T E A T R O


Articolo di Mario Grella

Se dovessi trovare obbligatoriamente un difetto allo spettacolo di Umberto Orsini, Prima del temporale, visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano, potrei dire che in fondo è uno spettacolo un po’ autocelebrativo dove, con uno stratagemma drammaturgico piuttosto ben fatto, Orsini appare nel camerino di un immaginario teatro, in attesa di andare in scena. Quel momento e quel luogo, lo inducono a confezionare una deliziosa madeleine sulla sua carriera e su una bella fetta non solo del teatro italiano, ma anche della televisione, del cinema e, in fondo, della cultura italiana, quella che potremmo definire un po’ impropriamente “di massa”. A preparare l’impasto della madeleine ci pensa la regia di Massimo Popolizio che guida l’attore nei momenti che precedono la messa in scena di un classico del teatro, Il Temporale di August Strindberg.

E allora parte proprio da là lo scorrimento all’indietro del nastro fino all’infanzia di Umberto, bambino in età scolare e poi al tempo delle prime letture (come quel Dove corri Sammy? di Budd Schurberg), quindi alle voci interiori che lo spingono verso la scena e non verso l’avvocatura come avrebbe voluto papà Ettore, fino all’audizione presso l’Accademia di arte drammatica di Roma, quando il ragazzo venuto dalla nebbia (non solo meteorologica) di Novara è chiamato a cimentarsi con un brano da L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello. Il giovane Orsini, nel suo viaggio in treno da Milano Centrale a Roma Termini, avrebbe dovuto leggere come un segno del destino l’incontro casuale con Orson Welles presente sullo stesso treno. Infatti appena giunto a Roma, Orsini è già alla ricerca di altri incontri meno casuali: cerca per esempio di andare ad alloggiare alla Pensione Salaria per il semplice motivo che in via Salaria abitava anche Luchino Visconti, mentre finirà invece, per motivi economici, ad abitare a Piazza Bologna, senza che questo gli impedisca di intraprendere una carriera che definire brillante sembra quasi affermare una banalità. Nel 1957, la sua entrata al Teatro Eliseo che divenne poi la sua casa; quindi è tutto un profluvio di ricordi che vanno dalle grandi rappresentazioni teatrali, come quella del debutto con Il Diario di Anna Frank, fino alle più recenti importanti interpretazioni, delle quali mi piace ricordare Copenaghen di Michael Frayn, con lo stesso Massimo Popolizio nei panni dello scienziato Werner Heisenberg e con Orsini in quelli di un memorabile Niels Bohr. Nel flusso della memoria ci sono anche I Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, per la regia di Sandro Bolchi, in cui Orsini nella parte di un indimenticabile Ivan colpì moltissimo, era il 1969, me bambino seduto davanti a quella televisione a due canali in bianco/nero, che allora era un prezioso strumento formativo e non la cloaca d’ogni nefandezza che è (anche) la televisione d’oggi.

Poi grande spazio alla leggerezza e alla tristezza con l’incontro con tanti personaggi anche del mondo dello spettacolo leggero come le gemelle Kessler, una delle quali Hellen, a lui fu sentimentalmente legata. Toccante anche il triste saluto a Rossella Falk o l’omaggio (inaspettato) alla Cavallina storna di Giovanni Pascoli. Nel grande caleidoscopio orsiniano passa davvero una fetta consistente del mondo dell’immaginario di quelli della mia generazione (e anche di qualcuna prima e dopo): L’Arialda per la regia di Visconti, Metti una sera a cena, con la regia di De Lullo, Chi ha paura di Virginia Woolf? per la regia di Franco Zeffirelli, I masnadieri diretti da Lavia. E c’è persino posto per l’impensabile, come la partecipazione di Orsini al film Emmanuelle 2 con il piccante incontro con l’attrice protagonista Sylvia Kristel, ma anche per l’Orsini foto attore “bambolotto” per i fotoromanzi del leggendario settimanale Bolero film. È stato bello, ricordare con lui un pezzo della storia di tutti; forse meno bello per lui ricordare una schiera di attori, registi, donne e uomini dello spettacolo e della cultura, ormai scomparsi da anni (come il grande amico-attore Corrado Pani). Sopravvivere a tutto e a tutti è stata certamente una fortuna, ma essere sopravvissuto così, con la capacità di tenere incollato alla poltrona il pubblico del Piccolo Teatro Grassi, abituato al meglio del meglio, non é facile. Standing ovation più che meritata per il ragazzo partito con la valigia da Novara dove, ricordiamolo, ha inaugurato la tournée di questo raffinato e godibilissimo spettacolo.

Photo © Claudia Pajewski  

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