C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Quando oggi si vuol dire che qualcosa è molto bello si tende a dire “sembra finto”, mentre fino a qualche anno fa l’espressione più usata era “sembra vero”. Cambiano i costumi e cambia il linguaggio o forse il contrario. Digressione necessaria per dire tutto il bene possibile del film di Francesco Sossai, Le Città di Pianura, che sono riuscito a vedere solo ora sulla (bellissima e raffinatissima) piattaforma MUBI. Eh sì il film di Francesco Sossai, sembra vero, anzi sembra “il” vero, tanto la storia ma soprattutto i personaggi sono credibili e perfettamente aderenti alla realtà. Presentato al Festival di Cannes 2025, nella sezione Un Certain Regarde, viene attualmente proiettato in pochissime sale (e spesso ad orari impossibili), ma è veramente un piccolo gioiello di quel neo-neorealismo che sembra delinearsi in un certo filone del cinema italiano ed internazionale.

Veniamo brevemente alla vicenda che sembra ambientata nelle “strade blu” (cfr. da William Least Heat-Moon), di un Veneto disincantato, ma ancora a cavallo tra tradizione e informe presente. Doriano, detto Dori (Pierpaolo Capovilla – cantautore e fondatore degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori) e Carlobianchi (Sergio Romano), amici dall’elevato tasso alcolico, vivono vagabondando in cerca di lumache, polenta e un’ultima “ombreta” tra città, paesi della pianura e Venezia dove casualmente incontrano Giulio, giovane napoletano (“ma bravo” come precisa Doriano in una battuta), studente di architettura a Venezia che viene rimorchiato dai due dopo una festa di laurea e coinvolto nei loro vagabondaggi. Doriano e Carlobianchi hanno un segreto che ben presto, complice l’alcol, confesseranno a Giulio: sono in attesa dell’arrivo di “Genio” (Andrea Pennacchi), un compagnone di bevute, così soprannominato per aver messo in piedi una redditizia truffa basata sulla vendita di montature per occhiali trafugate. I due amici di “Genio”, che sta tornando dall’Argentina, sperano di spartire con lui il tesoretto sotterrato, anni prima, in un terreno abbandonato. Il terreno però nel frattempo è diventato un cantiere edile, non resta quindi loro che berci su senza troppi rimpianti.

Scapestrati fino alla fine, (in uno di rari momenti di lucidità Doriano dirà “siamo troppo vecchi per crescere”), sembrano portatori sani di scanzonato sconforto esistenziale, al contrario dell’idealista Giulio (straordinaria anche l’interpretazione del giovane Filippo Scotti) che, approfittando delle scorribande dei due, li sfrutta per essere scarrozzato a San Vito di Altivole sulla grandiosa e brutale tomba di Giuseppe Brion (sì proprio quello del televisore Brionvega), progettata da Carlo Scarpa tra solennità e brutalismo dove poi lo stesso Scarpa fu sepolto. Il contrasto tra tra cultura e dissolutezza, che ha in questa scena uno dei momenti più intensi, è uno dei temi sotterranei del film di Sossai che si conferma regista di assoluta originalità, capace di creare grande poesia da una quotidianità apparentemente banale. Nota di merito alla fascinosa, minimal-folk e sgangherata colonna sonora di Krano. Grandissimo film, purtroppo poco distribuito…






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