C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Mi avvicino sempre con grande sospetto ai film sulle rockstar, ma anche su personaggi ancora in vita, la cui vicenda pubblica è ancora presente in forma televisiva, o video. Mi pongo sempre il dubbio se non valga la pena di guardare le immagini dell’originale, in luogo di quelle filmiche che contengono ovviamente una finzione cinematografica. Certo però che le immagini delle cronache, a volte, non sono sufficienti a narrare una storia completa, mentre il cinema-verità a volte contiene troppa verità e poco cinema. Il film Springsteen: Liberami dal Nulla (ne abbiamo parlato anche qui)è nato con lo scopo di raccontare al pubblico la vicenda della gestazione dell’indimenticabile disco Nebraska, nato al termine del River Tour del 1981.

In fondo è una vecchia storia, prima o poi un musicista o in generale un artista entra in crisi, come entrano in crisi tutte le persone comuni, ma il problema di solito insorge in un artista poiché, in fondo la materia della sua creazione è molto spesso strettamente intrecciata alla sua esistenza. E così il Bruce Springsteen raccontato da Warren Zanes in un famoso libro e trasposto ora al cinema dal regista Scott Cooper, attraversa la sua crisi esistenziale insorta intorno ai trentadue anni, principalmente a causa del cattivo rapporto col padre e il conseguente senso di colpa per l’allontanamento dalla famiglia di origine che vive nella casetta dignitosamente proletaria di Long-Branch. Dopo quel fantastico tour il Boss, che si sentiva svuotato e in debito verso qualcuno e qualcosa, decide di comporre un disco, il leggendario Nebraska del tutto acustico e “sporco”, di difficile digestione per discografici newyorkesi che già intravedevano in lui quella miniera d’ora che poi sarebbe è diventato. Ritratto cupo dell’America degli anni Ottanta, l’album vede la sua genesi nella casa fronte lago di Colts Neck, abitazione diventata leggendaria e che fu trasformata in un poco professionale studio di registrazione, cosa però essenziale per la ricerca di Bruce che a tutti costi volle mantenere, sostenuto anche dal suo manager discografico Jon Landau, quel suono unplugged che poi fece la fortuna del disco.

Il titolo, com’è noto deriva direttamente dalla prima canzone dell’album, che racconta (in prima persona) la storia del giovane assassino Charles Starkweather e della sua fidanzata Caril Ann Fugate, autori nel 1958 di una serie di omicidi proprio nello stato del Nebraska. Se del disco si sa ormai tutto o quasi tutto, il film è tutto da scoprire ed è una bella scoperta poiché sia l’interprete, il bravo Jeremy Allen White, sia il regista Scott Cooper sembrano saper restare entro la giusta misura nel raccontare la gestazione di un grande lavoro della musica rock, senza eccedere in manie di protagonismo che, vista la possanza del personaggio, avrebbero rischiato di trasformare il film in una prevedibile carnevalata (come è già accaduto con qualche film dedicato a personaggi del mondo della musica). Immagini prevedibilmente autunnali, livide, tanti dinner, molti neon che si riflettono nelle pozzanghere, una spruzzata della NYC anni Ottanta, tanta bella musica e il gioco, con misura e gusto, è fatto. Film da vedere e da ascoltare.







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