T E A T R O
Articolo di Mario Grella
Il teatro di Stefano Massini, è sempre stato un teatro didattico, se mi si passa la terminologia brechtiana. In fondo anche la sua opera più celebrata, Lehman trilogy, è una lezione politico-economica, oltre che una straordinaria pièce teatrale. Lo è anche Donald spettacolo quest’anno in cartellone al Piccolo Teatro di Milano, come spettacolo è anche il bellissimo monologo Alfabeto delle emozioni in giro per l’Italia da qualche anno e visto in scena qualche sera fa al Teatro Faraggiana di Novara. E tanto per ribadire la didatticità del suo teatro, Massini incomincia a recitare con l’esplicitazione della teoria elaborata dallo psicologo Paul Eckman, che afferma che le cosiddette “emozioni primarie”, che ci consentono la conoscenza del mondo, sono sei, ovvero gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto.

Da esse discendono poi le emozioni secondarie, ma sempre di emozioni si tratta. Eppure, nella nostra educazione, prima o poi, qualcuno ci ha insegnato (a scuola, in famiglia, nel lavoro) a diffidare delle emozioni a vantaggio del cervello produttore della cosiddetta razionalità. Dice infatti Massini in apertura: «Fin da piccoli ci insegnano a non mostrare le nostre emozioni: piangere in pubblico è, ad esempio, sbagliato, paura dimostrazione di debolezza. A fronte della melassa che ci dicono sulle emozioni, queste allora vengono represse, nascoste o considerate peccato o malattia». L’alfabeto delle emozioni procede quindi come un gioco in cui Massini estrae da uno scatolone alcune lettere dell’alfabeto che fanno riferimento a parole che danno poi spunto all’attore per raccontare storie legate alle emozioni. Lo spettacolo insomma è sempre diverso, quasi un gioco (e anche questo a molto a che fare col teatro brechtiano).

E allora, per esempio, l’estrazione della lettera T, come tristezza, è lo spunto per raccontare un aneddoto della vita di Annibale Carracci, “pittore che dipingeva la realtà, non sapeva usare photoshop” come dice Massini e che spesso fu rifiutato dai suoi committenti perché mostrava le cose come erano, in tutta la loro verità. La tristezza, sembra per antonomasia una delle emozioni da nascondere sempre, come la pittura di Annibale Carracci dimostra disvelando la realtà, poiché se ci mostra come siamo, allontana da noi l’idea che dovremmo mostrarci come gli altri vorrebbero vederci. Così come, tra le lettere “estratte” nella rappresentazione novarese la lettera N come nostalgia, Massini la lega abilmente alla nostalgia descritta da Wolfgang Goethe che alberga nel suo desiderio di tornare a casa una volta in viaggio, emozione che contrasta contemporaneamente con quella voglia di fuggire che prima o poi tutti sperimentiamo. Avendo sempre amato molto il monologo, dopo il coinvolgente e travolgente “Tre modi per non morire” di Tony Servillo e Giuseppe Montesano, rappresentato qualche settimana fa allo Strehler di Milano, non posso che salutare con favore lo spettacolo di Massini che si conferma essere uno degli uomini di teatro (drammaturgo, regista, attore), più capaci della scena, non solo italiana.




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