R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Una strada del Wyoming. Da una parte montagne, canyon, sorgenti termali e foreste; dall’altra le tracce di città minerarie abbandonate, economie fallite, paesaggi consumati dall’uomo. Boomtown nasce durante un viaggio attraverso questi luoghi e conserva quella stessa sensazione di vertigine: il sublime e il minaccioso, la bellezza e la violenza, la meraviglia e il disincanto convivono senza mai trovare un equilibrio definitivo. È il secondo capitolo della trilogia inaugurata con Miniature America e probabilmente il lavoro più ambizioso che Miles Okazaki abbia realizzato finora. Dopo i lavori con il quartetto Trickster, Okazaki ha progressivamente allargato la propria tavolozza sonora. Qui riunisce un ensemble di dieci musicisti (tre sassofoni, due tromboni, pianoforte, due contrabbassi, batteria e chitarra) ma evita qualsiasi idea tradizionale di grande organico. La band non si muove come un blocco compatto, ma si divide continuamente in piccoli gruppi, lasciando emergere dialoghi improvvisi e creando prospettive sonore sempre diverse.

Nella musica di Okazaki la complessità non diventa mai esibizione intellettuale. Al contrario, nasce dalla necessità di tenere insieme forze incompatibili. Bellezza e abrasione, scrittura rigorosa e improvvisazione convivono senza cercare una sintesi rassicurante. Anche quando l’architettura compositiva è estremamente elaborata, l’impressione è sempre quella di una musica che respira, cambia direzione e rischia. L’influenza di Steve Coleman rimane riconoscibile nella concezione ritmica, ma qui il rigore geometrico dei lavori con Trickster lascia spazio a una scrittura più narrativa. Ogni composizione sembra corrispondere a una tappa del viaggio attraverso il Wyoming: non descrive un paesaggio, ma ne assorbe lentamente le tensioni, come se la geografia finisse per trasformarsi in forma musicale.

L’apertura affidata a Magic Hour è quasi ingannevole. La chitarra acustica di Okazaki espone una melodia fragile mentre gli accordi dei fiati accumulano un’inquietudine destinata a propagarsi per tutto il disco. Boomtown Girl amplia immediatamente la prospettiva con una scrittura rubata e sospesa, nella quale i dieci musicisti sembrano muoversi come piccoli organismi autonomi che, contro ogni previsione, riescono a mantenere un equilibrio precario. Uno dei vertici del disco arriva con Thermopolis. Sostenuta dalla batteria di Dan Weiss, la composizione cresce per stratificazioni successive: la chitarra, il pianoforte di Matt Mitchell e i fiati costruiscono un groove irregolare che ricorda un blues attraversato da correnti sotterranee, mentre i sassofoni di Caroline Davis e Jon Irabagon sviluppano improvvisazioni perfettamente integrate nella trama della scrittura.

Il modo in cui Okazaki distribuisce le voci solistiche è uno degli aspetti più affascinanti dell’album. In Diamondville accompagna con estrema delicatezza il trombone di Kalia Vandever in un dialogo quasi cameristico che introduce il principale nucleo melodico del disco. Hole in the Wall cambia completamente prospettiva: il sax tenore di Anna Webber entra in un fitto gioco ritmico con la chitarra sopra un groove in sette tempi dove blues, microtonalità e dissonanza convivono con naturalezza. Con Bighorn la prospettiva cambia ancora. Il sax soprano di Irabagon apre spazi improvvisamente vastissimi, mentre il trombone di Jacob Garchik costruisce uno degli assoli più lirici dell’intero album senza attenuare la tensione della scrittura. Più avanti Ten Sleep rallenta il respiro trasformandosi quasi in un brano di musica da camera: Mitchell espone una versione dolcemente deformata del tema principale mentre i contrabbassi di Chris Tordini e Hannah Marks intrecciano un dialogo sommesso che sorregge l’intero paesaggio sonoro.

Tutto converge verso Devils Tower, punto culminante del disco. Il brano cresce lentamente attraverso una progressiva compressione delle energie: i fiati, la ritmica e la chitarra accumulano tensione senza concedere alcuna liberazione immediata. Quando Davis e Okazaki prendono definitivamente il centro della scena, non si ha la sensazione di assistere a due semplici assoli, ma al confronto fra due forze che cercano disperatamente un equilibrio destinato a cedere. La musica collassa senza realmente risolversi e lascia a Ghost Town Girl il compito di raccogliere i frammenti melodici disseminati lungo il percorso, come arbusti trascinati dal vento in una città fantasma.

Non sorprende che Okazaki richiami esplicitamente Ugly Beauty di Thelonious Monk. Anche qui la bellezza non coincide mai con la levigatezza della superficie. Nasce piuttosto dall’attrito, dagli spigoli, dalle improvvise deformazioni del linguaggio. Boomtown è un ritratto dell’America che rinuncia a qualsiasi retorica, trasformando il paesaggio in una metafora sonora di un Paese dove creatività e distruzione, utopia e avidità continuano a procedere fianco a fianco. Pochi dischi recenti riescono a tenere insieme con altrettanta naturalezza una costruzione compositiva tanto sofisticata e una forza immaginativa così immediatamente percepibile.

Miles Okazaki – chitarre
Caroline Davis – sax contralto
Anna Webber – sax tenore, flauto
Jon Irabagon – sax tenore e soprano
Jacob Garchik – trombone
Kalia Vandever – trombone
Matt Mitchell – pianoforte
Chris Tordini – contrabbasso
Hannah Marks – contrabbasso
Dan Weiss – batteria

Tracklist:
01. Magic Hour (2:07)
02. Boomtown Girl (4:37)
03. Thermopolis (7:32)
04. Diamondville (1:58)
05. Hole in the Wall (5:44)
06. Spotted Horse (0:47)
07. Bighorn (5:55)
08. Recluse Road (2:19)
09. Ten Sleep (6:51)
10. Grand Prismatic (1:03)
11. Devils Tower (7:22)
12. Ghost Town Girl (2:28)

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere