R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

Il mondo springsteeniano ieri ha vissuto uno di quei momenti che mai pensava di poter vivere e che da almeno 30 anni sognava di poter vivere. Le fantomatiche, mitologiche sessions elettriche di Nebraska esistono e stanno arrivando! In questa fase storica della carriera di Bruce Springsteen, ormai non più proprietario del suo catalogo, il guardarsi indietro è fisiologico e naturale, a maggior ragione se chi lo fa (la Sony) cerca di monetizzare il più possibile quello che resta da monetizzare, specialmente negli archivi. Noi sappiamo che la “bellezza” di una versione al posto di un’altra o di una canzone al posto di un’altra non è mai stata una sua discriminante fondamentale nella scelta di pubblicare un brano o l’altro in un disco, superata per distacco dall’idea, poi sfumata nel corso degli anni, che la compattezza e l’equilibrio della scaletta venissero ben prima.

Ecco quindi che per The Promise abbiamo dovuto aspettare un riassunto di un cofanetto di outtakes, Seeds esiste solo in versione live e c’è gente che pensa che Because the Night sia “tutta” farina del sacco di Patti Smith (che Dio la benedica nunc et semper, comunque). Ma la versione elettrica di Nebraska va oltre, quel tentativo abortito di attaccare la spina ad un pugno di demo acustici talmente perfetti da non essere migliorabili ha sempre tormentato i sonni dei fans, con migliaia di casi di risvegli notturni, in laghi di sudore e lacrime, dopo l’ennesimo sogno attinente: ricoveri, licenziamenti, divorzi, cirrosi epatiche, tutto colpa di quelle sessions.

La versione di Born in the USA è una bomba, poche balle. Non mi interessa fare classifiche e graduatorie, per 40 anni la Bitusa (santa pazienza, gli acronimi…) elettrica era quella dell’omonimo album; al massimo c’era quella acustica, sempre dalle outtake di Nebraska, con qualche modifica in corso, come testimoniato dal Live in NYC del 2001 e come ascoltata nei tour solisti e a Firenze in apertura di concerto nel 2003.

Ma elettrica è sempre stata quella che in pochi nel globo terracqueo non conoscono. Una versione figlia del periodo, siamo nel 1984, siamo molto più dentro agli anni 80 anche solo di 2 anni prima, i suoni stanno cambiando, le chitarre vengono affiancate se non sostituite dalle tastiere e dai synth. “Non si esce vivi dagli anni 80” e l’album Bitusa è lì a dimostrarlo, con “lo scandalo” di Dancing in the Dark e con il suono della batteria di Max e in generale con ‘sti tastieroni un po’ invadenti.

Resta il fatto però che io continuo ad amare quel disco, fatto in quel modo, proprio perché sebbene sia palesemente figlio di quel periodo, è uno spaccato dell’America con una messa a fuoco nitida e ben più importante delle discussioni sui sintetizzatori. La title track ha sempre avuto ed ha tuttora un impatto fortissimo su di me. Ascoltata dal vivo in versione classica, da Parigi 2002 a Milano 2025, l’intro di Bitusa mi travolge come un camion in corsa. Al primo SBAM di Max, mi arriva addosso con una forza intatta dopo 40 anni. Bitusa è epica, solenne, marziale. Di contro, questa solennità, questo essere inno, è alla base del suo successo, ma anche degli infiniti e tuttora resistenti equivoci sul suo significato. Difficile per chi non conosce a fondo l’artista, non pensare che si tratti di apologia di cittadinanza e dato che il testo da questo punto di vista è inequivocabile già dalla prima strofa, ovvio che buona parte della responsabilità ricada sulla musica.

La versione del 1982 cambia decisamente le carte in tavola e il quadro della situazione. Questa versione trascinante ed elettrica, mi sembra spuntata fuori da qualche parte a metà strada tra i Clash, i Creedence Clearwater Revival e certi suoni di Tom Waits in anticipo sullo stesso Tom Waits (è da ieri che ho in testa Goin’ Out West, da Bone Machine, 1992). Una cavalcata sferragliante ed energica, un treno che passa dritto senza fermarsi, un tiro della Madonna che ti spazza via.

Born in the USA non è nè il primo, nè l’ultimo brano dove Bruce parla di reduci di guerra, specialmente del Vietnam; il reduce è una figura centrale nella sua scrittura, già da Greetings from Asbury Park NJ, con Lost in the Flood. In questa versione l’urlo del reduce da epico e marziale diventa tragico ed urgente. La tensione elettrica che attraversa tutta la canzone, alimenta ed aumenta la tensione del protagonista, quel suo guardarsi intorno ed iniziare lentamente a capire cosa stia succedendo a chi come lui viene accusato di “aver perso la guerra”.  «Son, if it was up to me» – «Son, don’t you understand, now?». Le risposte che riceve aumentano la comprensione, l’America in cui è nato, gli volta le spalle. La batteria di Max è perfetta come sempre nell’assecondare il mood del brano e del cantante, l’angoscia sale prepotente mentre le cose si fanno più chiare. Dieci anni buttati tra carcere e fabbrica, gli stop and go del brano sottolineano il malessere, chi era nato per correre, ora canta «nowhere to run, nowhere to go». Meno urlato, ma cantato con trasporto e urgenza, quella di tirarsi fuori da un incubo, in un’atmosfera che ricalca perfettamente quella, appunto, di Nebraska. Il tono di Bruce ricorda quello che abbiamo ascoltato in quel disco, non c’è epica, c’è paura, la rabbia è forte e fusa insieme allo smarrimento, lo sguardo basso, i pugni stretti per il nervosismo, le parole sputate fuori in modo quasi aggressivo. Che mi frega di decidere quale preferisco, dopo 40 anni non devo più scegliere, le ho entrambe.

Certo che se il livello delle sessions “peggio dei demo acustici” è questo, beh due paroline a Bruce bisognerebbe dirle, no?

One response to “Bruce Springsteen: La rabbia e l’angoscia nella “nuova” Born in the U.S.A. – Il primo inedito dalle leggendarie sessioni di Electric Nebraska disponibili dal 17 ottobre”

  1. […] ero entusiasmato non poco per la Born In The USA di quelle session (leggi qui), entusiasmo che è rimasto, come la consapevolezza che quella versione non avrebbe portato Bruce […]

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