R E C E N S I O N E
Recensione di Alberto Calandriello
Prima che si spengano le luci del cinema, affiorano alcuni ricordi: «il mondo si divide in due, chi adora Bruce Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo» e «ho visto il futuro del rock and roll ed il suo nome è Bruce Springsteen». La carriera di Springsteen ha avuto, in più di 50 anni, alcuni momenti chiave, di svolta. Il primo fu senz’altro il momento tra The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle e Born to Run, ossia il momento in cui fu consapevole di avere l’ultima possibilità per realizzare il suo sogno e fare del rock il suo lavoro. «The word’s been passed, this is our last chance» dice il protagonista di Meeting Across the River (e di Jungleland, e di tutto il disco), ma ben sappiamo che a dirlo era anche lo stesso Bruce, ad un bivio definitivo della sua carriera. Se anche il terzo album si fosse rivelato un fiasco, la storia sarebbe finita lì e questa urgenza si sente pesantemente in tutto Born to Run. Sappiamo che le cose per fortuna sua e nostra andarono diversamente e da quel momento Bruce inanellò un tris di titoli che sono la spina dorsale del rock americano 70/80 nonché il termine di paragone di molti degli album usciti da quel periodo in avanti. Born to Run + Darkness on the Edge of Town + The River (un doppio che per la qualità dei pezzi esclusi avrebbe potuto essere tranquillamente almeno un triplo) ed ecco che con il tour di supporto a quest’ultimo, lo status di Springsteen è scritto nella pietra e il suo volto è di diritto tra i pretendenti al Monte Rushmore del rock.
Deliver Me From Nowhere (ne abbiamo parlato anche qui e qui) inizia da qui, dalla fine di quel tour, nel palazzetto di Cincinnati, settembre 1981.

Lo sguardo di Bruce, una volta finito il tour, è però già rivolto altrove, come simboleggia la “consegna delle chiavi” di questa nuova casa («ma se vuoi puoi trovare qualcosa più vicino alla città»). Uno stacco necessario, dopo 6/7 anni vissuti a tutto gas, 3 album, il successo, la causa contro Appel, i concerti, tutto consecutivamente.
Ecco entrare in scena la co-protagonista principale del film: la casa di Colts Neck, ferma a 30/40 anni prima in termini di arredamento, vista lago, vista acqua, quell’elemento così presente nella tradizione cattolica di cui Bruce è impregnato, ma ferma, senza la forza dirompente di un fiume in piena o dell’oceano, ferma come un lago, apparentemente, solo apparentemente calma. La casa diventa rifugio, collega, sostegno, ma anche minaccia, provocatrice, come una sorta di Overlook Hotel meno diabolica, con un Jack Torrance rock, che, come antidoto contro la pazzia, ha la sua chitarra ed un bloc notes dove buttare fuori demoni e fantasmi che finalmente emergono.
Un libro di Flannery O’Connor ed una televisione con 10 anni di anticipo sulla canzone ha già “57 channels and nothin’ on” che tra una neonata MTV e show di terz’ordine, programma a tarda notte La rabbia giovane (titolo originale, tu pensa, Badlands) di Terrence Malick. Tanto basta per far sprofondare Bruce in un vortice di autoanalisi, ricordi, rimpianti. E nella paura di non sapere come comportarsi una volta sceso da quel palco, da quella vita su cui si era semplicemente giocato tutto quello che aveva; o la va o la spacca, avrà pensato ai tempi di Born to Run; è andata, ma ora? «Beato lei che lo sa», battuta semplice, quella che rivolge al venditore di auto che lo ha già etichettato come “rockstar affascinante e maledetta”, che nasconde un tormento interiore che finalmente, mi ripeto, esce allo scoperto per farsi affrontare.
Chi sono? Cosa faccio? Cosa so fare? Sono le domande, insieme a quella forse più impegnativa da maneggiare: da dove vengo? Ecco quindi i flash back, con cui si apre il film. La scena di lui che entra al bar per chiamare il padre viene da Broadway, dalla sua autobiografia, da uno dei tanti, forse il più recente, momenti chiave a cui accennavo all’inizio: negli ultimi anni è evidente come Bruce tenda più a guardarsi indietro che avanti; dal libro allo spettacolo teatrale, da un disco orchestrale, dove leggo la voglia di riprendere i personaggi delle sue canzoni per un ultimo saluto a Letter to You, così carico di riferimenti alla sua giovinezza e alle persone che non ci sono più, passando per il tributo ai pezzi soul che nella loro malinconica energia riportano in vita i sixties e quella voglia di arrotolarsi le maniche della camicia, mettere il gomito fuori dal finestrino e immaginarsi di essere James Dean. Ecco quindi che anche tutte le uscite collegate a Nebraska (libro – film – box), per quanto spinte da un’etichetta ormai proprietaria del suo catalogo, rientrino comunque in questa attitudine di sintesi e bilancio.
Terrence Malick, si diceva: il film che lo tiene sveglio lo ispira e dà il via al processo di Nebraska. Fondamentale, non solo in termini musicali, è il momento in cui Bruce smette di raccontare la storia di Starkweather in terza persona singolare, ma passa all’io. Un artificio per coinvolgere maggiormente il pubblico, certo, ma anche il primo segno che questo non sarà un album come gli altri, né soprattutto una passeggiata di salute. Bruce non si limita a far parlare il serial killer in prima persona, Bruce si identifica in lui, identifica i fantasmi del passato, la paura del padre, la tensione insostenibile che respirava in casa da bambino, con quella “meanness in this world” che il serial killer accusa di essere la complice dei suoi crimini. Mentre nel film avviene l’ennesimo omicidio, il ricordo di Bruce che difende la madre commuove ed emoziona: diverse le azioni, decisamente diverse le conseguenze, ma uguale la “meanness in this world”. Ecco quindi che quelle canzoni, diventano il legame tra il Bruce bambino e l’uomo di successo che ha conquistato il mondo del rock. Ecco che dentro quelle registrazioni questo legame diventa suono, scricchiolio, eco, riverbero. Sono i fantasmi del passato, sono le notti sveglio ad ascoltare le litigate dei genitori, sono tutte le volte che Douglas provava a farlo diventare un combattente.
«Non vedo l’ora che l’esercito ti prenda e ti faccia diventare un uomo» diceva il padre al figlio ragazzo, ribelle coi capelli lunghi, aspirante musicista; lo stesso padre che gli insegna a colpire, che sembra perfino fiero di lui per la prima volta quando lo colpisce con una mazza da baseball per difendere la mamma. La figura di Douglas è centrale non solo nel film, non solo nella carriera di Bruce, ma in tutta la sua vita, crescita, maturazione, patologia. Incredibilmente bravo Stephen Graham ad interpretarne le fasi, le dipendenze, i silenzi, il declino. Dall’uomo che guarda il figlio dall’alto del suo sgabello nel pub, alla scena finale nei camerini di un concerto, Douglas è sempre protagonista, così come il percorso che porta suo figlio ad accettare e a comprendere le ragioni del loro rapporto. Nel mezzo, la storia, comune a molti, di un padre ed un figlio “too much of the same kind” che si cercano, si perdono e finalmente si trovano. Quando a Broadway Bruce racconta del sogno in cui era con suo padre sotto al suo stesso palco a vedersi suonare, indicandosi e dicendo al padre «ecco come ti vedo io», oltre a causare pianti incontrollabili, viene rappresentato un rapporto che è passato attraverso mille ostacoli. Quando il cameriere orientale gli offre la cena «perché è un uomo gentile» e Douglas risponde «lo sono davvero?», si compie il primo passo di avvicinamento tra i due; Bruce non vedrà più il padre come minaccia, ma come persona bisognosa di aiuto e questo processo si conclude a fine film: «Hai fatto del tuo meglio» gli dice e questo basta, perché dà senso a tutto e pone le stesse canzoni a lui dedicate in un’ottica più dolce. Anzi, in tutti i brani dove compaiono personaggi al limite, il fare del proprio meglio è la discriminante, che spiega anche l’assenza di giudizio.
«Avevo debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare»
«Chi volta le spalle alla propria famiglia non è amico mio»
«Stanotte incontrerò questo tizio e gli farò un piccolo favore»
«Se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo»
Douglas non abitava in My Father’s House, lui ERA My Father’s House, era “luminoso e splendente” sì, ma circondato da rovi e rami che strappano vestiti ed allontanano le persone. È stato fondamentale nel corso degli anni successivi che Bruce sia riuscito a rientrare in quella casa e che non abbia più trovato ad aprirgli estranei che non conoscevano la sua storia. È stato salvifico che i loro peccati abbiano in qualche modo trovato espiazione e soprattutto perdono.
La figura della madre, di Adele, nostra amica per osmosi, che abbiamo amato come fosse nostra mamma, per quello che ha rappresentato, per il sorriso che le abbiamo sempre visto nelle occasioni in cui era a fianco di Bruce, emerge per forza e determinazione; una donna di ferro, con il sorriso di un angelo e la passione per il ballo. Impossibile, nella scena in bianco e nero dove balla con Bruce bambino, non pensare alla chiusura del documentario “Road Diary” dell’anno scorso, dove sempre lei, pochi mesi prima di andarsene a 99 anni, offuscata dalla malattia, non rinuncia ad un ballo col figlio nel porticato di casa; lo stesso video che Bruce scelse per annunciarne la scomparsa, augurandosi, come ogni fan, che in paradiso ci siano bar dove suonano dal vivo, affinché lei possa ballare ancora.
Torniamo a Colts Neck, perché le registrazioni del “semplice provino” diventano qualcosa di più; diventeranno “il disco” ok, ma diventano anche il canale attraverso il quale Bruce sputa fuori il suo tormento; la casa lo aiuta, ne è complice e compagna in ogni rumore, in ogni eco non riproducibile, in ogni riverbero, nel ticchettio che Bruce fa tamburellando nervosamente ad inizio film e che si trasforma in Frankie Teardrop dei Suicide, colonna sonora tanto inquietante quanto perfetta per quei giorni; colonna sonora ideale per la scena della corsa in macchina, quando non era più questione di “racing in the street”, ma davvero era necessario qualcosa che lo “liberasse dal nulla”, prima che il nulla lo inghiottisse. Ogni brano viene filtrato dai ricordi e dal vissuto di Bruce, ogni bianco e nero, ogni casa in fiamme, ogni corsa attraverso campi di grano di fronte a case irraggiungibili che maceravano l’anima di Douglas tra rimpianto e rancore.
Non poteva mancare la parte dei rapporti umani, simboleggiata da Faye, che in qualche modo rappresenta l’archetipo delle relazioni sentimentali e delle difficoltà di Bruce a calarsi in esse pienamente. Personaggio di fantasia, summa di ragazze esistite realmente, Faye ha però la figlia, che aiuta Bruce ad un ulteriore transfer. Nell’innocenza della bambina Bruce vede sia sé stesso bambino che un’ipotesi di sé stesso genitore; il simbolo di questo rapporto per me è il cavallino giocattolo, quello che Bruce da bambino aveva in camera, quello che trova a Colts Neck e quello che (forse lo stesso di Colts Neck) regala alla bambina. Sembra dirle “so cosa vuol dire non avere un padre, so cosa vorresti da tuo padre, so cosa avrei voluto io da mio padre e cosa vorrei diventare come padre”. A mio avviso la rottura con Faye è dolorosa e catartica anche per via della figlia.
Ruolo cruciale da sempre, la figura di Jon Landau qui è impossibile da non evidenziare. Partiamo dalla fine, davanti ad un Bruce sull’orlo della crisi, lui ammette di non riuscire a gestire certe cose, ma mette su un pezzo di Sam Cooke e si siede vicino a lui, senza dire altro. Esserci, spesso è la cosa più importante e mentre Cooke percorre “l’ultimo miglio della strada”, per Bruce è di enorme conforto la sua presenza ed il tornare al momento del ballo con la madre in cucina, di cui ho scritto prima. Per capirne l’importanza, a prescindere da quell’articolo sul futuro del rock and roll, torniamo ad inizio film, quando Bruce conosce Faye ed il fratello di lei gli dice che diventerà famoso come Elvis. “No, No”, si schernisce subito Bruce, ma la differenza, tra le altre cose, che renderà impossibile, nel bene e soprattutto nel male, la similitudine è proprio Landau. La versione positiva, buona ed umana del Colonnello Parker, che nei camerini di Cincinnati a fine tour avrebbe forse preteso un incontro per programmare i prossimi singoli, esattamente come tutto il music business chiedeva a Bruce, richieste da cui Landau stesso proteggerà l’amico, invece di trascinarlo in un vortice probabilmente autodistruttivo. «In questo ufficio, il mio ufficio, noi crediamo a Bruce Springsteen», frase tra le più citate in riferimento al film, che spiega la differenza tra promuovere e sfruttare un artista ed il suo talento. E se in tanti uffici si crede ancora a Springsteen, merito vada riconosciuto a questo album e al suo coraggio.
«Il luogo da cui provieni non esiste più, il luogo in cui pensavi di andare non c’è mai stato, e il luogo in cui ti trovi non è buono a meno che tu non riesca a scappare. Dov’è un posto per te? Nessun posto… Niente fuori di te può darti un posto… In te stesso, in questo momento, è tutto lo spazio che hai».
La frase di Flannery O’Connor che Landau cita a Bruce e che in qualche modo lo sprona ad accettarsi e soprattutto a prendersi cura di sé stesso fa curiosamente da contraltare a quel “me ne sto andando per vincere” con cui inizia Born to Run, quella inquietudine del sentirsi fuori luogo in ogni posto, quella consapevolezza di doversene andare, per vincere, erano sintomi già presenti di quel male oscuro che finalmente Bruce accettò ed affrontò, rendendo la scena dove lui, senza una parola, scoppia in lacrime davanti allo psichiatra, un momento definitivo.
Jeremy Allen White è bravissimo, nelle espressioni, nei silenzi, nel modo di piegare la testa e di guardare; ma soprattutto è incredibile il modo identico in cui cammina come Bruce; la scena di quando entra a Colts Neck per la prima volta e si aggira nei corridoi è presa paro paro dalle foto circolate per la copertina ed il libretto di Nebraska e lui le ricrea perfettamente.
Manca, non a caso, la E Street Band, presente per un pugno di minuti, senza che nessuno di loro dica una parola, quasi come fossero semplici turnisti. Non è questo il film per raccontare la loro storia, se mai ce ne sarà uno. Curiosamente le scene di musica dal vivo più lunghe non sono con loro, ma con i Cats on a Smooth Surface allo Stone Pony. Bruce doveva passare attraverso tutto questo da solo, per questo La Band è messa temporaneamente in un angolo; tornerà alla fine, nella scena del concerto che stiamo scervellandoci per capire quale fosse, ma nemmeno allora si vedrà, perché prima c’è da chiudere un cerchio.
Ad un certo punto nel film Douglas carica Bruce sul suo camion e lo porta a vedere un film del terrore; nelle scene più spaventose, Bruce sembra cercare il coraggio di stringere la mano al padre, ma non ce la fa, per paura di deluderlo. Tornerà a rivederlo da solo, vedendosi seduto fianco a fianco con Douglas, spaventato e bloccato nell’espressione dei propri sentimenti. Tutto questo trattenere, esploderà nella festa di paese quando vedrà sé stesso in tutte le fasi del suo cammino, figlio o fidanzato che sia, e tutti lo guarderanno, chiedendogli di aiutarsi.
Nei camerini, il momento padre – figlio è struggente, l’imbarazzo di Bruce, la determinazione di Douglas, più forte del suo stesso imbarazzo, per quel gesto così semplice, tenero ed infantile che sembra riportare indietro il tempo. Bruce racconta che pochi giorni prima della nascita del suo primogenito, suo padre lo venne a trovare a sorpresa e gli raccontò di quando stava per nascere, nel lontano 1949, passando una giornata padre-figlio, quasi come fosse un passaggio di testimone, prima che il figlio diventasse a sua volta padre. L’uomo al pub è tornato a casa, ha visto suo figlio cercarlo sui palchi di tutto il mondo e forse ora è in pace.
«Ricordo il giorno in cui ricevetti l’avviso di presentarmi alla visita militare; non lo dissi ai miei genitori e tre giorni prima della visita io ed i miei amici ce ne andammo via e restammo svegli per tutta la notte, e salimmo sul bus per andare quella mattina… Dio, eravamo così spaventati! Andai, e fui scartato. Tornai a casa, ricordo che ci tornai dopo essere stato via per tre giorni. Entrai in cucina, mio padre e mia madre erano seduti là…». Lui disse: «dove sei stato?» e io risposi: «a fare la visita militare». «Come è andata?». «Non mi hanno preso». E lui disse: «Sono contento».






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