I N T E R V I S T A
Articolo di Michele Franchi
Abbiamo incontrato Garbo in occasione dell’uscita del suo nuovo lavoro Garbo 50: Sulle Cose Che Cambiano, un album che celebra cinquant’anni di carriera ininterrotta. Pioniere della New Wave italiana e instancabile sperimentatore sonoro, Garbo ha attraversato due secoli e due mondi musicali, passando dal mainstream degli anni ’80 alle scelte indipendenti e autarchiche che hanno caratterizzato la sua produzione dagli anni ’90 in poi.
In questo disco, registrato dal vivo insieme a Eugene, vengono riproposti e riarrangiati in chiave elettronica i brani storici e quelli meno noti, catturando l’essenza di oltre sei anni di concerti. Un vero e proprio “Best” che suggella un percorso artistico unico, pronto a essere celebrato anche sul palco del Legend Club di Milano il 4 dicembre 2025. Con Garbo abbiamo parlato di questo importante traguardo, del senso del cambiamento e della sua visione musicale che continua a rinnovarsi senza perdere autenticità.

Lo contattiamo qualche minuto prima dell’orario concordato, ma la risposta è comunque pronta, come immediata è l’empatia che trasmette. Si sente che è in gran forma, voglioso di raccontare e raccontarsi di questi primi cinquant’anni di carriera.
Cinquanta?
Certo. Io già nel settantacinque destinavo i soldi delle vacanze al noleggio della sala prove. Erano i primi demo, ora ho perso il conto degli album.
Cosa devono aspettarsi i tuoi fedelissimi fans dalla tua nuova fatica?
Si tratta di un album live, dove ripercorro la mia ormai lunga carriera. Saremo sul palco solo io ed Eugene (n.d.r. polistrumentista elettronico con Garbo da sei anni) ad alternare vecchi classici a pezzi più recenti. Il tentativo è quello di replicare in chiave moderna l’atmosfera dei miei primi tour, quando mi esibivo solo con tre registratori a bobine.”
A proposito di Eugene, la vostra interazione permette varianti sempre nuove.
Certo, siamo in sinergia da anni ormai. Questo permette che una performance non sia mai uguale ad un’altra. Sul palco ci lasciamo molta libertà artistica, lasciandoci influenzare anche dalla risposta del pubblico.

Un pubblico che ti segue fedelmente, conscio che proporrai ogni volta una tua verità.
La mia è una verità prettamente artistica e sperimentale: dicevo che il cammino ormai è lungo ma c’è sempre la possibilità di essere nuovi.
Siamo all’album ventitré: è cambiato qualcosa nel tuo modo di raccontare?
Mah… preferisco non entrare mai nell’ambito della politica. Sono interessato, invece, all’aspetto esistenziale. Non bado alla cronaca, come fanno i cantautori, le mie sono piuttosto sequenze di immagine.
E questo a che altra verità ti ha portato?
A come il mondo si sia rovesciato. Ti dico solo che ero a Berlino nell’ ’ottantuno e c’era una tensione che si respirava. Tutto questo, però, non ha impedito ai ragazzi di tramutarla in creatività. Nei locali si suonava sino alle sette del mattino: un movimento di coscienze impressionante. Questo fermento creativo è stato alla base degli artisti della mia generazione: schegge impazzite colme di talento. Ma ora? Tutto preconfezionato, dove il diverso è avvertito come una minaccia non controllabile dal sistema. Orwell aveva ragione.
Il sistema ha sempre funzionato così?
No. Io a Sanremo nel 1984 non ci volevo andare. Furono Gianni Ravera e Pippo Baudo a convincermi a partecipare. Volevano qualcosa di diverso. Volevano Garbo. Impensabile oggi”.
Lo spieghi molto bene in ‘Nel vuoto‘, tuo ultimo lavoro in studio…
Certo. Parlo di vuoto artistico ma anche umano. Sono passato dal cantare dell’angoscia della guerra fredda all’orrore di quella vera. Basta guardare a cosa succede oggi.

A proposito di studio, prevedi di entrarci per un nuovo lavoro?
Come ti dicevo prima, io ho necessità di rinnovarmi continuamente. Se riuscirò ancora a farlo e se ci sarà il tempo perché no?
La gentilezza dell’uomo (Renato Abate, ndr) unita alla raffinatezza dell’artista, incanalano la conversazione in una vera e propria esperienza artistica, tanti sono gli aneddoti che emergono e le riflessioni annesse. Allora ci proviamo...
Ehm, un libro?
(sospiro), (risata)…sono pigro.”






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