L E T T U R E
Recensione di Alessandro Tacconi
E se prima eravamo in nove
A ballare l’hully gully
Adesso siamo in dieci
A ballare l’hully gully
(Edoardo Vianello, Hully gully in dieci)
Visto che in questo libro si parla di orchestre, l’idea di dare la parola direttamente ai direttori delle più importanti orchestre jazz italiane degli ultimi decenni è molto azzeccata. Alceste Ayroldi realizza una piccola opera corale con il volume The Big Band Theory, pubblicata meritoriamente da minimum fax. L’autore ha sottoposto un questionario per fare il punto sulle big band nostrane, quali sono state le peculiarità di ciascuna e quale è la situazione attuale.

I maestri che hanno deciso di raccontare la loro esperienza sono Riccardo Brazzale (Lydian Sound Orchestra), Mario Corvini (New Talents Jazz Orchestra), Paolo Damiani (Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti), Ferdinando Faraò (Artchipel Orchestra), Giovanni Agostino Frassetto (Orchestra Jazz della Sardegna), Enrico Intra (Civica Jazz Band), Pino Jodice (Jodice Bros Jazz Orchestra), Paolo Lepore (Jazz Studio Orchestra), Stefano Mastruzzi e Antonio Solimene (Saint Louis Big Band), Pino Minafra (Italian Instabile Orchestra, MinAfric Orchestra, Meridiana Multijazz Orchestra), Massimo Morganti (Colours Jazz Orchestra), Massimo Nunzi (Jazz Campus Orchestra), Fabio Petretti (Italian jazz Orchestra), Luca Rizzo (Lake Jazz Orchestra), Angelo Valori (Medit Orchestra), Ignazio Garsia, Domenico Riina, Vito Giordano, Antonino (Ninni) Pedone (Brass Group Big Band, Orchestra Jazz Siciliana).
Se pensiamo che a ogni direttore fanno capo almeno una quindicina di strumentisti, possiamo farci un’idea di quanti musicisti di differenti età siano stati coinvolti in queste realtà musicali nel corso dei decenni. L’orchestra e la banda sono a detta di tutti i maestri interpellati un luogo necessario per imparare a suonare lo strumento ascoltandosi reciprocamente e a socializzare, rinunciando a un po’ di quell’ego che magari durante un assolo fa sussurrare tra sé: “Mamma mia, quanto sono stato bravo!” oppure “Questa sera non ne ho suonata una giusta!”. Tanto poi ci sono gli “anziani” che rimettono sia una cosa che l’altra nella corretta prospettiva.
Ecco, infatti, un altro elemento necessario alla crescita professionale, il confronto con chi è sul palco da più tempo e può dare dei validi consigli e può guidare le giovani leve verso una visione più matura di cosa sia il suonare insieme ad altri musicisti. Ogni orchestra ha un proprio repertorio che ne segna profondamente lo stile e il sound. Molti i progetti che hanno portato alla registrazione sia in studio che dal vivo di album, che testimoniano di come ogni orchestra abbia una propria voce. E poi, che soddisfazione quando un famoso musicista, italiano o straniero, giunge in città e può avere il supporto di un’intera orchestra jazz, che parla lo stesso linguaggio, che ne conosce i brani ed è in grado di darne una lettura nuova e stimolante.
Adesso sono solo
A ballare l’hully gully
Adesso sono solo, solo, solo, solo, solo
A ballare l’hully gully
Solo hully, solo gully
(Edoardo Vianello, Hully gully in dieci)
Grazie a questo volume, scopriamo che l’esperienza delle orchestre jazz ha avuto durate anche lunghe, ma nella maggior parte dei casi si è purtroppo conclusa. Poche sono le orchestre ancora attive che producono anche progetti e programmi nuovi. È il caso, ad esempio, della Artchipel Orchestra; ma si tratta appunto di un caso che si autopromuove e non ha sovvenzione di alcun genere da parte delle istituzioni. Molte le difficoltà che deve affrontare la compagine artistica in ogni regione d’Italia: una sala prove adeguata, i trasferimenti per raggiungere il luogo del concerto e il soggiorno, il cachet, le prove pagate… Insomma la vil pecunia ha condizionato spesso la fine di queste magnifiche esperienze musicali, nonostante gli ottimi riscontri di pubblico in Italia e all’estero. Per non parlare della burocrazia che, come sappiamo, piuttosto che dare una mano all’arte… Giunge da parte di tutti i direttori intervistati la stessa segnalazione: “Tante chiacchiere ma poi!”.

È giusto rilevare che alle orchestre sinfoniche stabili vengono destinate le sovvenzioni statali. Che cosa fare della grande affluenza di pubblico in occasione di concerti di orchestre jazz? Questo linguaggio musicale è ormai entrato a far parte del cultura popolare e sarebbe tempo che venisse riconosciuto a livello istituzionale. Anche perché questo genere musicale viene suonato non solo nelle sale da concerto ma anche in piazze e quartieri, in cui solitamente non si ascolta questa musica. Per non parlare dei molti i progetti che vogliono combattere la dispersione giovanile nati in seno a queste formazioni, grazie alla passione e all’impegno dei maestri di strumento.
Le cose possono cambiare? In Sicilia, ad esempio, è stato possibile molti anni fa. L’Orchestra Jazz Siciliana rappresenta nel panorama musicale italiano una mosca bianca, perché è l’unico esempio di orchestra stabilmente costituita grazie a una sovvenzione regionale, e potrebbe fungere da modello per nuove orchestre jazz. Nel corso dei decenni diversi direttori si sono dati il cambio alla guida di questa orchestra e artisti del calibro di Carla Bley, ad esempio, quando hanno ascoltato la qualità della musica prodotta da questa compagine, hanno voluto registrare con essa.
Investire in cultura musicale non produce un guadagno per il politico di turno, ma per i cittadini che ne possono usufruire sì. Attendiamo, insieme ai direttori di queste orchestre jazz, la messianica venuta di un governo che voglia fare la pace con la musica e non la guerra!




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