L I V E – R E P O R T
Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Natascia Caronte
Milano, sera umida e vagamente esistenzialista: il tipo di clima che sembra scritto apposta per un concerto dei The Underground Youth. Il loro live al Circolo Arci Bellezza si è confermato un’esperienza intensa, cupa e magnetica, in perfetta sintonia con l’estetica dark‑psichedelica della band. Luci basse, mood cinematografico, sonorità lo‑fi e post‑punk hanno creato un ambiente ipnotico. È stato come vivere dentro un sogno febbrile o un film di Jodorowsky girato in un seminterrato di Berlino. La band è nota per concerti intensi e senza fronzoli, più emotivi che spettacolari, e la serata milanese ha mantenuto questa cifra stilistica.
The Underground Youth, progetto di Craig Dyer, ha portato dal vivo un mix di psichedelia lo‑fi, post‑punk ruvido e malinconia romantica con brani dal loro ampio repertorio (12 album e 4 EP) e particolare attenzione alle sonorità più recenti. Il nuovo album Décollage rappresenta un cambio di direzione artistica, più sperimentale e concettuale.

La formazione attuale include Craig Dyer (voce e chitarra), Olya Dyer (batteria), Leonard Kaage (chitarra) e Samira Zahidi (basso). Sono apparsi sul palco come figure archetipiche, proiezioni di un’altra dimensione. Craig sembrava un viaggiatore temporale appena uscito da un sogno di Baudelaire, con la chitarra che brillava come un oggetto rituale. La batteria di Olya era un tamburo sciamanico che chiamava spiriti antichi. La band ha suonato con quella tipica intensità trattenuta che li contraddistingue: niente pose, niente eccessi, solo una dedizione totale al suono. Il pubblico, raccolto e vicino al palco, sembrava respirare all’unisono con la band. Non c’erano urla, non c’era frenesia: solo un ascolto profondo. Ogni brano scivolava nel successivo senza soluzione di continuità, come capitoli di un unico lungo sogno in bianco e nero. Le luci si muovevano come presenze autonome, disegnando geometrie impossibili sulle pareti.

E poi, come se il palco fosse diventato improvvisamente troppo piccolo per contenerlo, Craig è sceso tra il pubblico. Ha cantato due brani lì, dentro la folla, e in quel momento il confine tra artista e spettatore si è dissolto. Qualcuno ha tentato di ballare, scoprendo subito che il post‑punk dei The Underground Youth non è esattamente progettato per coreografie articolate. È più un ondeggiare esistenziale, un dondolio da “sto riflettendo sulla mia vita ma con stile”. Il concerto non ha avuto picchi evidenti, È stato un unico flusso continuo, una discesa lenta e profonda. Il finale è stato una liberazione: un crescendo emotivo che ha lasciato il pubblico sospeso, quasi stordito. Nessun bis teatrale, nessuna ricerca di applausi facili. Solo un saluto rapido, sincero, e poi la band è scomparsa dietro le quinte, lasciando dietro di sé un silenzio pieno di eco.
All’uscita, Milano è tornata Milano: rumorosa, concreta, un po’ cinica. Ma chi era dentro al Bellezza porta ancora addosso un’eco di riverbero, una piccola ombra poetica che ha reso la città, per qualche minuto, più affascinante del solito.

Setlist:
You made it baby
I need you
Allude of the light
Juliette
I thought I understood
Morning sun
Hedonism
Last exit
Half poison
Silhouette
Underground
Alice
Mademoiselle
Collapsing
Strangle
The Death of the Author








immagini sonore © Natascia Caronte






Rispondi