R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Con Insight, seconda pubblicazione per il quarantacinquenne pianista francese Jef Giansily – ma residente ad Istanbul da circa vent’anni – si realizza un’opera magmatica e appassionata che si muove all’interno di una corrente moderna con tutta la dovuta tecnica e una buona dose di lirismo. Otto tappe di un viaggio interiore ed intuitivo – come il titolo dell’album suggerisce – focalizzato in una suite narrativa che scorre sufficientemente disinvolta, facendo lentamente germinare arte battuta dopo battuta. Questo modello musicale – fortemente influenzato dall’hard bop di Herbie Hancock ma anche dalle correnti più classiche di Chick Corea come del resto dalle ombre di Wayne Shorter e di altri spettri Blue Note degli anni ’50 e ’60 – non cerca tanto di riempire spazi vacanti ma di aprirne di nuovi. Pur muovendosi spesso tra citazioni – se ne sentono ad esempio anche di ellingtoniane in Latent Motion – questa è una musica che guarda al presente con lo sguardo di chi ha visto tutto e ha deciso, comunque, di affidarsi alla luce.

E lo fa con un suono dapprima di pancia, che vibra nelle viscere prima ancora di scendere nel profondo verso l’interiorità, con un tratto che resta comunque personale, moderno, lucidamente indipendente. Non mancano i contrasti. Laddove l’armonia si fa contemplativa, la ritmica si accende, si spezza, scarta all’improvviso. Questa sezione, infatti, molto importante in un contesto di cinque elementi come questo in cui sono presenti anche due strumenti a fiato, più che un supporto è una linfa fluida, un corpo solido e dinamico composto dal batterista Gautier Garrigue e dal contrabbassista Apostolos Sideris. Questo meccanismo di equilibrio e propulsione che si suddivide il compito di sostenere il pianoforte, costruisce traiettorie e architetture mobili caratterizzate da cambi di metrica, respiri spezzati, rincorse e sospensioni, con Garrigue che spinge e sospinge mentre Sideris, con la sua solida esperienza tra Istanbul, Parigi e New York, sorregge e dialoga con Giansily in modo profondo e complice. Lo stesso Autore, al pianoforte, guida questo viaggio con una chiarezza visionaria, sapendo muoversi tra ritmi talora ostinati e percussivi quanto tra spazi più lenti e ipnotici, scivolando sulla tastiera con il passo del sogno e la precisione dell’intuizione mirata. La tecnica di questo pianista sembra seguire una strategia di sparizione, dove le frasi parrebbero talora emergere dal nulla per poi dissolversi tra le pulsazioni della componente ritmica. E se la forma si scioglie ciò lascia spazio alla visione, appunto interiore, permettendo all’Autore stesso di perdersi e ritrovarsi. Del resto l’essersi diplomato alla Bill Evans Piano Academy di Parigi qualcosa sembra pur suggerirci… Insight è un album spirituale, ma non etereo. È radicato nella materia, nel gesto, nel progetto di suonare insieme. E lo stesso termine che dà il titolo all’album, in ambito psicologico, definisce quasi un’auto-rivelazione, una presa di coscienza, un’onda di consapevolezza che si accende nel riaffacciarsi all’evidenza di qualcosa rimasto per lungo tempo sottotraccia. Veniamo adesso a parlare dei due fiati, lo statunitense Herman Mehari – ora residente a Parigi – alla tromba che suona da un decennio con Giansily e Pierre Bernier al sax tenore. Mehari ricorda in qualche spunto Tom Harrell o anche, in misura minore, il polacco Thomasz Stanko e mi sembra avere più spazio complessivo nell’area sonica rispetto a Bernier che d’altra parte dimostra di possedere una timbrica calda e di sapersi barcamenare in egual misura tra influenze tradizionali e contemporanee. C’è inoltre un’ospitata nella presenza della cantante Charlotte Wassy. Bisogna aggiungere che l’interplay tra i musicisti è piuttosto evidente, segno dell’intensa relazione istintiva e non solo strettamente professionale tra i musicisti.
Alteration è il primo brano che incontriamo nell’album. Da subito colpisce la complessità della struttura, introdotta da un breve ostinato di piano e raddoppiato dal contrabbasso. L’aspetto percussivo del batterista è frammentato, impulsivo, ed apre la strada ad un poderoso assolo di pianoforte in pieno e solenne tributo all’hard bop. Le sospensioni ritmiche sembrano togliere corrente ma sono solo nuovi accessi a dimensioni diverse in cui si affacciano i fiati, con la tromba in primo piano in assolo. Chiude, stranamente, non la ripresa tematica ma un assolo frenetico di batteria con alcuni effetti di sottofondo, probabilmente dovuti ad elettroniche forse manovrate dallo stesso pianista. Timeless Moment non fa certo dimenticare la spinta energetica del brano precedente ma qui è relativamente più semplice accorgersi di alcune strutture che si ripetono, con il sax impegnato in fraseggio quasi sospeso e il piano che certo non si risparmia sul numero delle note. Grande capacità tecnica di Giansily e volendo creare un parallelo con un altro pianista proveniente dalla Turchia come Hakan Basar – leggi qui – il francese risulterebbe un talento analogo ma più maturo e con maggior spirito di autocontrollo. L’intervento del contrabbasso sembra sottolineare il groove funky del brano a cui non si sottrae nemmeno lo stesso Autore. Successivamente, dopo che per un breve tratto sax e tromba hanno camminato all’unisono, resta Mehari in assolo in un clima che tende progressivamente alla rarefazione sonora. Anche qui si ripete la stranezza, diciamo così, del brano precedente, per cui il finale non riprende alcun tema ma si avvia alla conclusione autonomamente.

Mindscape è una ballad che l’Autore ha voluto dedicare al figlio. Caratterizzata da un vamp pianistico iniziale, viene a precedere l’unisono tra tromba e sax. Nel lungo, sentito assolo pianistico, anche qui con la presenza sempre discreta di alcuni effetti elettronici, Giansily ci mette il cuore, dipingendone le pareti interiori con una fresca tinta sonora, tra batteria scandita e vapori di piatti percossi. Bello anche il ruolo solistico di Mehari con la sua tromba. Il brano tende alla chiusura riprendendo la sequenza pianistica di accordi iniziali e sfumando tra le percussioni. Latent Motion è tra i brani pianistici più interessanti, con dirette e frammentate citazioni Dukali di In a Sentimental Mood. Ancora un sincrono tra i fiati, con tempi spezzati e un fantastico assolo di tromba dove Mehari esplora le possibilità dello strumento con un fraseggio rapido e incisivo, alla faccia di ogni minimalismo. Giansily parte per la tangente con assolo terminale dove dà fondo al suo amore per l’hard bop. Heart’s Ways, come rivela lo stesso Autore in un’intervista concessa a Mine Gurevin per Dark Blue Notes il 21/05/25, è una traccia che è stata composta specificamente per essere strutturalmente distesa e relativamente più semplice che si potesse suonare in un concerto live estivo. Si tratta di un mid-tempo il cui tema si estende supportato fondamentalmente dai fiati, pur con la parte centrale affidata ad un assolo pianistico che pare l’alter-ego di quello suonato nel bano precedente. La sensazione rilassante, quasi rinfrescante che comunica, viene poi avallata dalla tromba e dal sax, anche se questi animano leggermente l’andamento musicale, badando comunque a non disarticolare l’atmosfera creatasi. Dopo le parti improvvisate dei fiati viene ripreso il tema e poi, da questo, si stacca una sorta di sottotema sul quale s’intreccia il finale. Imprint (Sarp Warp) è un brano più discorsivo – in momenti come questo si registra il massimo interplay tra gli esecutori – che ci riporta allo stigma Blue Note con le tematiche rapide ed incisive proposte dai fiati. Si evidenzia anche l’assolo di contrabbasso prima delle prove di Mehari e Bernier, in rigoroso stile hard bop, così pure come il pianoforte a seguire. Tempi ritmici veloci e serpiginosi. Quatre Septembre, altra ballata questo volta scritta per la moglie dell’Autore, sembra un’ondulante promenade attraverso un personale sentimento affettuoso che dimostra un’insolita austerità espressiva, una profondità emotiva non ancora registrata in questo album. E, dulcis in fundo, un bell’assolo di sax con declinazione lirica come finora non avevamo ascoltato da Bernier, messo forse un po’ in ombra dalla tromba di Mehari, ma che qui riguadagna i suoi punti entrando in completa sintonia con il clima della situazione. Si chiude con l’ultima traccia, Silver Glints, una vera e propria canzone condotta dalla voce della Wassy. Personalmente credo di avere una certa qual idiosincrasia verso le melodie complesse quando sono cantate. Quindi, a parte ovviamente l’incolpevole cantante che anzi dimostra buona intonazione e timbrica, resto indifferente a brani come questo che tendono ad innervosirmi un poco. Ma la parte solo suonata, come sempre, è splendida.
Questo Insight è un lavoro che resta aperto, e a ogni ascolto aggiunge un frammento di comprensione, un’immagine, una sensazione nuova. Non ci sono brani men che meno ottimi, né momenti particolarmente deboli. In definitiva, Jef Giansily ci regala un album intenso, che suona come una riflessione interiore e una dichiarazione artistica insieme. Anche in quei momenti in cui Insight sembra più assorto nella sua introspezione, non si rischia l’autocompiacimento. Giansily non perde il controllo e organizza un lavoro di rara coerenza e profondità, tecnicamente perfetto. Tuttavia non osa – o semplicemente non vuole – percorrere sentieri poco battuti nel jazz, preferendo restare in un terreno meno slegato da moduli già conosciuti. Non una colpa, beninteso, ma una scelta comunque degna di attenzione e rispetto.
Tracklist:
01. Alteration
02. Timeless Moment
03. Mindscape
04. Latent Motion
05. Heart’s Ways
06. Imprint (Sarp Warp)
07. Quatre Septembre
08. Silver Glints
Photo: cover © Jérémie Labbé, 1 © Julien Bassères, 2 © Jef Giansily





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