R E C E N S I O N E
Recensione di Luca Onyricon Giglio
Nel 2023-24, il celebre arrangiatore Mark Masters ha portato in studio il suo superbo ensemble, con sede nella California meridionale, per registrare due album tributo. Il primo, Sam Rivers 100, di cui ho già parlato qui, è stato dedicato alla musica del compianto sassofonista in occasione del centenario della sua nascita; il secondo, Dance, Eternal Spirits, Dance!, a quella di un altro rinomato sassofonista, Billy Harper, che non solo è ancora vivo all’età di ottantadue anni, ma è anche ospite solista in entrambe le registrazioni. A differenza di Rivers, che è passato dal bop al free jazz verso la fine della sua carriera, Harper proviene dalla scuola hard bop di Dexter Gordon/ Wardell Gray/ Hank Mobley, di cui è tuttora un devoto studente e promotore. I suoi spartiti sono quindi più in sintonia con la consueta offerta dell’ensemble, che enfatizza ma non si limita a composizioni e arrangiamenti fondamentalmente diretti e swinganti, in una modalità jazz più paradigmatica. Masters ne trae pieno vantaggio, scrivendo grafici percettivi che conferiscono luminosità e importanza ai temi di Harper.

Quanto allo stesso Harper, suona da solista in ogni brano tranne uno e suona più acuto e creativo che mai. Porta con sé anche la sua pianista, la collega di lunga data Francesca Tanksley, che ravviva notevolmente il risultato finale ad ogni intervento, accompagnando in modo impeccabile e aggiungendo una voce solista eloquente in quattro pezzi. E a proposito di voci soliste di grande impatto, l’ensemble ne ha diverse, tra cui i trombettisti Tim Hagans (ex membro della squadra di punta dell’Aeronautica Militare statunitense Airmen of Note) e Aaron Janik, i tenori Jerry Pinter e Kirsten Edkins e il trombonista Ido Meshulam. Ci sono altri elementi dietro le quinte, ma nessuno di loro suona da solista in questa sessione. Invece, è Harper a portare la palla più spesso, ed è un corridoio veloce e robusto che segna sempre. Scrive anche bene, il che rende il compito di Masters, se non facile, almeno meno impegnativo.
Le composizioni spaziano dalle esplosive Insight, Was It Here…Is It There? a ballate suadenti come If One Could Only See, con diverse piacevoli tappe lungo il percorso. Masters usa le sue capacità di arrangiamento per accentuare i momenti più brillanti, conferendo discernimento e calore ai temi già menzionati, così come all’affascinante Croquet Ballet, all’armonicamente agile Seventh Day, alla profonda sfumatura di Credence, al valzer in tonalità minore The One Who Makes the Rain Stop e alla seducente canzone del titolo, dal tempo medio. Due album che rendono omaggio a due musicisti diversi ma ugualmente apprezzati e sebbene ciascuno di essi sia impressionante di per sé, si sposano particolarmente bene insieme.
Se la musica di Sam Rivers è spesso descritta come cerebrale e introspettiva, il lavoro di Billy Harper si colloca al polo opposto: estroverso, esuberante e generoso di sentimento. Eppure le sfide compositive non sono meno impegnative. La musica di Harper è meticolosamente strutturata, ma respira di una gioia cinetica che pulsa in ogni battuta. Le sue introduzioni, in particolare, sono concepite come aperture cinematografiche, immersive, misteriose, che sollevano sempre la domanda: dove stiamo andando? E quando la risposta arriva, è sempre trasformativa. La musica di Harper continua a offrire un vivido punto di accesso al linguaggio jazz per le giovani generazioni, il suo lavoro, sebbene radicato in tradizioni spirituali e afrocentriche, sembra senza tempo nella sua energia e chiarezza. “Billy non scrive secondo una formula. Ogni composizione ha una sua personalità”, spiega Masters.
Il contrasto tra i due album è deliberato e illuminante. La scrittura di Harper è strutturata con precisione, dove alcuni motivi fondamentali devono rimanere intatti e tutto il resto deve essere costruito attorno a essi. Rivers, al contrario, spesso si limitava a fornire una melodia e una serie di cambi di accordi, aprendo la strada a interpretazioni più libere e spontanee. Questa differenza si riflette negli album stessi: se in Sam Rivers 100 abbiamo due brani completamente improvvisati eseguiti da un ensemble ridotto, Dance, Eternal Spirits, Dance! presenta addirittura un’orchestra di 17 elementi, tra cui la già citata Francesca Tanksley. Il trombettista Tim Hagans, partner abituale
nei progetti di Masters, suona invece in entrambi i dischi. La sua presenza fa da ponte tra i due, aggiungendo continuità anche quando la musica cambia radicalmente nel tono e nello stile. “Si
trattava di due sfide molto diverse”, afferma sempre Masters “Ma entrambe erano ugualmente avvincenti.”
Presi insieme, Sam Rivers 100 e Dance, Eternal Spirits, Dance! sono più che semplici dischi, sono dichiarazioni d’intenti. Fanno rivivere le opere di due maestri del jazz non come semplici pezzi da museo, ma come forme vive. Come tali, non appartengono solo alla vostra collezione, ma anche alle vostre conversazioni, alle vostre lezioni e, soprattutto, alle vostre orecchie.
Tracklist:
01. Was It Here…Is It There?
02. The One Who Could Make The Rain Stop
03. Croquet Ballet
04. If One Could Only See
05. Dance, Eternal Spirits, Dance!
06. The Seventh Day
07. Insight
08. Credence
Photo © Susan Miyamoto


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