L I V E R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore © Bastian Fausing
La quintessenza del jazz newyorchese contemporaneo atterra nella rotonda del Teatro Metastasio di Prato per l’edizione 2026 del Met Jazz, storica rassegna che da ben trent’anni appena compiuti, ha visto esibire nei suoi spazi artisti tra i più sofisticati e d’avanguardia della scena jazz internazionale e che, dopo ventisette anni di gloriosa programmazione ad opera di Stefano Zenni, vede cambiare la propria direzione artistica. Entrarvi è un’immersione emozionante in una capsula spazio-temporale per gli splendidi e scintillanti arredi anni ’60 del foyer rimasti intatti.

Questa edizione 2026 è un omaggio per i due centenari di Miles Davis e di John Coltrane ed al patrimonio artistico e spirituale che ci hanno lasciato. Nessuna delle nuove generazioni di jazzisti può non averne ricevuto l’iniziazione. Compreso James Brandon Lewis che ritorna alla formazione in trio come omaggio allo stile “free jazz” più puro e seminale e ai cui padri attinge a pieno fiato. In particolare ad Albert Ayler, Don Cherry, Ornette Coleman, Archie Sheep, Sonny Rollins e David S. Ware, a cui ha dedicato uno dei suoi sedici lavori fin ora pubblicati.
Lewis, nato a Buffalo, si laurea ad Howard nel 2006 in studi jazz, successivamente ottiene un Master al California Institute of the Arts, dove studia con Joe La Barbera, Alphonse Johnson, Wadada Leo e proprio con Charlie Haden per poi approdare nel 2012 a New York, ancora oggi indiscusso centro gravitazionale della scena jazz mondiale. Gli altri due componenti del trio sono Chad Taylor alla batteria e mbira e Josh Werner al basso elettrico, con i quali Lewis suona rispettivamente da dieci ed otto anni e con cui ha registrato l’ultimo lavoro in studio dal titolo Apple Cores, uscito nel 2025 (leggi qui). Il disco è ispirato al poeta e teorico del Jazz Amiri Baraka e al suo Blues People, un studio rivoluzionario sui musicisti afroamericani ed al trombettista e polistrumentista Don Cherry, un altro gigante della storia del jazz.

Entrata nel palco e col mento appoggiato al morbido bordo imbottito, come sempre mi metto a scansionare il pubblico presente e la predominanza di chiome canute ne delinea la media d’età. Segnale evidente questo che gli spazi in cui i giovani possono ascoltare musica dal vivo non esistono più e che i luoghi adibiti a questa meravigliosa abitudine culturale è stata salvata solamente nei luoghi più istituzionali e di matrice novecentesca. Grave mancanza delle amministrazioni che non danno la stessa importanza ai jazz club o agli auditorium cittadini, che un tempo costellavano le nostre città toscane. A Firenze che vanta una tradizione di locali jazz decennale, l’amministrazione ha fatto chiudere lo storico ed unico sopravvissuto club della città, dove i giovani studenti della famosa Accademia nazionale del jazz di Siena si ritrovavano la domenica sera per suonare in jam session. Ora dove andranno a suonare? Lunga vita alle Case del Popolo che resistono alla distruzione dei luoghi aggregativi e delle comunità sociali e culturali.

Al suo interno invece il teatro, di fondazione ottocentesca, rimane molto scarno e minimalista e decisamente meno sfarzoso di altri suoi coetanei presenti nelle vicinanze fiorentine, ponendo lo spettatore in un rapporto intimo di ascolto e scambio con l’artista. Per un concerto jazz come quello che andremo ad ascoltare si rivelerà un aspetto decisamente positivo e che darà all’esibizione un’estetica più di performance artistica che di concerto in sé per sé, in perfetta dissonanza con il genere che andrà ad accogliere. Un avvolgente fondale nero e un pavimento di legno, consumato dal tempo e dai passaggi di attori e scenografie, accoglie i tre musicisti illuminati solo da tenui fasci di luci direzionali. L’incipit è simultaneamente spiritual, groove e free, come a sigillare la triplice natura insita nel sax tenore di Brandon Lewis e della sua figura corporea da predicatore. L’intercalare successivo addolcisce lo spazio e i nostri corpi. Le luci rossi sangue scaldano l’atmosfera. L’anima schizoide newyorchese si è da sempre tradotta perfettamente nelle note impazzite del free jazz dei padri sperimentatori come Ayler, Coltrane, Cherry e Brandon Lewis a tratti sembra esserne attraversato e posseduto. Seppur il suo corpo appare resistente all’ascensione rimanendo contratto nei suoi confini, lascia invece che lo strumento veicoli interamente lo spirito musicale indomabile che lo abita. Il free jazz è una cavalcata e una rincorsa verso ordini di coscienza cosmica: Interstellar Space di Coltrane, suo ultimo lavoro in studio e testamento spirituale, ne è il manifesto. Il terzo pezzo che eseguono invita a fondersi con lo spazio e a riflettere sull’empatia fondamentale tra spettatore ed artista, imprescindibile nutrimento per portare lo scambio energetico al massimo. È una nota essenziale che Brandon Lewis ci regala evidenziando il legame di conoscenza umana ed artistica con i suoi compagni di viaggio, altrettanto cruciale.

I primi brani sono un omaggio al bassista Charlie Haden, a Don Cherry e ad Ornette Coleman. Il brano Five Spot to Caravan è un riferimento al famoso locale Five Spot di New York, che vide solcare il proprio palco da tutti i più grandi jazzisti della storia, tra cui lo stesso Coleman, il cui debutto nel 1959, segnò l’inizio della sperimentazione d’avanguardia nel jazz mainstream, affiancato proprio da Don Cherry e Charlie Haden.
Entrambi Taylor e Werner terranno una marcia serrata per tutti i brani, al fine di preparare il terreno alle melodie di Lewis perché prendano il volo. Osservo attentamente la sua figura che oscilla intorno al sax come una antenna che disegna spirali elicoidali. Gli afroamericani posseggono una sacralità innata nel suonare la musica e il jazz in particolare. La maggior parte di loro sembra essere sceso dall’Olimpo sacro della musica per predicare, attraverso il suono dei loro strumenti a fiato, il regno dei cieli e l’elevazione dell’anima. In mezzo ad una portentosa cavalcata groove di basso amplificato, il sax incalza in un lamento sensuale che mi ricorda l’incomparabile timbro di Gato Barbieri, che proprio con Don Cherry realizzò il disco Togetherness nel 1965 e il cui live passò lo stesso anno al Bologna Jazz festival.

Stile ipnotico e caos ottimista. Il free jazz sembra rappresentare lo spirito dei tempi e parlare al presente. Il basso di Werner diventa grunge e i tre sembrano offrirci una via di fuga e rapirci lo spirito attraverso frequenze che strappano l’anima dall’oscurità da cui cerchiamo continuamente di riemergere, con la promessa di una libertà definitiva. Brandon Lewis parte da una destrutturazione del suono per poi restituirlo in forma organica e finire in una delicata carezza. I suoi due compagni esprimono altrettanta devozione all’arte, grazia e stile. James ci congeda con un virtuosissimo e strepitoso medley, fondendo ad arte il manifesto Bebop Salt Peanuts di Gillespie e l’immensa My One and Only Love di Coltrane e Johnny Hartmann, mentre sui passi felici che solcano ovattati i corridoi di velluto rosso, vengo rapita dalla voce di un giovanissimo amico danese e da quella di sua madre che risuonano dolcemente: “The shadows fall and spread their mystic charms…”

immagini sonore © Bastian Fausing





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