R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
La sala è immersa in una quiete vigile, di quelle che precedono non l’attesa dello spettacolo, ma l’attenzione. Alla Pierre Boulez Saal di Berlino il suono non irrompe, prende pacatamente posto. Una nota lunga di tromba, quasi una sirena lontana, misura l’aria, ne saggia la profondità, come se dovesse prima convincersi della propria necessità. Non è un gesto inaugurale, è una soglia. In quel respiro iniziale, già si intuisce che ciò che sta per accadere non cercherà la forma chiusa del concerto, ma l’equilibrio instabile di un incontro. È da questo punto di sospensione che nasce Live at Pierre Boulez Saal di Amir ElSaffar, registrazione dal vivo del 30 settembre 2023, esito di una breve ma densissima residenza berlinese: due giorni di prove, un concerto, una sessione di registrazione. Le composizioni, scritte appena tre giorni prima dell’esibizione, non sono pensate per fissarsi in una versione definitiva, ma per restare permeabili, aperte all’attrito con lo spazio, con il pubblico, con l’imprevisto. Il disco non documenta soltanto una serata riuscita, ma lascia affiorare il processo stesso con cui un’idea musicale prende corpo, si espone, accetta il rischio dell’istante.

Il New Quartet riunisce, accanto a ElSaffar, tre musicisti che condividono una profonda familiarità con il linguaggio dell’improvvisazione contemporanea ma anche una rara disponibilità all’ascolto: Ole Mathisen al sassofono tenore, Tania Giannouli al pianoforte microtonale e Tomas Fujiwara alla batteria. L’assenza del contrabbasso – scelta che potrebbe apparire spiazzante in un contesto jazz – apre in realtà uno spazio poroso, che respira, in cui le funzioni armoniche e ritmiche si redistribuiscono di continuo, senza mai irrigidirsi.
Fin dall’apertura, con The Third Time, il quartetto imposta un tempo diverso da quello consueto: lunghi suoni sospesi, silenzi carichi di intenzione, una tromba che sembra misurare lo spazio prima ancora di abitarlo. È un invito all’ascolto profondo, alla decantazione del gesto. Da qui la musica si muove come una suite, attraversando stati, densità, temperature emotive differenti, ma mantenendo una coerenza interna che non dipende dalla ripetizione tematica bensì da un comune senso della direzione.
Il cuore estetico del progetto è il lavoro sul maqam, il sistema modale mediorientale che ElSaffar pratica non come elemento ornamentale o “altro” rispetto al jazz, ma come vera e propria grammatica alternativa. Il pianoforte microtonale di Giannouli, appositamente riaccordato, non si limita a colorare l’armonia, ne mette in discussione le fondamenta, introducendo scarti minimi, tensioni oblique, risonanze che evocano campane, gong, talvolta persino strumenti del Sud-Est asiatico. In Ghazalu, uno dei momenti più intensi del disco, questa dimensione emerge con particolare chiarezza: il pianoforte apre uno spazio quasi solistico, una costellazione di suoni che precede l’ingresso della tromba e della voce di ElSaffar, il cui canto radicato nella tradizione irachena non appare mai come un gesto folklorico, ma come una naturale estensione del discorso strumentale.
Il dialogo tra tromba e sassofono attraversa l’intero album come una corrente sotterranea. ElSaffar e Mathisen sembrano muoversi in autonomia, ma secondo una logica di tacita intesa, come se condividessero una mappa invisibile. In Dignity i due fiati fluttuano sopra un tessuto ritmico increspato, evitando ogni enfasi retorica; in 10:23 AM, costruita su un tempo dispari energico, corrono invece in parallelo, generando un moto pulsante che sfiora territori funk senza perdere complessità.

Il vertice formale del disco è probabilmente Orientations I–V, un lungo movimento in cui il quartetto attraversa fasi contrastanti: cluster pianistici imponenti, improvvise accelerazioni, momenti di rarefazione quasi onirica. Qui Fujiwara si conferma uno dei batteristi più sensibili della sua generazione. La sua esplorazione percussiva, soprattutto nel finale quasi solistico, unisce controllo tecnico, peso emotivo e una raffinata attenzione timbrica, lontana da qualsiasi compiacimento virtuosistico.
Non meno significativo è Le Marteau de la Maîtresse, evidente omaggio a Pierre Boulez: un brano asciutto, ipnotico, incentrato sul pianoforte preparato, la cui risonanza grave e metallica funge da pedale. La musica avanza per sottrazione, lasciando emergere microscopici spostamenti di equilibrio, come se ogni suono fosse costretto a giustificare la propria presenza. In For the Victims of Genocide, invece, la dimensione etica del progetto affiora con maggiore evidenza: una ballata lenta, scura, attraversata da una solennità che rifugge il patetico e conserva una dignità dolente, trattenuta.
Colpisce, lungo tutto l’album, la capacità di tenere insieme rigore strutturale e apertura all’imprevisto. La musica si muove come jazz, ma la sua risonanza va oltre. Il linguaggio jazzistico sembra sottoposto a una lieve torsione, sufficiente a rivelarne potenzialità latenti e zone d’ombra. Live at Pierre Boulez Saal non è un disco di “fusione”, né un manifesto interculturale, è il risultato di una pratica lunga e paziente, che ha interiorizzato più tradizioni fino a renderle indistinguibili nel gesto. Ascoltandolo, si ha la sensazione che nulla sia dimostrativo. Tutto accade perché deve accadere, in quel preciso momento, in quello spazio. Ed è forse questo il suo valore più profondo: mostrare come il dialogo tra mondi musicali differenti possa avvenire senza proclami, affidandosi semplicemente alla qualità dell’ascolto e alla responsabilità del suono.
Amir ElSaffar – trumpet
Tomas Fujiwara – drums
Tania Giannouli – microtonal piano
Ole Mathisen – tenor saxophone
Tracklist:
01. The Third Time [2:11]
02. Autumn Comes [8:49]
03. Orientations I-V [16:44]
04. Le Marteau de la Maîtresse [6:14]
05. For the Victims of Genocide [4:17]
06. Ghazalu [8:11]
07. Dignity [3:20]
08. 10:23 AM [3:54]
09. Orientations I-V (Alternate Take) [15:19]
10. Le Marteau de la Maîtresse (Alternate Take) [8:05]
11. For the Victims of Genocide (Alternate Take) [3:30]
Photo © Daniel Wetzel






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