R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Giungere all’essenziale attraverso il farsi essenziale è un’operazione che sembra nascere da una prossimità umana prima ancora che musicale. Infatti l’album di cui ora ci occupiamo non è soltanto il risultato dell’incontro fra una tromba e un pianoforte, ma il frutto di una lunga frequentazione artistica che qui trova una forma compiuta, quasi un metatesto capace di raccontare, dietro ogni frase sonora, una storia di ascolto reciproco e di fiducia. Sung, della coppia californiana Kris Tiner alla tromba e Cathlene Pineda al pianoforte, si sviluppa come una constructio ad sensum delle idee, dove ogni brano contribuisce alla definizione di un preciso percorso narrativo, evitando peraltro di disperdersi nelle secche dell’autocompiacimento. Tiner è un musicista stimato e dal lungo curriculum anche se non ha alle spalle una cospicua discografia da titolare. Una pressoché identica osservazione possiamo riservarla per la Pineda e l’occasione di registrare un’opera prima insieme a Tiner diventa quindi il coronamento di una solida conoscenza umana e di una vicendevole stima professionale. La scrittura e l’improvvisazione convivono in equilibrio, generando una grammatica leggibile che permette all’ascoltatore di orientarsi anche nei passaggi più sfuggenti e sfaccettati.

La tromba – e il flicorno di Kris Tiner – possiede la qualità espressiva non comune di farsi luminosa e raccolta, espansiva e meditativa, senza perdere il controllo della guida melodica. Il suo fraseggio procede lungo una linearità di note soltanto apparente, perché sotto la superficie si agitano continue deviazioni, aperture e richiami. È una voce che costruisce un ponte sulla vacuità, collegando memoria e presente, fragilità e meditazione. Il pianoforte di Cathlene Pineda agisce invece come una forza organizzatrice. Talvolta sembra disegnare uno spazio quasi astratto dove pochi elementi accuratamente selezionati bastano a suggerire mondi interi. Le sue armonie non cercano la saturazione ma preferiscono lasciare margini di silenzio all’interno dei quali il significato possa comodamente sedimentarsi. Le influenze provenienti dalla musica colta europea ma anche ovviamente dalla tradizione jazzistica statunitense, non vengono esibite come citazioni estemporanee da questo duo. Sono piuttosto assimilate in un linguaggio personale, una sorta di koinè originaria che precede le categorie stilistiche e restituisce alla musica una funzione primaria, quella di dare forma all’esperienze di vita. Nella seconda parte del lavoro emerge con maggiore evidenza la dimensione autobiografica. Gli eventi traumatici attraversati soprattutto dalla Pineda – perse la propria casa negli incendi in California del 2025 – diventano materia sonora senza necessariamente trasformarsi in cronaca. Affiora quindi a tratti un senso di desolazione, reso musicalmente dall’utilizzo di accordi in sospensione, distanziati gli uni dagli altri da ampi spazi intervallari. Così come succede ad esempio nell’unico brano non originale dell’album, quel Silence di Charlie Haden tratto dall’omonimo album registrato nel 1987 pochi mesi prima della morte di Chet Baker che aveva attivamente partecipato a quell’incisione insieme ad Enrico Pieranunzi e Billy Higgins. Si avverte, nel colloquio tra Tiner e Pineda, la volontà di non cedere all’enfasi drammatica, strategia che tende a creare una silenziosa tensione atta a rendere ancora più intenso il risultato comunicativo. La relazione fra i due musicisti evita qualsiasi chiusura autoreferenziale, il singolo gesto trova risposta nell’altro, ogni intuizione viene accolta e trasformata in materiale comune. In questo continuo scambio prende forma un’identità locativa, uno spazio sonoro originale, preciso e riconoscibile, che pare voler appartenere soltanto a loro due. Molti passaggi sembrano galleggiare in una sorta di tempo circolare, dove il ricordo ritorna sotto forme sempre diverse. Qui l’anafora musicale diventa una strategia compositiva dove cellule melodiche, intervalli e figure ritmiche riemergono periodicamente, generando continuità senza peraltro sfociare in ripetizioni avvertibili. Colpisce anche la capacità del duo di alternare, a volte, un intenso lirismo con momenti quasi gelidamente sintattici nei quali la struttura appare nuda, esposta, rigorosa. Alla fine Sung si rivela un’opera comunque aperta, disponibile a molteplici interpretazioni e continuamente pronta a rigenerarsi nell’esperienza d’incontro con l’ascoltatore.

Si comincia con Wheeler Song, un brano dedicato ad una delle maggiori influenze di Tiner, il trombettista canadese Kenny Wheeler. La melodia, delicata e sostenuta dall’andamento classicheggiante del pianoforte che s’impegna in una leggera introduzione solista, è pregna di umori riconducibili ad un vago sentimento nostalgico. La musica s’avvale di una dimensione quasi iniziatica di bellezza ed irradia attorno a sé qualche suadenza dal tocco romantico. LPJ, il toccante brano che segue composto dalla Pineda, raccoglie nel titolo le iniziali di un amico d’infanzia scomparso, a cui la pianista stessa dedica la traccia. Qui la tromba di Tiner veste la sordina che regala alla melodia un tono tra l’innocente giocosità ed il rimpianto. Il pianoforte resta parzialmente ancorato ad una struttura tradizionalmente classica, con qualche moderata deviazione dissonante. La title track Sung è anch’essa una dedica e del resto, nella prima parte dell’album, s’innesca una densa rete di ricordi e tributi. Questa volta il brano, scritto più di vent’anni fa, ricorda uno dei maestri di composizione di Tiner. Una traccia dalle tinte poco spettacolari che viaggia in un interessante paesaggio tonale, molto rarefatto, dove il pianoforte costeggia la linea melodica della tromba con freddi accordi di contorno in un raffinato esperimento alchemico. Di Silence abbiamo già rimarcato l’illustre provenienza. La Pineda rallenta ancor più la sequenza accordale pianistica e naturalmente, mancando qui contrabbasso e batteria, il nostro duo deve arrangiarsi senza la componente ritmica. La tromba lavora su registri morbidi, assai meno netta rispetto a quella di Chet Baker, presente nell’album di Haden. Si tratta di raccogliere i grappoli dolci della melodia, di lavorare sulle lievi dissonanze dell’asciutto pianoforte e godersi i colori scuri di un brano che trasmette una cupa malinconia. New Build muove un po’ più le acque con un pezzo in gran parte modale firmato dalla pianista, dai toni incredibilmente positivi nonostante esso racconti dello sforzo ricostruttivo nei luoghi devastati dagli incendi westcoastiani dell’anno scorso. Viaggiano all’unisono la tromba e il pianoforte con un andamento quasi innodico a suggerire qualche ottimistica certezza. I due strumentisti si scambiano poi i ruoli tra assoli e accompagnamento, in un brano che sicuramente pare il più rasserenante ed ottimista dell’intera sequenza. Pre/Inter/Post scorre affacciandosi in una tematica sempre un po’ intimista e malinconica che sfocia in risoluzioni più contemporanee, attraverso un dialogo rispettoso e tranquillo tra le crepuscolari ed un po’ evanescenti visioni dei due musicisti. Something Has Shifted è un’improvvisazione pura, giocata in larga parte sull’atonalità. Displaced è un brano composto dalla Pineda, che esprime un vago senso di disagio e una malcelata tristezza di fondo. La tromba di Tiner si muove con fiato lungo, perfettamente a suo agio nel mezzo dell’accompagnamento controllato di pianoforte.

Tiner e Pineda si limitano, con adeguata sensibilità e senso della misura, a predisporre uno spazio di risonanza nel quale memoria, perdita e speranza possono convivere senza gerarchie. È una musica che sembra interrogare continuamente l’ascoltatore per farlo riflettere, permettendogli di attraversare il proprio paesaggio interiore condividendo parte dell’esperienza umana degli stessi autori. Non ci si stanca di lodare la qualità del lirismo che attraversa l’intero lavoro, dato che Sung abita una regione espressiva nella quale il suono diventa misura di vita vissuta e fragile essenza. Questo album trova la sua forza non tanto nell’aspetto formale quanto nella profondità concettuale dello scambio emotivo tra i musicisti, nella comunicazione sentimentale che coinvolge loro stessi e l’ascoltatore in un unico abbraccio.

Tracklist:
01. Wheeler Song (3:58)
02. LPJ (4:20)
03. Sung (3:07)
04. Silence (6:30)
05. New Build (4:29)
06. Pre/Inter/Post (4:55)
07. Something Has Shifted (1:27)
08. Displaced (2:09)

Digital Cover & Photos © Dan Rosenboom

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere