R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con My World is the Sun, sesto album della cantante canadese Dominique Fils-Aimé –  incluso il Live at Montreal Jazz Festival pubblicato lo scorso anno – viene avviato il secondo capitolo del ciclo inaugurato da Our Roots Run Deep (2023). Un percorso che continua a scavare nel fertile terreno della rimembranza, all’interno di una propria filosofia creativa e all’insegna di una profonda ricerca spirituale, senza timore di mostrare la propria nudità emotiva. Qui il processo compositivo, oltre che essere atto di libertà, diventa resa consapevole, attitudine ad esporsi accettando tutte le inevitabili insicurezze che un processo come questo possa comportare. L’album si presenta alla pari di un arco narrativo unitario, non orientato alla logica hype del singolo ma costruito secondo una progressione espositiva coerente. Il tutto si percepisce strada facendo, via via che questo ascolto, all’apparenza piuttosto eterogeneo, progressivamente si trovi invece a svelare il suo senso continuativo, il proprio filo emozionale intimamente annodato alle riflessioni dell’animo dell’Autrice.

C’è infatti un’idea quasi sacra in My World is the Sun, dato che l’album si muove come percorresse un pellegrinaggio interiore, un ritorno a sé attraverso generi musicali diversi che si fondono tutti assieme in un fluido comunque contemporaneo. Nata e cresciuta a Montreal da genitori haitiani, Dominique inserisce nell’album un retaggio diasporico affiorante in sonorità africane a volte ben accentate ed in altre occasioni presenti sotto traccia ma comunque percepibili quasi costantemente. Ombre di jazz, blues, chanson francais e quindi soul, si intrecciano organicamente registrati in presa diretta, tutti insieme nella stessa stanza in un euforizzante gesto d’immediatezza che restituisce alla musica una dimensione perfino rituale. L’intersezione tra i vari generi musicali è trattata in modo controllato, direi con equilibrio attento e ponderato. Le parti strumentali si mostrano peculiari, se non a volte eccentriche, comunque senza mai cadere nell’eccesso. Il tessuto sonoro è stratificato, talvolta impreziosito da esotismi assortiti che rimandano sia alla tradizione afro-americana quanto a una sensibilità più contemporanea. I tempi declinanti e dilatati di alcune tracce suggeriscono una volontà sonora sottraente, mentre l’uso vocale e strumentale di timbriche morbide costruiscono un ambiente di ascolto avvolgente, seppur non enfatico. La voce di Fils-Aimé appare tipicamente crepuscolare, dolce e misuratamente ipnotica. Preferisce sfiorare senza aggredire, insinuandosi sottopelle con un tocco d’inarrestabile fascinazione – a volte il canto mi ha ricordato quello altrettanto vellutato di Sade. Il tutto all’insegna di una sobrietà che diventa cifra stilistica, facendo a meno di manierismi e mantenendo peraltro solo una tensione costante verso l’essenziale. Il pathos è contenuto, quasi disciplinato. I testi, in francese e in inglese, tematizzano amore e pace non come slogan, ma come visione esistenziale. In tal senso, l’artista si pone come una sorta di eresiarca gentile, scardina le aspettative del mercato contemporaneo optando per una forma di temperanza, evitando la compiacenza e scegliendo di soppesare gli stati emotivi per non darli in pasto al consumo tout cour. A tratti ci si appoggia a un soul dinoccolato, come in Phoenix Rising, altre volte uno sbuffo di fiati attraversa l’aria creandosi un varco tra le pieghe del silenzio – e di spazio vuoto, in questo album, c’è n’è veramente tanto… Come afferma la stessa Autrice, in quest’opera è presente uno stato gioioso che scorre in profondità ma che non viene manifestamente celebrato, così come essere consapevoli della durezza del quotidiano non cancella la scelta di abitare comunque la luce. In tempi che chiedono schieramenti rumorosi, scegliere la riflessione e l’intimità emotiva come atto esistenziale, rischia quasi di diventare una vittoria cadmea. Però l’Autrice paga comunque senza timore il prezzo dell’esposizione e della vulnerabilità. My World is the Sun, in complesso,è una musica fluida e meticcia che accetta la pluralità di sguardi e la traduce in suono, senza gridare nè ostentare. A ben vedere, dunque, quasi una forma silenziosa di rivoluzione. L’elenco dei musicisti che accompagnano Fils-Aimé è piuttosto nutrito e comprende Jacques Roy al contrabbasso e al basso elettrico, Harvey Bien-Aimée alla batteria, David Osei Afrifa al pianoforte, synth e tastiere, Hichem Khalfa alla tromba, Eli Miller Maboungou alle percussioni, Shawn Mativetsky alle tabla, Etienne Miousse alla chitarra nel brano di apertura, Steeve St-Pierre al violino, Kevin Annocque al didgeridoo,  Camille Gelinas al pianoforte nell’ultimo brano.

Ma Melodie (intro), è in realtà un estratto da un vecchia audio cassetta registrata con la voce dalla madre di Dominique che riprende a sua volta una vecchia canzone di Patricia Carli, cantante tarantina naturalizzata belga. Nella parte finale dell’album, questo brano verrà poi riproposto dalla stessa Dominique, in una sorta di simbolico omaggio di continuità familiare. Il suono delle onde e della risacca precede il brano seguente, Sea of Clouds, un rarefatto e spettrale blues interamente condotto dalla voce evocativa dell’Autrice, spesso raddoppiata in un sottofondo di sintetizzatori con aggiunta di cori, suoni aerofoni e percussivi. Indubbiamente di forte impatto suggestivo, la traccia sembra in un primo momento incline alla dispersione, rappresentandosi in una sonorità afrocentrica ricca di tensioni quasi estatiche. Le sovrapposizioni vocali proseguono con Sun Skin, uno strano intermezzo che ricorda le prime sperimentazioni di Laurie Anderson. Il brano vive di continue metamorfosi come un novello Proteo, includendo anche una comparsa di archi, oltre alle percussioni tribali. L’Autrice gioca molto sull’effetto straniante, in questa prima parte dell’album, disorientando piacevolmente l’ascoltatore attraverso cantilene mantriche e cori lunari.

In Echappée Belle, Fils-Aimé utilizza la lingua francese in un brano pop-dance decisamente più leggero dei precedenti ma nobilitato da una tromba in odor di jazz e da un piano elettrico che aiuta a mantenere questo clima frontaliero, supportato inoltre da una serie di percussioni intriganti. Phoenix Rising scomoda il mito dell’Araba Fenice per raccontare una storia di morte e rinascita, una parentesi concettuale antica quanto il mondo, probabilmente ispirata nella notte dei Tempi dal succedersi dei cicli stagionali e dal continuo rinnovamento della Natura. Il dualismo fuoco-pioggia viene qui utilizzato per riassumere l’antagonismo degli opposti, racchiusi entrambi nel senso globale dell’esistenza. “Libera di resettarmi, nuovo giorno, nuovo inizio, luna nuova, nuova me”, commenta infatti l’Autricea proposito di questo brano. [Fonte: 1883 Magazine, 20/02/26]. Un ritmo intero e tetragono scandisce i confini di una sofisticata pop-soul song, dove tastiera, contrabbasso e voce partecipano a rendere quel tocco drammatico necessario alla narrazione del pezzo stesso. The River è a mio parere il brano migliore dell’album e nello stesso tempo anche quello più sorprendente. Si tratta inizialmente di uno spiritual-blues da brividi, con un coro che insegue la voce solista e la coppia pianoforte-contrabbasso che ne caratterizza l’andamento intenso, quasi religioso. Poi, subito dopo metà brano, un improvviso e inaspettato cambio direzionale trasforma il tutto in un mosso ritmo tra soul e suggestione sudamericana, con fiati e cori femminili a profusione, in un atmosfera quasi opposta a quella iniziale. The Waves sono voci sovrapposte e interventi corali, clap-hands e percussioni di tabla tra le quinte. Freedom Become sembra inizialmente adagiarsi su un mid tempo – ma che belli i cori e gli arrangiamenti vocali in questo album (!) – nobilitato da un armonico, gran lavoro di pianoforte. Con il prosieguo del brano s’incrementa l’indirizzo ritmico sudamericano e ad affiancare il pianoforte s’allineano i fiati, specialmente la tromba che squilla la sua agilità in una festosa condivisione di jazz latino. Life Remains è un puro soul che raccomanda all’ascoltatore un atteggiamento rilassato, dove i flussi emotivi possano avere più libertà di movimento, senza che eccessivi intellettualismi turbino il puro sentire. Ottimi gli interventi  della tromba sordinata e gli scambi sottotraccia con un pianoforte e un vibrafono (?) assai discreti. Si realizza così un groove lento ma implacabile segnato dalla grazia errabonda della voce di Fils-Aimé. Catch Release è un breve frammento realizzato con cori e voci sovrapposte, insieme alla sporadica aggiunta delle tabla e di un violino. Il tutto mi ha ricordato gruppi vocali come i francesi Swingle Singers – ricordate la loro versione della bachiana Aria Sulla Quarta Corda? Going Home è, nelle prime battute, una pop music molto raffinata, ombrosamente sostenuta solo da voce, chitarra e contrabbasso. Ma verso il finale, con l’intervento corale, si trasforma in una ballata più popolaresca, con la sovrapposizione di chitarre che accennano a qualche spunto di fado. Moon Child è uno di quei brani rarefatti ed intimisti, limitati inizialmente alle voci, dentro i quali lentamente si affacciano altri strumenti come un synth, la tromba e misurati apporti di pianoforte, a testimonianza dell’acquea fertilità compositiva dell’Autrice. Si punta sull’effetto suggestivo e sottile delle parole e dei reiterati coretti a bocca chiusa in accompagnamento. Rhythm of Nature si presenta con la tromba che continua nella stessa tonalità del brano precedente, a testimonianza d’una consequenzialità che lega tra loro, almeno idealmente, vari brani dell’album. Fils-Aimè insiste sul diradamento sonoro, affidandosi all’eccellente tromba di Khalfa. L’effetto è ipnotico, suadente e contemplativo, percorso dal passo pesante del basso elettrico e dal fruscio di qualche sporadico intervento percussivo. Comunque il brano ci offre, tra l’altro, l’opportunità di vagliare lo spettro timbrico della voce dell’Autrice che si estende qui dal sussurro al canto dispiegato. Ma Melodie (outro) è la ripresa del brano iniziale, questa volta cantato dalla stessa Dominique, una risposta sentimentale in cui pare persino di cogliere, nelle pause del respiro, qualche traccia commotiva. La chiusura è all’insegna della canzone francese, con la riproposizione di un brano di Francis Cabrel del 1994, Je T’aimais, Je T’aime, Je T’aimerai, tratto dall’album Samedi Soir sur la Terre. La voce e l’elegante pianoforte della Gelinas bastano da sole a sottolineare i toni sublimati della delicata interpretazione di questa traccia.

Sono quasi portato a pensare che il sole evocato nel titolo non sia solo una sorgente di luce bensì un centro silenzioso che continui ad irradiare senso, integrandosi col mondo interiore dell’Autrice. Ci troviamo di fronte ad un’opera la cui coerenza non è frutto di un atteggiamento di rigidità formale, ma diventa una scelta etica. La sobrietà si fa metodo e la vulnerabilità assurge a paradigma conoscitivo. In questo quadro, la libertà spirituale evocata dall’artista non si presenta come evasione, bensì come atto critico, come rifiuto delle sovrastrutture spettacolari a favore di una verità sonora da ricercare in profondità. La voce — calda e misurata — attraversa il silenzio come una obliqua luce serale facendo sì che jazz, soul e blues non si riducano solo a generi ma diventino correnti sotterranee che possano incontrarsi, riconoscersi per poi sciogliersi gli uni negli altri.

Tracklist:
01. Ma Mélodie [intro] (0:57)
02. Sea of Clouds (4:05)
03. Sun Skin (3:22)
04. Echappée Belle (3:17)
05. Phoenix Rising (3:05)
06. The River (4:54)
07. The Waves (1:37)
08. Freedom Become (3:38)
09. Life Remains (4:54)
10. Catch Release (1:34)
11. Going Home (4:03)
12. Moon Child (4:17)
13. Rhythm of Nature (8:47)
14. Ma Mélodie [outro] (0:56)
15. Je t’aimais, je t’aime, je t’aimerai [bonus track] (3:48)

Photo 1 © Vladim Vilain, 2 © Jag Gundu

 

 

 

 


 

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