stesso.
La title track Brahm Dreams Still compare subito all’inizio dell’album, sui ritmi quasi militareschi del rullante della batteria. Basso elettrico e fiati, circondati da un’aura pianistica e percussiva, con la partecipazione del vibrafono, s’involano in una direzione modale dove il tempo subisce variazioni che portano ad un momentaneo 3/4, con un rallentamento cadenzato che ricorda certe alterazioni fasiche alla Steve Reich. Il brano s’arricchisce di altre percussioni fino ad incontrare un’oasi di quiete in cui compare l’arpa di Vincenzo Zitello in coppia con l’arco di Emanuele Parrini. La musica si distende, s’allunga in uno spazio atemporale dove appare un sax che sembra interrompere – o sovradimensionare – il vuoto meditativo che si è momentaneamente creato. L’ombra dello strumento è sottolineata dai riverberi del vibrafono e poi il tema riprende con la veemenza controllata dei tromboni. Si passa ad un secondo frangente in cui un trombone in solitaria dialoga con il pianoforte. Questo brano è costruito così, con numerose sacche di rallentamenti e riprese dinamiche, lavorando su un’ibridazione che si mantiene coerente e piacevole. La musica modale non è un cambio di stati d’animo, è letteralmente essere in uno stato che consente l’abbandono mentale e fisico al flusso della musica.

A Crystalline Windless Sea, com’è stato raccontato poco sopra, è dedicata ad uno di quei due simboli ricorrenti che emergono dai ricordi e dall’animo dell’Autore. Non è una sorpresa l’amore per il mare di Betti van der Noot, spesso dichiarato e dimostrato ad esempio con un brano come questo, forse tra i migliori dell’album. Si tratta di una vera e propria celebrazione che evoca un paesaggio mentale limpido, quasi ascetico, dove l’angeologia delle note – quella capacità di trovare suoni che riverberano dentro come un movimento di ali invisibili – accompagna l’ascoltatore verso un senso di quiete e meraviglia. Percussioni tintinnanti sembrano mimare le increspature naturali di un mare senza vento, come lo stesso Autore racconta in un’intervista rilasciata a Vincenzo Fugaldi per Jazzitalia il 23/05/25. Pura poesia, anch’essa a galleggiare sulla superficie modale, almeno per larghi tratti nel corso di questa prova orchestrale dove i fiati, il pianoforte e l’arpa la fanno da padroni per permettere all’ascoltatore di respirare la vastità di questa descrizione. Il flicorno occupa buona parte della porzione mediana del brano con un assolo che sembra prendere atto dell’orizzonte. E poi il pianoforte, splendido, di Niccolò Cattaneo, che pare invece invocare una sorta di cupio dissolvi, un disperdersi con voluttà nell’aria e nell’acqua di un paesaggio in placido movimento. Sax e vibrafono, con le onde lunghe del basso elettrico vanno a riempire con un florilegio di percussioni la parte finale del brano che si conclude con qualche rarefatta vibrazione d’arpa. Interlude in C è un brusco stacco dalle atmosfere precedenti. Il discorso si frammenta, si spezza. Questa soluzione di continuità rappresenta un momento quasi caotico in uno spazio interrogativo dove vengono banditi sia il silenzio che l’introspezione. Il tema insolito inizia in scala misolidia, basato sulla sequenza alternata di terze maggiori e minori si rafforza con un assolo di trombone che segue una progressione accordale ascendente, contornato da altri fiati e dal suono percussivo delle tabla. Il pianoforte segue un’improvvisazione libera, finendo nell’athanor ribollente del free. Di seguito i fiati molto corposi sembrano percorrere ancora una progressione, questa volta basata su semitoni. Finale fragoroso. Il brano, nella sua totalità, sembra più uno spazio intertestuale in un discorso che pareva portare in altra direzione e può generare qualche perplessità all’ascolto. Faraway Mountains Turning Into Clouds è un titolo che viene da Shakespeare e più precisamente da Midsummer Night’s Dream – ancora il simbolismo del sogno… Forse è il brano più poetico dell’intero lavoro, addirittura direi il più romantico. Le montagne che si dissolvono in nuvole diventano un’allegoria della vita stessa, un invito a comprendere l’ambiguità delle cose, a percepire l’unità nascosta dietro le apparenti contraddizioni. Qui Betti van der Noot sembra suggerire un contesto che sa più di nostalgia che non di vera e propria malinconia – interpretata soprattutto dal clarinetto di Gilberto Tarocco – sempre che questi due stati d’animo siano separabili tra loro. Amare è ritrovarsi – lo diceva Freud, rubando però la citazione dal Timeo di Platone – ed è come se l’Autore ritrovasse un po’ di sé stesso attraverso la contemplazione naturale. Note di solitudine nel clarinetto basso finale di Sandro Cerino, tra il rumore della risacca marina che simbolicamente riporta alla riva parte di ciò che si è perduto. La musica è orecchiabile e assume l’identità di un sofisticato brano pop-soul, molto carezzevole. Aux Premières Heures Bleues riprende un frammento di una lirica di Rimbaud, Est-Elle Almèe scritta nel 1872, quando il poeta aveva diciott’anni. I versi dello stesso Rimbaud trovano nella musica una corrispondenza cromatica che sfuma tra i colori del crepuscolo e dell’alba. In queste ore sospese, l’immagine diventa strumento per apprendere e amare, per accettare la transitorietà come parte essenziale della bellezza. Tornano in questo brano le alternanze tra momenti incisivi ed altri più riflessivi, veri e propri cambi di voltaggio lungo il decorso della traccia, in cui i molti strumenti orchestrali s’avvicendano per poi sostituirsi gli uni agli altri con momenti profondamente poetici, come accade dal minuto 01 e 48” al 03 e 47”. Segue un improvviso sbalzo d’umore ma pervaso di un senso d’ottimismo, tra suggestioni iberiche, scale andaluse ed ostinazioni di fiati in crescendo verso il finale, quasi un’esplosione gioiosa.
Tra toni incalzanti tendenti alle dissonanze ed ampie schiarite melodiche, con il tocco bilanciato di ogni strumento e i propri colori cangianti, si dispiega ancora una volta il vigoroso universo di Dino Betti van der Noot, dimostrando come la musica possa essere al contempo apprendimento e rivelazione, un processo di costruzione di senso che porta chi ascolta a ritrovare se stesso e il rapporto col Mondo, qualora sia andato perduto. Una lezione di speranza, ma anche di profonda umanità, almeno fino a quando Brahm non si risvegli dal suo lungo sonno travagliato.
Riporto ora l’elenco degli strumentisti come promesso: Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Fabio Brignoli, Mario Mariotti (trombe, flicorni), Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena (tromboni), Gianfranco Marchesi (trombone basso), Sandro Cerino (flauto, clarinetto basso e sax alto), Andrea Ciceri (sax alto), Giulio Visibelli (sax tenore, flauto) Rudi Manzoli (sax tenore), Gilberto Tarocco (clarinetto, clarinetto basso, sax baritono), Luca Gusella (vibrafono), Emanuele Parrini (violino), Niccolò Cattaneo (pianoforte), Danilo Mazzone (tastiere), Vincenzo Zitello (arpa), Gianluca Alberti (basso elettrico), Stefano Bertoli (batteria), Tiziano Tononi (percussioni), Federico Sanesi (tabla, percussioni, tanpura).
Tracklist:
01. Brahm Dreams Still (13:39)
02. A Crystalline Windless Sea (13:33)
03. Interlude in C (5:18)
04. Faraway Mountains Turning into Clouds (8:05)
05. Aux Premières Heures Bleues (12:53)






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