R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Evidentemente l’impronta lasciata dal precedente album del 2024 The Messthetics and James Brandon Lewis, con quel suo piglio funky-rock avvitato attorno ad una ritmica dai toni spiccatamente contemporanei, ha lasciato in qualche modo un segno ben visibile sullo stile di questo quarantatreenne sassofonista di Buffalo. Ma ometterei di raccontare l’intera verità, se non dicessi che si vedono affiorare tra le tracce dell’attuale ultimo lavoro di JBL Apple Cores, anche le mitografie free-gospel tracciate qualche tempo fa in For Mahalia, With Love (2023), vedi qui. Questo sassofonista è ormai una figura di spicco nell’ambito del jazz odierno nordamericano da quasi quindici anni, con più di una decina di album alle spalle. Un musicista che si applica con puntiglio funambolico ad esplorare le pieghe del suo suono, a metà tra continui riferimenti alla tradizione – in questo caso al jazz più spigoloso che rimanda al free di Ornette Coleman e di Don Cherry – e nuove istanze, soprattutto ritmiche, riferite al funky e all’hip-hop. Da un certo punto di vista, James Brandon Lewis è un artista sorprendente e potreste averne un’idea più completa digitando il nome del musicista statunitense all’interno della barra di ricerca nella pagina di Off Topic, dove vengono riportate numerose recensioni discografiche su di lui e testimonianze di concerti dal vivo. L’energia sprigionata da Apple Cores è potente, quasi stordisce con la veemenza urgente di alcuni attacchi strumentali, anche per merito del turgido, muscolare spessore ritmico dei due sodali che accompagnano lo stesso Lewis.


Infatti, accanto al batterista Chad Taylor, alle prese inoltre con lo strumento idiofono delle mbira – una specie di marimba originaria dello Zimbabwe – troviamo il bassista elettrico e chitarrista Josh Werner. Questa sezione ritmica – Taylor suona con Lewis da circa un decennio, seppur non in modo continuativo, mentre Werner dal 2018 – costituisce una vera e propria macchina propulsiva sulla quale JBL può liberamente innescare i propri ardenti fraseggi di sax. L’album è un susseguirsi di momenti intensi alternati ad altri più rarefatti e nonostante l’impeto avantgarde con cui il trio procede nei brani con maggior aggressività, la musica si mantiene comunque sempre in un ambito di struttura aperta, cercando di uscire da una certa tendenza all’accumulo sonico lasciando spazi piuttosto ampi a situazioni più distensive. In questi ultimi contesti, le frasi contratte del sax tendono ad allungarsi con melodie modali dal carattere ipnotico che rimandano parzialmente allo spiritual jazz, ad esempio quello di Pharoah Sanders e in qualche misura a qualche ricordo coltraniano. L’album è stato concepito in una duplice sessione largamente – se non del tutto – improvvisata e al di là dell’ispidezza dovuta allo stordente caleidoscopio di idee vorticanti che erompono dai vari brani, l’impressione è sempre di situazione controllata, con un trio che non perde mai la coesione e non si disunisce né si frammenta in incoerenti ambiti dispersivi. Il titolo dell’album fa riferimento ad uno spazio giornalistico che lo scrittore, poeta e critico musicale Amiri Baraka – conosciuto anche con lo pseudonimo di LeRoi Jones – teneva per la rivista Downbeat negli anni’60. In effetti Apple Cores, nonostante si esprima attraverso una musica assolutamente originale e moderna, trasuda dediche dirette e indirette, allusioni, accenni subliminali a personaggi del passato, in modo particolare a Don Cherry. Però Lewis non organizza alcun tributo vero e proprio, non ripropone rivisitazioni di brani del cornettista di Oklahoma City né si lascia ingabbiare dalla nostalgia ma cerca di mantenersi sulla sua stessa linea emotiva, catturandone lo spirito autonomo all’interno di una categoria estetica libera ed anticonvenzionale propria dello stesso Cherry e naturalmente di quel definito periodo storico di memorabile creatività musicale che fu il decennio dei sixties.

Apple Cores #1 è un manifesto d’intenti e s’annuncia con un’entrata di batteria e basso decisamente funky-rock, mentre il sax intransigente di Lewis fa da subito capire l’approccio fisico e mentale al brano. Sembra di ascoltare un insistito soliloquio del leader mentre i suoi sodali ne alimentano il fiato con le loro serrate combinazioni ritmiche. Segue Prince Eugene, un delizioso brano con sovra-incisioni di mbira e suoni discreti di chitarra imbevuti d’effetto wha-wha. Il brano stacca momentaneamente la spina dalla presa di corrente ad alto voltaggio del brano iniziale e s’immerge in un clima più afro, rilassato e quasi gestito metronomicamente dalle vibrazioni metalliche della stessa mbira. JBL imposta una melodia ciclica suggestiva, a metà tra Sanders e le reiterazioni del Cherry in Brown Rice (1975). Five Spots to Caravan nasconde nel titolo un doppio enigmatico riferimento d’interesse storico e geografico, ricordando che il jazz è sempre stato arte anche di luoghi e di legami. Si fa infatti riferimento sia al Five Spots Cafè, un jazz club nella Bowery a Manhattan dove nel ’59 esordivano Don Cherry e Net Coleman insieme a Billy Higgins e a Charlie Haden, sia al Caravan of Dreams, un celeberrimo locale di Forth Worth in Texas, città natale dello stesso Coleman. Grande introduzione ritmica inserita in un treno di pulsazioni che il sax percorre con una vampa inflazionista, giocando su frasi reiterate e intrecciandosi anche con delle inquiete armonie di chitarra elettrica sullo sfondo. Of Mind and Feeling rallenta la corsa e si distende in un’atmosfera con poche occasionali percussioni, evocando vedute di panorami a perdita d’occhio, con la chitarra di Werner che si allunga in sonorità friselliane. Direi quasi un’inaspettata oasi meditativa nel contesto di un album ribollente ed energico come questo. Apple Cores #2 si trova in un ambiente di decompressione tra l’omonimo #1 ed il brano precedente. Ma anche se il ritmo fluisce leggermente più lento e scandito, il sax non se ne dà ad intendere e lavora sui suoi abituali fraseggi brumosi, velati, questa volta, dagli effetti glaciali della chitarra.

Remember Brooklyn and Moki è un omaggio sia all’album di Cherry Where is Brooklyn del 1969 e sia alla moglie svedese del cornettista, l’artista grafica Moki, che ricordo di aver visto estemporaneamente in concerto alla Statale di Milano negli anni ’70 in coppia col marito, arrangiandosi con una tampura. Il basso ha una grafia dub ben marcata ed in effetti il brano sembra un reggae condito con qualche inserto funky. Qui Lewis si fa prendere da un accenno di lieve malinconia e il suono del suo sax sembra quasi evocativo, almeno per buona metà brano, fino a quando poi il tema si getta in una serrata voluta di fraseggi be-bop che però confluiscono, alla fine, nel flusso dello stesso tema portante, tra l’altro misuratamente delicato. Broken Shadows è un pezzo un po’ ansiogeno, nonostante l’inizio tranquillo. La batteria in corsa, il basso che pompa come un cuore adrenalinizzato fanno sì che una parte della sotterranea energia rock si tramuti lungo il percorso in una sorta di canto soul turbato da un’inquietudine che non si spoglia dell’abito bopper. Lo spessore sonoro è notevole, le note di sax continuamente increspate sembrano impegnate in accenti provocatoriamente declamativi. D.C. Got Pocket lascia pochi dubbi riguardo la dedica evidente a Don Cherry ed alla sua pocket trumpet. Probabilmente questa è la traccia più all’avanguardia, molto funky e interamente modale che risente maggiormente della precedente collaborazione con gli ex Fugazi di The Messthetics… La chitarra e gli effetti sottostanti predispongono un colore drammatico al tema relativamente più leggero esposto dal sax. Apple Cores #3 riprende il motivo già esposto nel #1 ma qui l’aria è leggermente più meditata e lavorata nelle sue pliche viscerali, mentre Lewis domina in lungo e in largo cercando note al limite della scarna strada armonica proposta dalle linee di basso e pronunciandosi col suo suono plasmato di materia duttile, quasi viscosa. Don’t Forget Jayne è un brano dedicato alla poetessa ed attivista politica Jayne Cortez che fu, per un decennio, anche sposata con Ornette Coleman. Una lunga ballata free, tirata allo spasimo, senza mezzi termini, con le note incessanti del sax che sembrano mordere l’aria. La ritmica cerca di non perdere il contatto con la realtà, grazie anche a quegli effetti elettronici di chitarra a lungo utilizzati in questo album, quasi per dare più naturalezza e spaziaità alla vulcanica eruzione sonora di JBL. Chiude Exactly, Our Music, il manifesto dichiarativo e simbolico dell’intero album, in pieno regime funky e con una chitarra che tira dalle parti di Ali Farka Tourè.

Apple Cores è un album dove convivono fianco a fianco curiosità e tensioni urgenti. Si potrebbe dire che James Brandon Lewis continui a scommettere su quelle molecole di futuro già presenti in un passato collaudato dai grandi nomi storici della tradizione, tenendo presenti, almeno in questo lavoro, le lezioni di Don Cherry e Net Coleman su tutti. Ci viene consegnata dunque una forte esperienza sensoriale, un divagare tra paesaggi sonori spesso inattesi e conturbanti. Sebbene non si possa parlare di un’opera rivoluzionaria – com’erano invece quelle a cui Lewis si è ispirato in questo album – va detto sicuramente che questi torsoli di mela hanno ancora della buona polpa attorno, sebbene il frutto sia già stato addentato almeno sessant’anni fa.

Tracklist:
01. Apple Cores #1 (02:50)
02. Prince Eugene (04:52)
03. Five Spots to Caravan (04:18)
04. Of Mind and Feeling (02:41)
05. Apple Cores #2 (03:37)
06. Remember Brooklyn & Moki (04:48)
07. Broken Shadows (03:26)
08. D.C. Got Pocket (04:56)
09. Apple Cores #3 (03:13)
10. Don’t Forget Jayne (03:41)
11. Exactly, Our Music (03:22)

Photo © Shervin Lainez

One response to “James Brandon Lewis – Apple Cores (ANTI- Records, 2025)”

  1. […] anni ed ha registrato l’ultimo lavoro in studio dal titolo Apple Cores, uscito nel 2025 (leggi qui). Il disco è ispirato al poeta e teorico del Jazz Amiri Baraka e al suo Blues People, un studio […]

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