R E C E N S I O N E
Recensione di Daniele Verderio
Il 23 ottobre arriverà nelle sale italiane Springsteen: Deliver Me from Nowhere (Springsteen: Liberami dal Nulla). Per gli springsteeniani DOC, il film racconta una storia già nota: alla fine del 1981, dopo il trionfale tour di The River, un 31enne Bruce Springsteen si ritira in una tranquilla casa a Colts Neck, piccolo paesino vicino alla sua città natale di Freehold, nel New Jersey. I dirigenti della Columbia Records vorrebbero da lui nuove hit per capitalizzare il momento d’oro e consacrarlo a icona rock mondiale: Bruce, però, ha altre idee, altre esigenze. Legge i racconti di Flannery O’Connor, guarda in televisione La rabbia giovane di Terrence Malick e fa i conti con i fantasmi del passato, in primis il rapporto traumatico con il padre Douglas. Non può far altro che prendere in mano una chitarra e iniziare a cantare, per sé.
Ecco dieci cose (sette più tre, in realtà) che mi sento di scrivere dopo aver visto il film all’anteprima al Cinema Orfeo di Milano. Dieci, come le canzoni del leggendario album Nebraska, il grande protagonista del film diretto da Scott Cooper.

1. Da Dylan a Springsteen. Il 2024 è stato l’anno di A Complete Unknown, il film sulla controversa svolta elettrica di Bob Dylan, interpretato da Timothée Chalamet. Il film sul Boss mostra il processo inverso: Jeremy Allen White veste (magistralmente) i panni di Springsteen e mostra al mondo la momentanea ritirata lo-fi/folk di Springsteen. Dylan imbraccia la chitarra elettrica, Bruce registra un album chitarra-armonica-voce su un Tascam 144 giapponese a quattro piste, nella sua camera da letto. Scelte artistiche incomprensibili al pubblico nel primo caso, ai discografici nel secondo, ma non si diventa Bob Dylan o Bruce Springsteen a caso. Sono uomini/artisti che hanno vissuto punti di perfetta coincidenza tra esigenze artistiche ed esistenziali. Il film sul Boss, basato sul libro best-seller Liberami dal nulla: Bruce Springsteen e Nebraska di Warren Zanes, restituisce la verità di quel momento. Guardare per credere.
2. Il dramma. «Nebraska nacque come meditazione inconsapevole sulla mia infanzia e i suoi misteri», aveva già scritto Springsteen nell’autobiografia Born to Run (2016). L’infanzia riemerge nelle scene in bianco e nero, crudissime: il padre Douglas incattivito dall’alcolismo, le violenze domestiche. I misteri di quegli anni tosti non si sono rimarginati con la fuga da casa e il grande successo: quando scende dal palco, Bruce si sente una pietra rotolante senza casa (nowhere). Il film mostra con coraggio l’alternativa crudele tra salvezza o nulla assoluto. E così, Bruce si ritrova a guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere…sì, anche il suicidio era tra le opzioni e Springsteen, che ovviamente ha dato l’okay alla sceneggiatura, ha avuto remore nel mostrare i punti abissali della sua depressione, sua compagna di viaggio per molti anni.
3. Gli attori. La prova straordinaria di Jeremy Strong nel ruolo di Jon Landau, storico manager e confidente di Springsteen; il tocco comico di Paul Walter Hauser nei panni del tecnico di chitarre Mike Batlan; la carica drammatica di Stephen Graham in quelli di Douglas, padre di Springsteen. Poi, le due donne del film: Odessa Young nel ruolo della musa Faye e Gaby Hoffman in quello della madre Adele. Tutti, ovviamente, a supportare la prova estremamente convincente di Jeremy Allen White, il già pluripremiato attore a cui è toccato l’onore e l’onere delicatissimo di interpretare il Boss. Pochi personaggi, tutti necessari. Una sceneggiatura in cui si fatica a trovare una sola riga superflua, quindi perfetta per raccontare in immagini un album radicalmente essenziale come Nebraska.
4. Made in New Jersey. Le scene girate ad Asbury Park, le passeggiate nel porto, le riprese nel club locale Stone Pony, ma non solo. Anche il sottofondo musicale del film è 100% New Jersey, la culla di Bruce. A comporlo è stato Jeremiah Fraites, tra i membri fondatori dei The Lumineers: quando Nebraska è uscito, Fraites non era ancora nato, ma da buon figlio del New Jersey ha respirato da sempre la musica del Boss. Il regista Cooper ha pensato a lui per avere un suono «imperfetto, nello stesso modo in cui Bruce ha fatto il disco, quindi minimalista, senza luccichii, senza spettacolo». Missione riuscita.
5. Born in the U.S.A. C’è una scena clamorosa: Bruce entra in studio a New York per provare con la band le nuove canzoni di Nebraska e quelle che poi sarebbero finite nell’album della fama mondiale Born in the U.S.A., del 1984. All’inizio Bruce pensa a un doppio album, acustico ed elettrico. Poi, sceglie di puntare tutto sul nucleo oscuro di Nebraska, disco che raggiungerà la terza posizione nelle classifiche senza promozione, senza singoli, senza tour e senza la sua faccia sulla copertina. Ecco, il film parla di questo, ma il momento in cui Bruce suona Born in the U.S.A. con la band è sensazionale. Più incredibile è scoprire o riscoprire come il Boss non abbia pubblicato subito un pezzo così, tenendosi per sé anche Glory Days e I’m on Fire per anni. Si ritorna al discorso dei discografici: poi, è andata come è andata. Aveva stranamente ragione lui.

6. L’aiuto di un professionista. C’è un punto in cui il vero amico deve fare un passo indietro per aiutarti. Nel film, come già raccontato in più occasioni da Springsteen, è Jon Landau a farlo. Il manager ha sempre tutto sotto controllo, ma non può arrivare dove non gli è concesso: Bruce è scappato in California e chiama lo storico collaboratore in lacrime. Jon gli risponde lapidario: «Ti serve l’aiuto di un professionista». Così, Springsteen racconta l’inizio del suo rapporto salvifico con il dottor Wayne Myers, durato oltre 25 anni. Ancora una volta, Bruce si mostra nella sua vulnerabilità: leggenda del rock in psicoanalisi.
7. Film da vedere, musica da ascoltare. Il 24 ottobre, giorno successivo all’arrivo in sala del film, uscirà Nebraska ’82: Expanded Edition. Il ricco cofanetto completa idealmente il progetto Nebraska-centrico, regalando registrazioni inedite. Si potranno ascoltare proprio le leggendarie sessioni Electric Nebraska con la E Street Band e brani registrati da solista esclusi all’epoca della pubblicazione, oltre alla performance dal vivo di Nebraska registrata al Count Basie Theatre di Red Bank (New Jersey).

La parola, ora, ai protagonisti: dietro la cinepresa, sul grande schermo e nella vita. Per loro, è andata così.
8. Il regista Scott Cooper: «Realizzare il film è stato profondamente commovente perché mi ha permesso di entrare nell’anima di un artista che ammiro da tanto tempo e di osservare, da vicino, la vulnerabilità e la forza dietro la sua musica. L’esperienza è stata come un viaggio attraverso la memoria, il mito e la verità. Più di ogni altra cosa, portare quella sincerità emotiva così pura sullo schermo è stato un privilegio e mi ha cambiato. Non sarò mai abbastanza grato a Bruce e a Jon Landau per avermi permesso di raccontare la loro storia».
9. L’attore Jeremy Allen White: «Mio padre mi ha aiutato a formare tutti i miei gusti musicali, l ‘opera, la classica, il jazz, la country music, che mi ha portato al mio primo film Crazy Heart, ma, quando mi ha fatto conoscere Bruce Springsteen attraverso Nebraska, come diciottenne disilluso, insicuro circa il suo posto nel mondo, incerto sul futuro, incerto praticamente su tutto, il disco si è arrivato al momento giusto. Quando poi ho letto il libro di Warren Zanes, da cui è tratto il film, mi ha parlato proprio di onestà, di incertezza, di squilibrio, e ho avuto la percezione che io mi sentissi esattamente all’epoca come si sentiva lui. Questo è stato il mio approccio alla sceneggiatura e poi, il giorno prima in che io cominciassi a girare questo film, mio papà è morto e il suo spirito ha influenzato la realizzazione del film, che ho dedicato a lui, e penso che a lui questo film sarebbe piaciuto veramente tanto».
10. Il Boss Bruce Springsteen: «Avevo visto Crazy Heart, quindi sapevo che Scott era perfettamente in grado di gestire la musica in un film. Avevo visto Il fuoco della vendetta – Out of the Furnace, quindi sapevo che era in grado di catturare la vita della classe operaia e che aveva una sensibilità autentica in materia. Il tono dei suoi film aveva una crudezza che mi piaceva molto: erano un ritorno al cinema degli anni Settanta, uno dei miei periodi cinematografici preferiti. Inoltre, sapeva che non stava realizzando un biopic, ma un dramma incentrato sui personaggi con un po’ di musica… Oltre a essere un uomo adorabile e un regista straordinario, mi sembrava la persona giusta per questo lavoro».




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