T E A T R O
Articolo di Mario Grella
Partiamo dall’antefatto: avrei dovuto portare il figlio di mio nipote a vedere uno spettacolo per bambini, anzi, come avverte l’affiche dello spettacolo “adatto ai bambini dagli otto anni in su” poi, per un contrattempo il ragazzino non è potuto venire e così, visto che sono un bambino “dagli otto anni in su” compiuti da un pezzo, ci sono andato lo stesso anche senza di lui. In realtà Slava’s Snowshow è uno spettacolo piuttosto celebre che avevo già visto e che ha girato mezzo mondo meritando un sacco di premi, tra i quali il Drama Desk Award negli Usa, il Laurence Olivier Award in Gran Bretagna, lo Stanislavsky Award in Russia, solo per citare i tre più prestigiosi. E così sabato scorso, al Piccolo Teatro Strehler di Milano, mi sono nuovamente accostato alla pantomima di Slava Polunin con lo stato d’animo di chi si appresta a vedere, messo in scena, anche un esperimento sociale…

Rideranno i bambini, numerosissimi in sala, nel vedere le gags di Slava, i suoi ammiccamenti al pubblico sempre velati di una malinconia tutta circense? Si divertiranno con le piccole mossettine, le smorfie contenute, gli sguardi tristi o gioiosi molto vicini a quelli del Maestro Chaplin? Sapranno capire i bambini i piccoli drammi surreali e sempre venati di una piccola vena di follia che Slava e i suoi clown mettono in scena? Apprezzeranno la sua comicità così disperatamente umana e così ingenuamente sana? Ho avuto un po’ di paura prima di entrare in sala, un po’ perché un adulto non accompagnato sembra essere proprio fuori luogo allo spettacolo di Polunin, un po’ perché il pensiero di quello spettacolo visto tanti anni fa, di quella “clownerie” così discreta e che sa di arti circensi ormai messe in un cantuccio ma che porta con sé le lezioni di Bolek Polivka, ma anche echi dello sgangherato cabaret di Karl Valentin e magari anche qualche eco delle epifanie di Lindsay Kemp, quel tipo di meraviglie avrebbe potuto essere un disastro davanti a “mostriciattoli” ipnotizzati dagli schermi degli smartphone e dei tablet, abituati a cimentarsi con le abilità manuali e visive dei joystick (o come diavolo si chiamano oggi).

E poi, valeva la pena “sprecare” un tagliando dell’abbonamento del Piccolo Teatro per dedicarmi ad un clown? Certo, la chiusura dello spettacolo, molto famosa, con tutti quei colossali palloni colorati che danzano sulle teste del pubblico, precedute da quell’infernale tempesta di coriandoli bianchi come la neve e soffiati sulla platea da giganteschi ventilatori, é una garanzia di un gran finale irresistibile, ma tutto il resto? Le lune tristi e diafane che occhieggiano dal cielo? Gli insetti giganti che non so se spaventano ancora i piccoli di oggi come potevano spaventare me da bambino? I cappelli con le falde orizzontali come fossero eliche? Le fisarmonichine sgangherate? Lo sbuffo del treno? La zattera a forma di letto di ferro battuto? Tutto un mondo che appartiene ad un immaginario passato, messo in soffitta, dimenticato… Alla fine si sarebbero divertiti i bambini? E poi, incominciato lo spettacolo, i bambini annoiati dall’attesa dell’aprirsi del sipario, hanno sorriso, poi hanno riso, poi si sono scompisciati dalle risate e alla fine, nel grande e roboante finale si sono divertiti come pazzi. E se questo è successo, il mondo è salvo grazie ad un clown, no, non quello a cui pensate tutti, ma uno vero e di gran classe che si chiama Slava Polunin…

Photo © Veronique Vial, Andrea Lopez






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