T E A T R O
Articolo di Daniela Pontello
Emma Dante illumina l’atroce ritualità del femminicidio: il dramma di chi muore, ma è condannata a risorgere per servire. Con L’angelo del focolare porta in scena al Piccolo Teatro l’orrore della violenza domestica, trasformandola in una metafora straziante e brutale dell’annientamento femminile. Lo spettacolo non si limita a raccontare un singolo episodio di femminicidio, ma ne svela la natura più profonda: una condanna a morte che non concede riposo, un sacrificio che si ripete senza fine.
L’opera è stata per me un crudo, ma necessario, esercizio di riconoscimento: la manipolazione del “Dovere”. La messa in scena spietata di ciò che accade quando si viene ridotti a un oggetto da chi ti dovrebbe amare.

La trama si concentra sulla figura della moglie (interpretata da Leonarda Saffi) che giace a terra, uccisa dal marito (Ivano Picciallo), spesso con l’oggetto domestico per eccellenza: il ferro da stiro. La genialità crudele della Dante risiede nel meccanismo teatrale: la donna morta non è abbastanza morta. È condannata a rialzarsi, ogni giorno, per riprendere i suoi compiti di cura e servizio, subendo l’indifferenza o la violenza del marito e del figlio (David Leone). La morte, che dovrebbe essere la fine della sofferenza, diviene l’inizio di un’atroce ritualità. La vittima è intrappolata in un limbo casalingo dove la sua esistenza è definita unicamente dalla sua utilità per gli altri. Emma Dante non indaga il “perché” dell’omicidio, ma la conseguenza sociale e morale di esso: l’incapacità della società (qui rappresentata dalla famiglia) di riconoscere il valore di una vita sacrificata, rendendo la sua morte “insufficiente”.

Per chi come me è stato vittima di manipolazione, il cuore dello spettacolo non è tanto l’atto finale di violenza, quanto il perpetuo obbligo di risorgere. La donna, colpita e uccisa, non riceve la pace; è costretta a rialzarsi per adempiere ai suoi doveri: pulire, servire, essere muta. Questo ciclo infinito rispecchia la trappola psicologica più insidiosa: l’annullamento della volontà. La manipolazione ti convince che la tua esistenza ha valore solo in funzione di ciò che dai all’aggressore. Ti convinci che il tuo dovere è più forte del tuo diritto a vivere. Vederla in scena non è stato solo guardare una vittima, ma rivedere se stessi nell’obbligo autoimposto di “funzionare” anche dopo essere stati distrutti. Quando vieni picchiato “come un oggetto”, è perché la tua persona è già stata svuotata, prima psicologicamente. Sei già una “cosa” nelle mani del tuo aggressore. Ho percepito il peso di ogni colpo, non solo sulla carne dell’attrice, ma sulla mia memoria. E ho capito che l’orrore più grande è l’indifferenza con cui i personaggi agiscono intorno al corpo maltrattato.

Lo stile di Emma Dante, crudo, fisico e privo di filtri, si manifesta con tutta la sua potenza. La scenografia riproduce un ambiente domestico che diventa la prigione della protagonista. L’uso di linguaggio esplicito e scene di violenza non è mai gratuito, ma funzionale a scardinare la retorica del “focolare domestico” come luogo sicuro.
L’angelo del focolare è un’opera che fa male, e deve far male.

Photo © Masiar Pasquali






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