L I V E – R E P O R T


Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Natascia Caronte

Niente entrate teatrali, niente pose: sono saliti, hanno accordato, uno sguardo d’intesa tra loro e via. Quando le luci del Magnolia si sono abbassate e Steve Wynn è salito sul palco, la sala era compattata all’inverosimile, tanto che ho fatto fatica a raggiungere le prime file per raccogliere qualche scatto. Il Magnolia, con la sua dimensione raccolta ha stentato a contenerci tutti. L’attacco è stato immediato. The Dream Syndicate hanno suonato con una naturalezza che solo chi ha attraversato decenni di musica può permettersi. Non c’è stata nostalgia ma solo un suono che si è espanso, denso, ipnotico, con chitarre che non hanno cercato l’assolo risolutivo ma l’intreccio continuo. I brani si allungavano, cambiavano direzione, respiravano. Dal palco si è percepita una band in ascolto, che decide sul momento dove andare, lasciando spazio all’imprevisto.

La cosa che mi ha colpito di più è stata la calma con cui hanno suonato. Nessuna fretta, nessuna ansia di dimostrare qualcosa. Wynn ha sorriso appena, soddisfatto di dove stavano andando. Ogni tanto ha fatto un mezzo passo indietro, lasciando spazio alla band. Nessun protagonismo, solo fiducia totale. Il concerto è stato strutturato come un vero “viaggio” in tre atti, con una scaletta che ha unito il materiale più recente alla riproposizione integrale di Medicine Show, per poi chiudere con i classici del primo periodo.

  1. Atto 1 – Il periodo recente (21st Century era) Brani tratti dagli album dal 2017 in poi, come How Did I Find Myself Here? e Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions.
  2. Atto 2 – Medicine Show suonato per intero. Parte centrale del concerto dedicata alla riproposizione completa del loro album del 1984, celebrato per il suo 40º anniversario.
  3. Atto 3 – I classici del primo periodo. I brani simbolo del Paisley Underground e del debutto The Days of Wine and Roses.

Medicine Show non è stata una riproduzione fedele dell’album, ma una versione dilatata, ipnotica, costruita su equilibri fragili e silenzi carichi di tensione. Il pubblico è rimasto in silenzio. Ascoltare l’album dal vivo, tutto d’un fiato, è stato come entrare in un film polveroso, pieno di strade dritte e cieli immensi. Quando poi è partita John Coltrane Stereo Blues, il Magnolia si è trasformato. Le chitarre si sono allungate in jam incredibili il pubblico ha ondeggiato e Wynn sorriso sapendo di avere tra le mani un pezzo di storia. Il finale con Let It Rain è stata una liberazione, una chiusura perfetta, quasi catartica. Quando le luci si sono riaccese, nessuno ha avuto davvero voglia di andare via. Siamo restati lì, a parlare, a sorridere, a commentare quei momenti in cui il tempo sembrava essersi fermato. Ho attraversato un paesaggio sonoro. E The Dream Syndicate, ancora una volta, hanno dimostrato che certe band non invecchiano: si trasformano, si espandono, continuano a raccontare.

I The Dream Syndicate nascono a Los Angeles nel 1981 attorno alla figura di Steve Wynn, voce e chitarra, affiancato da Karl Precoda, Kendra Smith e Dennis Duck. Diventano presto una delle formazioni più influenti del movimento Paisley Underground, reinterpretando la psichedelia anni ’60 con un approccio più ruvido, vicino al Velvet Underground e al noise rock. Album come The Days of Wine and Roses (1982) e Medicine Show (1984) li rendono una band di culto. Dopo lo scioglimento nel 1989, il gruppo si disperde in vari progetti individuali, con Steve Wynn impegnato in una prolifica carriera solista e Kendra Smith attiva in formazioni come gli Opal. Nel 2012, a sorpresa, la band torna sulle scene con una nuova formazione e un rinnovato entusiasmo creativo. Il ritorno non è una semplice operazione nostalgica: album come How Did I Find Myself Here? (2017), These Times (2019) e The Universe Inside (2020) mostrano un gruppo capace di evolversi, ampliando il proprio linguaggio verso sonorità più dilatate, psichedeliche e sperimentali.

Scaletta:

Atto 1 – Periodo recente

  • Where I’ll Stand
  • Filter Me Through You
  • Out Of My Head
  • Black Light
  • Like Mary
  • 80 West
  • How Did I Find Myself Here
  • Glide

Atto 2 – Medicine Show (1984)

  • Medicine Show
  • Still Holding On To You
  • Bullet With My Name On It
  • Daddy’s Girl
  • Burn
  • The Medicine Show
  • Armed With An Empty Gun
  • Merrittville

Atto 3 – Classici

  • John Coltrane Stereo Blues
  • When You Smile
  • The Side I’ll Never Show
  • Tell Me When It’s Over
  • Let It Rain (Eric Clapton cover)

immagini sonore © Natascia Caronte

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