R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Mario Montella è un pianista napoletano di formazione classica oltre che jazzistica, al suo esordio discografico con l’album Elsewhere per l’etichetta Abeat Records. La formula triadica con cui Montella si presenta vede al suo fianco il contrabbasso di Gianfranco Coppola e la batteria di Giuseppe D’Alessandro. La band così organizzata sembra voler afferrare la coda del jazz melodico del novecento, di stampo soprattutto billevansiano ma nel farlo non trascura di tracciare l’emozionante profilo di una propria, ben definita forma di linguaggio. L’album vive di misurati cambi di passo e di quelle sospensioni che nel radar degli ascoltatori diventano segnali da decifrare, una chiave d’accesso per decriptarne il titolo un po’ misterioso. Infatti non è specificato in quale luogo sia rintracciabile questo altrove ma del resto, come racconta l’Autore in un’intervista rilasciata a Davide Riccio per Kult Underground, raccolta il 18/11/25, “…Per me la musica è contatto. A volte rappresenta un collegamento con me stesso, con quello più profondo…”. Anche se il tutto non si configura come un unicum all’interno della recente produzione pianistico-jazzistica europea, l’adozione di una prospettiva melodico-armonica orientata alla ricerca per lo più della luce della consonanza e non di un’urgenza espressiva immediata, rivela un approccio metodico ponderato, privo di scappatoie superficiali.

L’ideazione formale, sorretta da un pianoforte che insegue spesso linee melodiche cantabili, delinea una struttura progettuale dal profilo piuttosto analitico, senza però ostacolare lo spontaneo fluire di una musica che scorre tra elegiaci paesaggi sonori ed agrodolci accenni di movimenti be-bop, guidati con polso sicuro e senza superflui eccessi. Montella, in effetti, non si fa soverchiare da troppo entusiasmo ma eventualmente lo addomestica e lo trasforma alchemicamente in una forza dinamica introspettiva. È pianista avveduto, un attento rifinitore di dettagli, per cui le sue composizioni si dimostrano aperte e respiranti, spalancando finestre su un mondo tutto da esplorare concretamente. Il pianoforte diventa una bussola preziosa per non smarrirsi, mentre la ritmica lavora di fino al fianco del leader, evidenziando la natura pulsatile della musica così prodotta. La poetica del trio si distanzia piuttosto consapevolmente dai modelli afro-americani contemporanei, preferendo un’estetica più ammorbidita con pause e variazioni dinamiche ridotte al minimo, utilizzando un linguaggio fatto spesso di allusioni, di silenzi e di tensioni smussate, di gesti minimi che crescono nella loro stessa eco. In tale contesto, la voce pianistica di Montella appare già intrisa di una maturità talora fin troppo severa, che mira alla densità del significato e non solo alla brillantezza dell’espressione. La musica procede con un traffico di idee fitte ma leggere, scambiate con pudore e complicità. Ogni frase sembra suggerire una direzione possibile, ma nessuna che desideri essere definitiva. Ho l’impressione, infatti, che Elsewhere sia per Montella un album che non punti a tutti costi ad un particolare obiettivo, se non quello di avvicinarsi – ed è il viaggio più complicato – alle radici del proprio essere. In questa ricerca che si estende evidentemente anche al resto del gruppo, il jazz torna linguaggio libero, lirico, capace di accennare più che descrivere. La musica, come altre forme d’arte, dovrebbe celare invece di svelare, essere enigmatica proprio per la sua lingua non verbalizzata che può alludere senza dichiararsi apertamente. Questo debutto non fa in effetti concessioni, sceglie l’essenzialità, la profondità di un ascolto facilitato dalla scorrevolezza delle melodie. L’intero lavoro sembra muoversi quindi entro un regime controllato, esprimendo una tensione che non sfocia mai in esuberanza ma che sembra abitare una dimensione differita in perenne sospensione temporale, nella continua necessità di raccontare ciò che sfugge, di avvicinare ciò che è lontano, di rendere udibile l’emozione che esiste prima delle parole.
Nella migliore tradizione di certo pianismo intimista, il primo brano dell’album, Italy, ha il tocco raffinato dei maestri statunitensi, qui forse più vicino a Jarrett che non a Bill Evans, soprattutto nella chiave di ricerca di sviluppo melodico. Le note pianistiche sono leggere e dimostrano una raffinatezza di tocco decisamente non comune. Nella prima parte Montella procede in solitudine, riempiendo l’ascolto con i riverberi delle note che si dilatano tra i silenzi. Le traiettorie sono chiare e lineari e diventano più meditate quando la ritmica si affianca all’Autore con passo estremamente discreto. Poi, dopo una pausa di raccoglimento, i tempi accelerano moderatamente e il pianismo si sbroglia e s’accresce in un be-bop non insistito ma che lascia anzi lo spazio sia per un intrigante assolo di contrabbasso che per una serie di stacchi percussivi interposti tra una frase e l’altra. Lo stile quasi fugato di Montella, le geometrie ritmiche che lo circondano rendono questo brano un piccolo gioiello e deliziano l’ascoltatore ricollegandolo ad un jazz schietto, un’ursprache che forse noi ascoltatori, tentati da continui sperimentalismi sonori, rischiamo di dimenticare. Lunar sembra inizialmente una ninna-nanna dalla struttura molto semplice. Ma è quello che viene dopo che emoziona maggiormente. Un esempio di note pensate, meditate, cercate una ad una senza l’abitudine schematica di certe improvvisazioni mandate a memoria per riempire e saturare spazi, anziché farli respirare come in questo caso. Si potrebbe pensare quasi ad un Clair de Lune a poco più di un secolo dopo la morte di Debussy, evidentemente non per un confronto compositivo ma per il nuovo impressionismo insito in un brano come questo di Montella, favorito da un perfetto tocco pianistico, forse il frutto studiato e sudato – presumo – dell’impostazione classica. Ecco l’altrove, mi verrebbe da pensare, in questo rispecchiamento tra il dentro ed il fuori, laddove il chiarore lunare favorisce la riflessione e l’introspezione. Ancora un assolo con Coppola e il suo contrabbasso di carezzevole compostezza che compare circa a metà brano.

Las Vegas cambia radicalmente l’atmosfera per andare in direzione di Petrucciani, mostrando una brillantezza e una gioiosa vitalità che mi ha ricordato il maestro francese. Dopo una breve rullata di D’Alessandro, inaspettatamente compare un altro assolo di contrabbasso, proposto in modo insolito un po’ precocemente, prima della parte solista di pianoforte. Il be-bop di Montella è molto equilibrato, estremamente piacevole e non ossessivo. Questa volta niente stacchi di batteria ma un assolo vero e proprio che si snoda tra qualche accordo di pianoforte. Anche qui bisogna rilevare il senso della misura, questa volta di D’Alessandro, che gioca semplicemente sui ritmi con una discrezione d’altri tempi, favorendo una delicata improvvisazione accordale di piano, prima della ripresa tematica. Habemus Papam pare un’improvvisazione totale, quindi presumo senza alcuna scrittura preventiva. Generalmente di fronte a prove di questo tipo tendo ad irrigidirmi perché spesso si tratta di momenti velleitari, ma in questo caso il trio procede con passo felpato, senza stridori né dissonanze, trovando spunto partendo dal contrabbasso suonato con l’archetto e da un pianoforte che gli vibra tutt’attorno cercando di armonizzarsi con la sequenza delle note basse. Poi Montella apre l’estensione cromatica della sua tastiera, incrementando un poco le dinamiche sonore. Non sempre il gioco riesce bene ma il trio non forza la mano e tutto resta confinato in una sperimentazione comunque controllata. Ballad of Fairies and Witches cerca tra inquieti accenni dissonanti di portare l’ascoltatore verso un mondo un tempo abitato da creature fiabesche e fantastiche, almeno nelle intenzioni dell’Autore. In realtà il brano riecheggia melodie dal sapore tradizionale, sulle quali il pianoforte costruisce interessanti trame armoniche, accompagnate da una ritmica ipotrofica ma anche, di seguito, da un assolo di contrabbasso dalle solide traiettorie sonore. Blue Sea, nel suo blando ondeggiare iniziale sulla scorta di arpeggi estemporanei, evita accuratamente la newageizzazione di un soggetto descritto in mille modi da altrettanti pianisti minimali. Non è il caso di Montella che intraprende un più convincente cammino latineggiante, a tratti orecchiabile, certo, senza però che vi sia nulla di banale. Come spesso accade la musica di questo album si esprime sottovoce. Una serie di percussioni ammorbidite, dopo un intervento di contrabbasso, sostiene una progressione discendente di accordi pianistici, concludendosi con il ripercorso del tema. My Laura si assesta da subito su una melodia vincente e riassume tutte le qualità positive di questo trio. Raccoglimento, introspezione, temi solidi, tutto riassunto in una ballad dai toni affettivi tutt’altro che sentimentali.
Il docile modo di suonare di Montella contrasta con un certo jazz eccentrico piuttosto diffuso di questi tempi. Eppure la musica che ne risulta, nonostante la sua melodica linearità, riesce ad evitare i facili ammiccamenti e supera le eventuali linee d’ombra di un anticonformismo compulsivo. Elsewhere denuncia da subito i suoi riferimenti storici, svicola tra le tentazioni di escursioni armoniche spericolate e la ricerca ossessiva della diversità a tutti i costi. Ed è pervaso da una piacevolezza intrinseca, una confidenza emotiva ed empatica con l’ascoltatore che altri gruppi, decisamente, non riescono a dimostrare.
Tracklist:
01. Italy [9:32]
02. Lunar [6:20]
03. Las Vegas [7:17]
04. Habemus Papam [6:37]
05. Ballad Of Fairies And Witches [5:51]
06. Blue Sea [7:42]
07. My Laura [7:43]
Photo © Luca A. d’Agostino/ Phocus Agency






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