T E A T R O


Articolo di Alessandro Tacconi

Conta. Uno. Due. Tre.
N’altra volta, disgrasià!
Uno. Due. Tre.
Son tre i panelli in scena. Mia tant roba, né!
Aspetta un momento.
Ma lui, l’atturon entra no dal palco. No, lù entra da la sala.
E conta pure lui. Conta quelli del pubblico.
Cunta en almandese, tedesco.  Perché el cunta il publico?
Vorrà veder quanti biglietti ha venduto questa sera!
Aspetta perché alla fine capisci perché conta, non adesso.
Alla fine capisci. Non prima. Dopo. Non adesso.
Adess vardo, ‘sculto. Che ghe pènsem dopo à la soluziòn de la cunta dell’adess.

Perché una recensione con questo stile?
Quante cose volete sapere! Non vi basta leggere? No, volete sapere! Allora vi dico che Mario Perrotta con mano “à la Testori” ha scritto uno spettacolone.
L’ha butà denter el tedesc, el pensiero svirgulo, el dialet de Reggio Emilia, la sgangherìa di animo…   
Oltre allo stile della scrittura, che recitazione!
Quand l’è entrà l’era tutt incassà. Uh se l’era rabià. Pareva ch’e voleva morsicà il pubblico.
“Aiuto!” ho pensato, “Si sbrana il pubblico. Avrà fame!”.
L’attore mangia dopo lo spettacolo. Non prima. Né durante.
Perrotta, speta un moment a sbranass el publico.
Anche se la platea è spesso “pubblico bue”.
E il bue te lo smangi: la costata, il filetto, la bistecassa. Boja che fam!
Perrotta, adesso non puoi mangiarti il pubblico, altrimenti chi ti applaude alla fine della performance.
Dopo che plaude allora lo mangi, prima no!

Il testo. Accidenti che testo ha scritto. Un gran pezzo di testo.
Dentro e fuori la testa del pittore del Po.
Toni Laccabue. Figlio illegittimo di…
Sturtà de co’. Frollo di meningi.  Pure il gozzo c’aveva el pitùr.
Onanista professionista, anche se non sapeva che cosa fosse “sto onanismo”.
Il racconto di una vita vissuta nella sofferenza. La disperata ricerca di un pizzico di affetto, di amore, e di comprensione. Un bisogno che è diventato un urlo attraverso i suoi quadri.
L’è sta’ no fortunà, il Toni. Minga de fortuna pel bimbulìn, insturtà nel testìn. Testa storta. Pensieri sguinci.
Solo una mano svelta a disegnare. Quella pareva che andasse da sola, finché non la colse la paralisi.
Solo quella mano gli regalava qualche carezza gentile. Quella mano con cui si carezzava di continuo.
Perché di solito riceveva queste risposte: “Sta sù de’ doss, malnà!”.
Tutta la vita a chiedere: “Dami un bès”.
Ma niente bès da la su’ mama: “Domani, Toni… ‘N’altra volta, Toni…”.
El so pà? L’andò via anca prima ch’el nasceva.
L’alter pà, l’ha ciapà per la so’ mama, ma niente bès, nanca da lù.
Nient bès MAI da una donna. Nemmanco se le faceva il ritratto.
“To’ el quader, adess dami un bès!”
No, mai! MAI MAI MAI un bacio per il malnato, per il matto, per Toni Laccabue.
-Dillo bene, su!
-Mai un bèso pel pitùr Artista Antonio Ligabue.
Ah finalmente l’hai pronunciato bene il nome dell’artista.

Al Teatro Menotti, lo spettacolo Un bès. Antonio Ligabue è stato in scena dal 4 al 9 novembre. Mario Perrotta ha fatto proprio un gran lavoro sul testo e sul corpo in scena. Corpo che si agita. Corpo che cerca un senso alla sofferenza del personaggio anche su tre panelli su cui disegna.
L’è bun anche de desinnà el Perrotta!
Facce disegnate di tre malnà che sfutevan el Toni.
E il disegno del bel corpo della lavandaia, mentre canta.
Bèla la lavandera. Bei gamb. Bei cavei.
“To’ el quader, adess dami un bès”.
No, mai un bacio per Ligabue il malnato.
L’aturòn l’ha fa’ una granda interpretasiòn. S’è svirgulà anche lui el co?
Possibile perché l’interpretazione è stata davvero impressionante.  “Voglio stare anch’io sul confine e guardare gli altri…” dice Perrotta.
“E, sempre sul confine, chiedermi qual è dentro e qual è fuori”.

Sulla scena porta la sofferenza della distanza che vivrà sempre Antonio Ligabue rispetto al genere umano.  La recitazione è stata talmente emozionante che il pubblico a un certo punto ha dovuto applaudirlo, anche se lo spettacolo non era ancora finito. Speta a plaudére. L’è no finida l’istoria del pitùr. Speta un mument. El publico duveva smulà la tensiùn e allora va’ di battiti manuti. Plaudi. Batti i màn, publico. Clappa clappa così allenti la tensiùn.  
Lo spettacolo è stato ideato, scritto e messo in scena, progettato nella scenografia (scarna) e per le luci dallo stesso Perrotta. È stato coadiuvato alla regia da Paola Roscioli. La produzione è stata a cura di Permar e del Teatro dell’Argine.
La fine el publico plaudeva plaudeva, plaudeva e plaudeva…
La finiva più. Ancora clappete e, clappete clappete… clappete.
E gh’aveva ragione.
Uno spetaculòn inscì quando lo rivedi? 

Photo © Luigi Burroni

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