R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Sogno di una Notte di Mezza Estate, atto III°, scena prima. Le due coppie Demetrio ed Elena, Lisandro ed Ermia si sono ricomposte per il giusto verso grazie agli artifici del folletto Puck e la mattina, appena svegli, decidono che “…by the way, let us recount our dreams”. “Raccontiamoci i nostri sogni”, quindi, è il titolo dell’ultimo album di Dino Betti van der Noot, ispirato da una delle più belle rappresentazioni teatrali shakespeariane. E forse non avrebbe potuto esserci intestazione più appropriata, perché questa ultima fatica del compositore ligure è intrisa di onirismo come probabilmente nessun’altra delle sue precedenti opere. Non si tratta però espressamente di sogni notturni ma di immaginazione, di pensieri costieri che lambiscono le sponde della ragione e attraverso il filtro dei suoni – come il succo del fiore di Cupido asperso sulle palpebre dei personaggi di Shakespeare – raccontano non solo un viaggio mentale, ma stavolta – e lo si avverte in più punti – anche un itinerario sentimentale. Siamo abituati alle spregiudicatezze di van der Noot, alle sue linee musicali che continuamente si compongono e si trasformano in altro da sè, e anche a quelle frasi complesse che mutano di dinamica spesso e volentieri e che talora sfuggono ad immediati codici di lettura. Ma dietro queste ipotesi cangianti, oltre la semplice barriera della mutevolezza, questa volta troviamo una traduzione di immagini da cui traspare una più presente componente affettiva, come nel terzo brano dell’album Love Song For a Blue Gal, ma sempre con quel pudore che gli riconosciamo, una riservatezza d’altri tempi che sembra lontana da quel clima di società confessionale a cui oggi più o meno tutti apparteniamo.

Van Der Noot si ripresenta con la stessa formazione del precedente The Silence of the Broken Lute – tranne che per la presenza del trombettista Tiziano Codoro – e con un identico concetto di scrittura orchestrale in cui l’improvvisazione riveste un ruolo complementare. Essa possiede, infatti, i suoi spazi espressivi, generalmente abbastanza brevi ma nella misura in cui questi siano assolutamente consoni con il senso della partitura scritta. Quindi ci sono, in questo album – ma del resto anche nei suoi precedenti – assoli strumentali finalizzati a mettere non tanto in evidenza la bravura del singolo musicista quanto il significato del suo ruolo nel contesto globale del sistema orchestrale. Mi sembra invece che siano costantemente presenti, anche se in forma quantitativamente minore, certi momenti ribollenti e un po’ convulsi che affiorano spesso qua e là nelle sue composizioni. Ad esempio nella title-track vi sono delle esplosioni di fiati e dei fraseggi di sax che per un attimo ci portano in direzione AACM. Oppure ancora in fase di apertura di Children of the Zodiac, quando ci investe un crescendo armonico e dinamico, sempre condotto dai fiati, che produce un potente volume sonoro carico di dissonanze. Analogo incremento di potenza musicale lo riscontriamo in The Night’s Black Mantle, ad esempio. Un appunto degno di nota riguarda la presenza del basso elettrico, forse raramente mai come oggi così utilizzato, a volte con giri armonici che ricordano la musica prog. Qui tocchiamo un altro punto interessante. Se il jazz è in generale molto presente in questo album, soprattutto nelle esibizioni dei sax, delle trombe e dei tromboni, tanto che a tratti mi sembra di coglier parentesi di accennate tendenze afro-futuriste, dall’altra si avvertono in frangenti come High Seas – non so quanto volutamente – momenti costruttivi che rimandano alla stagione progressive, particolarmente quella inglese degli anni ’70. L’analisi dei singoli brani viene comunque dopo la constatazione del ricco panorama di colori che costituiscono il carattere mercuriale di questa musica, instabile e variabile per natura, sorprendente per la diversificazione d’impressioni e di ricordi che la legano a un nume tutelare come Ellington, da un lato e forse anche a Stan Kenton dall’altro, se non altro per gli scoppi strumentali molto dinamici che alle volte compaiono lungo lo svolgersi dell’opera. I brani complessivi di Let us Recount… sono cinque e i componenti dell’orchestra potete leggerli qui, dove si può ritrovare anche la recensione del precedente album del 2021.
Prima traccia è proprio Let us Recount Our Dreams. Il suono sembra provenire da un paesaggio lontano e si inizia con delle percussioni, in parte sfregamenti sulla pelle del rullante, in parte vibrazioni di piatti della batteria. I primi suoni paiono sequenze di uno strumento a fiato che inseguono intervalli interi, esplorazioni su una scala diatonica con la presenza successiva di un basso elettrico. Sarà il dizi di Cerino con il pizzico di uno strumento a corde a impostare una musica dall’umore orientale e modale, arricchita da qualche nota d’arpa. Da qui in poi s’innescano improvvise le trombe e alcuni fiati dal carattere quasi celebrativo e ci si incanala in una sezione ritmica ben segnata da percussioni, gong e intervento pianistico mescolato a strumenti cordofoni. Quando sembra che tutto debba tranquillizzarsi, appaiono il sax e una tromba con i loro fraseggi free che spostano la composizione verso accenti drammatici chicagoiani, mentre il pianoforte resta un po’ in disparte con ruoli di framing. Da questo clima bollente si distacca un tema, docile e nobile nello stesso tempo che prosegue in una sorta di intermezzo molto blue note in cui tromba e sax s’abbandonano a più usuali codici identificativi in ambito jazz. C’è sempre il pianoforte a sostenere armonicamente il tutto. Dalla coda poi ci si riaggancia alla testa del brano, perché si riprendono i momenti iniziali, magari vivendoli in modo più rarefatto, con un pianoforte liquido onnipresente. Bellissimo il finale e il suo salto di tono verso un accordo minore che immette in una serie di passaggi delicati, con le percussioni a sfregamento udite in precedenza. Si chiude con la coppia arpa e basso. Children of the Zodiac prende il nome da un romanzo di Rudyard Kipling, scritto tra il 1890 e il 1902 e l’episodio della creatura marina mostruosa che emerge morente dalle acque abissali, ispirò tra l’altro Fellini nella scena finale della Dolce Vita. Il brano si apre con i fiati in crescendo armonico e dinamico, molto volume sonoro, spesso dissonante, accompagnato dalle percussioni e dalla batteria. Terminato questo inizio impetuoso da qui in poi si sviluppa un bel tema fiabesco per il violino di Parrini, forse con la sovrapposizione di un fiato dalle tinte pastellate e il basso che s’impegna in qualche giro rarefatto. Un’altra esplosione timbrica s’esaurisce in fretta evolvendo in un clima più ricco di spazi e di silenzi, gestito ancora dal violino e dagli accordi di piano. Ma ecco sorgere Ellington dalla memoria collettiva – e primariamente da quella di Van Der Noot – la cui ombra, tra atmosfere blues e impronte alla Wynton Marsalis, ci dà dentro con i fiati a pieno volume. Dopo quest’apice dinamico fatto anche di stacchi, di arresti e di riprese successive, la tromba, il vibrafono e il pianoforte incrementano un clima quasi sognante, impostato di prevalenza su un concetto di jazz contemporaneo. Va e vieni di dinamiche, un ottovolante di sonorità orchestrali in collisione e in rilascio che finisce in una sorta di dialogo tra vibrafono e pianoforte. Il violino ritorna, sostituendo il vibrafono in un momento melodico senza perdere accenti bluesy e che rimanda alla Mahavishnu Orchestra con una parentesi ricca di suggestioni progressive. Mentre il tempo diventa più cadenzato, il violino s’impegna in un assolo strepitoso ma poi l’atmosfera si contrae e diventa raccolta con la coppia emergente violino e vibrafono. Sembra finita, e invece no. Tornano prepotentemente i fiati con gran dispiego di volume. Ma il finale è di tutt’altra specie, il violino si adagia su una cadenza di piano, compare l’arpa, e si termina sottovoce.

Love Song for a Blue Gal è dedicata dall’Autore alla propria moglie. E quale strumento è più idoneo per una canzone d’amore? Zitello apre le sonorità della sua arpa con un bell’assolo dai suoni liquidi ed in effetti si avvertono, secondariamente, veri rumori acquei o di risacca marina. È il violino, ora, molto melodico ad essere accompagnato dal piano, dal basso e dallo scampanio di alcune percussioni. Mentre lo stesso pianoforte incrementa la sua partecipazione compare anche un sax e la melodia che ne segue si carica di emozioni vibranti. Anche l’intervento del clarino basso serve a mantenere stabilmente e a lungo l’economia melodica, ottimamente incrociato col basso elettrico e col vibrafono almeno fino a quando un piano nervoso e spesso atonale, accompagnato da percussioni insistite, non spezza il clima venutosi a creare, apportando tensione. Ma sarà una soluzione di continuità estemporanea, perché secondariamente lo stesso piano e in aggiunta il violino e il sax recupereranno le atmosfere melodiche perdute, dondolandosi su una sorta di jazz ballad dall’aria corrucciata e malinconica. Finale avvolto da una nebbia, con le ultime note sempre più lente del violino, arpa e clarino. Non è facile cantare d’Amore senza cadere nella retorica. Dino Betti ci è riuscito attraverso una melodia tenera ma tenacemente tenuta distante da ogni forma di sentimentalismo. High Seas si apre con una prova che definirei afrofuturistica, un dialogo tra arpa – lo strumento della regina dell’afrofuturismo Alice Coltrane – e un sax vicino alla filosofia di Pharoah Sanders, suonato da Manzoli. Un attacco permette l’entrata anche ad altri strumenti come piano, batteria, basso e violino. Ci si trova di fronte ad una musica molto vigorosa, impostata su successioni di accordi senza estensioni aggiunte. L’impressione è quella di una melodia compatta, strumentalmente solida. Il sax soprano si mette in evidenza con la ritmica basso-batteria, innescando con un assolo ben piazzato uno dei momenti corali di jazz-rock più belli di tutto l’album, addirittura, come già accennato, di stampo progressive. L’alto mare non molla e si continua a rollare fino a quando una gran attività percussiva introduce a una musica quasi atonale con il contralto in evidenza, tra percussioni, basso e arpa, prima del gran finale collettivo. The Night’s Black Mantle è ancora una volta una citazione shakespeariana che proviene dall’atto IV, scena seconda, dell’Enrico VI, durante il colloquio tra il conte di Warwick e il duca di Clarence. Il brano esordisce con un sax in armonia modale, impegnato in una melodia di non comune fascino tra il fiorire dei piatti. Strada facendo questa stessa melodia diventa piuttosto innodica, s’arricchisce di trombone, di pianoforte e di percussioni e resta in bilico tra malinconia e una certa marzialità. Il tutto diventa quasi una ballad soprattutto per l’intervento di piano, coi suoi accordi aperti e il clangore dei molti piatti di batteria. Ma una certa instabilità è sempre presente pur nell’estrema suggestione del momento. Un cambio di accordo inaspettato ed ecco comparire il vibrafono e poi un trombone dai toni melliflui. Con l’intervento del pianoforte s’incrementa il pieno orchestrale, aumenta il volume sonoro complessivo. C’è un assolo di tromba insieme ad un fragoroso commento di fiati, forse un po’ troppo enfatico. Tutto si spegne progressivamente e va a riassorbirsi tra scale discendenti di piano, tabla e suggestioni indiane. Segue un bell’attacco di violino e presumibilmente una tastiera a imitare il suono di una chitarra. Tutto si modera e si tranquillizza, il ruolo dei piatti della batteria diventa molto presente e la musica sembra quasi ondeggiare su un unico bordone. In realtà le tonalità di base continuano a cambiare anche se si procede verso il tema stabile di chiusura, con un sax che si spegne via via tra le percussioni.
La trasmissione di suoni, in Musica, è un continuo passaggio tra interiorità diverse. Nasce dalla coscienza dell’autore, viene trascritta su pentagramma, l’esecutore deve a sua volta tradurla dentro di sé, farla risuonare nel proprio strumento e finalmente può arrivare all’ultima dimensione interiore, quella della coscienza dell’ascoltatore. Ma è innegabile che nella lunghezza di questo tragitto qualcosa vada perduto. Mi metto temporaneamente nei panni del compositore, costretto a sopportare la noia di leggere le interpretazioni del pubblico e dei vari recensori che tentano di annodare le fila del suo discorso. “Chi ha un perché sopporta il come”, diceva il filosofo Nietzche, ed è innegabile che tentare di collocare un’opera d’arte in uno schema interpretabile, alle volte possa essere fuorviante per il compositore, magari costretto a valutare la propria immagine in uno specchio che non è il suo. C’è comunque una luce sempre accesa, nel fondo delle composizioni di Dino Betti van der Noot. Come un contemporaneo Astolfo egli va a cercare il senno perduto dall’Umanità non tanto sulla luna ma dentro la propria coscienza, cercando di tradurre la sua e l’altrui realtà, i suoi e gli altrui sogni. Questo è un album toccante, un autentico viaggio emotivo per l’ascoltatore che viene condotto al cospetto di suoni diversi, moduli inaspettati, frammenti di altre culture musicali, sempre attraverso la scrittura fremente di uno tra i pochi compositori moderni adatti a pensare in grande.
Tracklist:
01. Let Us Recount Our Dreams
02. Children Of The Zodiac
03. Love Song For A Blue Gal
04. High Seas
05. The Night’s Black Mantle
Photo © Spazio Teatro No’hma






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