R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’ultima opera del cinquantacinquenne sassofonista di Chicago Chris Potter, Alive With Ghosts Today, non rappresenta soltanto sé stessa, cioè una corposa – forse troppo – suite jazz contemporanea. È anche una considerazione etica, storica ed emotiva, dell’America più profonda. Potter s’ispira alla mitica figura dell’abolizionista John Brown, impiccato nel 1859 in seguito al fallito e sanguinoso attacco all’armeria federale di Harpers Ferry in Virginia. Brown cercava di procurare armi agli schiavi ma l’azione mal gestita costò la vita anche a numerose persone innocenti. La storica vicenda viene qui trasformata in un prisma sonoro attraverso cui osservare il ruolo del fanatismo e della giustizia, del sacrificio e della violenza politica all’interno del cuore irrisolto nella cultura americana. Afferma del resto Potter che “John Brown era un fanatico religioso che usava la violenza per cercare di raggiungere i suoi obiettivi. Da un’altra prospettiva, era dalla parte corretta della giustizia e ha dato la vita nella speranza che altri potessero essere liberi”. Il titolo stesso di questo album è tratto da una poesia di Langstone Hughes dedicata proprio alla figura dello stesso Brown. Ma ciò che colpisce davvero è il modo in cui questa materia narrativa viene resa musica.

Non attraverso l’enfasi didascalica, bensì mediante un massiccio edificio musicale, pur sempre a misura d’uomo, pieno di tensioni sotterranee e improvvisi slanci passionali. L’album sembra muoversi dentro una geografia fatta di polvere, ferro, chiese protestanti, marce popolari e paesaggi sconfinati. L’Autore – Off Topic si è più volte occupata di lui, vedi ad es. qui e qui – cerca di evitare qualsiasi retorica storicista per costruire invece una musica votata all’inabissamento, un campo gravitazionale che trascina lentamente l’ascoltatore verso la percezione dell’inquietudine sociale sotto la superficie dei giorni odierni, come se si volesse far avvertire il vibrare minaccioso di un bradisismo che non ha mai cessato di agitarsi. Dal punto di vista compositivo, l’album rivela un approccio concentrico, dove spesso i temi si espandono gradualmente e tornano deformati, si sovrappongono l’un l’altro fino a creare una sorta di pesante entità sonora dove la scrittura gode di un’attenzione superiore all’improvvisazione. Potter, che in passato aveva impressionato per il suo virtuosismo, qui continua a mantenere un gesto tecnico certamente non stenografico ma spesso optando per una maggior densità emotiva, con il suo sax – di origini indubbiamente parkeriane e che includono tra le influenze Sonny Rollins ma anche un po’ l’impronta di Jerry Bergonzi – pieno di ardore ma con fraseggio più contenuto e misurato. Importante è la presenza del chitarrista Bill Frisell, autentico maestro nel trasformare il folk americano in materia visionaria. Le sue linee chitarristiche sembrano provenire da ricordi sfrangiati dell’infanzia, da vecchie fotografie scolorite o da una provincia americana sospesa fuori dal tempo. Attorno a Potter si muove un ensemble volutamente irregolare, a mezza strada tra il combo jazz e la potenzialità timbrica di un’orchestra. Gli arrangiamenti per clarinetto, trombone e violino costituiscono l’essenziale profondità materica di un album lussureggiante, brulicante di vita, alle volte anche eccessivo dove il corpus degli ottoni si alterna tra momenti esplosivi ed altri più vicini a toni raccolti, quasi liturgici. In diversi frangenti sembra d’ascoltare una banda itinerante che attraversi il finis terrae della storia americana, sospesa fra spiritualità e violenza. Potter assorbe suggestioni provenienti dal blues, dal gospel, dal funky – molto gettonato in alcuni brani – e persino dalla tradizione colta statunitense, ma senza trasformare il tutto in uno zelante compito tassonomico per cui ogni scelta sonora rimane organica, libera e percorsa da una visione che sembra a tratti assumere quella di un approccio compassionevole. Il merito politico dell’album è forse quello di riuscire a parlare del presente senza mai nominarlo esplicitamente. La vicenda di Brown diventa metafora delle contraddizioni ancora aperte di una democrazia incapace di conciliarsi con le proprie ombre. Potter non offre risposte e non cerca soluzioni ma fa semplicemente il suo mestiere, preferendo lasciare che siano le frizioni armoniche, le pause e le dissonanze musicali a suggerire l’ambiguità morale degli eventi. Alive With Ghosts Today è un album che pensa molto, ma sente ancora di più e per questo rappresenta una riuscita realizzazione nel tenere insieme intelletto e cuore, memoria e presente, senza cedimenti della propria intensità narrativa. La formazione completa, oltre a Chris Potter, vede quindi Bill Frisell – digitate il motore di ricerca di Off Topic per accedere ad altre sue notizie – alla chitarra, Burniss Travis al basso elettrico – leggi qui – Nate Smith alla batteria – lo ricordiamo a fianco di Pat Metheny e Norah Jones, leggi qui e qui – Rane Moore al clarinetto, Zekkereya-El-Magharbel al trombone e Sara Caswell al violino – vedi qui.

Il primo brano, Alive With Ghosts Today 1 può essere visto come la preparazione della tela su cui il pittore disporrà i suoi colori, cioè quella tonalità di base che condizionerà le successive stesure, contribuendo ad imprimere alla futura immagine l’impronta cromatica definitiva. Le campiture sonore sono larghe, drammatiche come lo è il contenuto della storia che si va a narrare, e costituiscono un’introduzione intensa al secondo brano in sequenza, Osawatomie Brown. Il titolo deriva da un poema di John Greenleaf Whittier, anche questo dedicato al mitico personaggio abolizionista, dove Osawatomie è il luogo in cui si svolse una battaglia contro gli schiavisti. Il basso elettrico intona un riff di base su cui la batteria di Smith innesca un tempo scandito anche dalle corde di Frisell. Sax e trombone e successivamente anche un inserto di clarino contribuiscono alla creazione del sanguigno tema che si svolge in un contesto funky-blues. Segue un assolo robusto al sax tenore di Potter, sempre incorniciato dagli accordi di Frisell, su cui l’arrangiamento degli altri fiati aggiunge un tumultuoso perimetro che finirà per inglobare sia la chitarra che lo strumento del leader. Colpisce la solidità dell’arrangiamento orchestrale e la terrigna eccitazione del trio Frisell-Smith-Travis quando si trova ad operare staccato dal contesto fiatistico.

The Heavens in Scarlet inizia con un delicato ricamo alla chitarra elettrica ed il primo impatto del brano ricorda le atmosfere di Wayne Shorter. Ma il sorgere del violino e del trombone sanciscono quasi una nuova alba per il brano che sembra trasformarsi in una ballata dai toni addolciti, attorno al sax tenore del leader che marca il tema. Un cambio di ritmo, quasi un reggae, è il preludio dell’assolo di Potter che suona sempre ben circoscritto dalle corde melodiche di Frisell. Un lungo momento, questo del sax tenore, dove possiamo ascoltare anche i suoi classici fraseggi serrati. Emerge poi la chitarra tra gli arazzi dei suoi arpeggi, con la conosciuta e iconica timbrica tipica dello stesso Frisell che viene poi riassorbita dalla massa orchestrale. Molto bella l’interlocuzione tra l’arco, il clarino e il trombone, mentre il sax sottolinea la parte tematica. Sister Annie – il titolo allude alla figlia di Brown – si propone con un ardente ed elegante funky alla Quincy Jones con gli accordi di Frisell che scendono e salgono di un tono alla maniera di certo r&b, appoggiandosi alle linee di basso di Travis. Sax e trombone viaggiano per un po’ all’unisono, poi il clarino contrappunta insieme al trombone, garantendo un solido accompagnamento orchestrale. Quando i fiati si contraggono, in un primo tempo è solo Frisell che tesse accordi di sostegno, andando poi a supportare l’assolo di sax. Possiamo apprezzare il costrutto ritmico operato da Smith prima della ripresa dell’insieme strumentale. Clarino e sax impostano un nuovo prezioso unisono senza il trombone a cui, questa volta, viene lasciato il compito del contrappunto. This Earth Would Have No Charms For Me è il brano più introverso e dolente dell’album. L’introduzione tranquilla è affidata a Frisell e fa da apripista ad un duetto tra sax e trombone su cui s’inserisce anche il poetico violino della Caswell. La traccia prende quota oscillando su un ¾ ritmico dove sarà proprio l’arco a costruire l’immagine solistica con il suo suono agile e ad intrecciarsi con la chitarra gentile del musicista di Baltimora. Poi tocca all’assolo di sax di Potter che chiude i giochi. Into Africa si spinge lungo i fianchi di un assolo turbinante di sax che prelude all’ingresso di una ritmica agile sulla soglia della quale, in progressione dopo il clarino e la chitarra, entrano tutti gli strumenti. Ma è sempre il tenore dell’Autore a condurre il movimento e a sostenere il maggior impatto sonico. Circa a metà brano ci accorgiamo della chitarra in assolo, molto autocontrollata ma non per questo meno incisiva. La coppia Smith-Travis costituisce la struttura del potente groove che regge l’impianto orchestrale e a tal proposito l’assolo di batteria la dice lunga. La scrittura complessa affidata ai fiati dimostra la raffinatezza compositiva di Potter in uno dei brani dall’architettura forse più labirintica dell’intero album. Mine Eyes inizia con un’accoppiata batteria e sax a cui s’affiancano presto un clarino ed il basso elettrico. Una serie di progressioni orchestrali soprattutto discendenti precede un abituale assolo misurato ad opera di Frisell, cui segue un lavoro ben fraseggiato dal sax del leader. Il ritmo resta incalzante, il vortice creato dai fiati è soverchiante ma quando sembra che il brano debba finire, quasi da dietro le quinte appare il trombone di Magharbel che ci accompagna verso un finale decisamente free in cui saltano gli schemi architettonici e prevale l’improvvisazione. Alive With Ghosts Today 2 chiude l’album con una musica oceanica in un gran finale dove improvvisazione e scrittura sembrano celebrare una sonorità ben più potente rispetto al numero limitato di musicisti presenti.

Potter sembra aver compreso che certe ferite storiche non appartengono mai davvero al passato ma continuano a riaffiorare, mutando forma, linguaggio e volto. Questo è quello che rende Alive With Ghosts Today un lavoro così intenso, cioè la capacità di trasformare la memoria in presenza viva, di far emergere attraverso il suono ciò che la storia ufficiale tende spesso a sedimentare o a rimuovere. La sua musica rimane sospesa dentro una zona d’incertezza profondamente umana, dove convivono tensione morale e fragilità, fede e smarrimento. Però a volte si nota un eccesso nell’arrangiamento, con situazioni non tanto suggerite ma oltremodo imposte attraverso un’iper-organizzazione orchestrale che sembra soffocare l’idea di base. Questo perché Potter non ha voluto raccontare soltanto John Brown o l’America, ma qualcosa di più universale, come il peso dei fantasmi che ogni società continua a portarsi dentro e il modo in cui essi ritornano, silenziosamente, nelle pieghe del presente. In questo senso Alive With Ghosts Today non è soltanto un album di jazz contemporaneo, ma una meditazione sonora sulla coscienza e sull’irriducibile inquietudine dell’essere umano.

Tracklist:
01. Alive With Ghosts Today 1 (1:59)
02. Osawatomie Brown (7:33)
03. The Heavens In Scarlet (7:56)
04. Sister Annie (5:50)
05. This Earth Would Have No Charms For Me (6:37)
06. Into Africa (8:29)
07. Mine Eyes (8:57)
08. Alive With Ghosts Today 2 (2:25)

Photo © Dave Stapleton

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