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Voci fuori dal coro

SOHN @ Biko, Milano – 19 settembre 2022

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Fabio Campetti

Arriva in Italia Christopher Micheal Taylor, meglio conosciuto come SOHN (rigorosamente in capslock), polistrumentista londinese ora di stanza in Spagna, in Catalunya, capace di imporsi da quasi un decennio a questa parte all’attenzione del pubblico più attento alla musica di qualità, dopo, per altro, un inizio di carriera underground e ben tre album con la band Trouble Over Tokyo, non a caso incide, fin dall’esordio, per 4AD, probabilmente la migliore etichetta di sempre, quella da guinness dei primati, in grado, di fatto, di non sbagliare mai un artista o una pubblicazione, un tempo si comprava, ora si “strimma” a scatola chiusa.
Dicevo il buon SOHN torna in circolazione per presentare il suo terzo album Trust, successore di Tremors e Rennen, il suo disco più intimista, non per questo meno riuscito dei precedenti che lo hanno fatto conoscere agli appassionati e ad una critica unanime, in versione plebiscito a decretarne le indubbie capacità produttive quanto a sottolinearne un talento cristallino nel scegliere e scrivere melodie.

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Julian Lage – View With A Room (Blue Note Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una specie di pactio secreta dev’essere stata stipulata tra Julian Lage – quattordicesimo disco da titolare, escludendo l’Ep Live in Los Angeles del 2017 – e il leggendario Bill Frisell. Entrambi chitarristi eccellenti, i due hanno già tracciato un percorso comune, non tanto e non solo per alcune esibizioni live ma soprattutto per essere stati entrambi alla corte di John Zorn contribuendo alla realizzazione del suo Virtue (2020). In effetti Lage e Frisell mi sembrano a tratti perfino intercambiabili e se non fossi quasi certo che per ragioni di psicoacustica, in questo ultimo disco View With A Room, la chitarra di Lage sia stata posizionata nel canale centro-sinistro dell’immagine stereo, potrei avere qualche difficoltà nel reciproco discernimento dei due strumentisti. Ma chi è Julian Lage e come è arrivato fin qui? La sua storia artistica non è certo tra le più comuni perchè è quella di un ragazzino-prodigio nato in California 35 anni fa, che all’età di otto (8!!) si esibisce con Carlos Santana, Pat Metheny, Toots Thielemans e quando compie quindici anni si trova a far l’insegnante di jazz alla Stanford University, venendo reclutato l’anno dopo da Gary Barton per collaborare giustappunto con il grande vibrafonista. Tra i suoi riferimenti musicali alcuni sono abbastanza ovvi, ad esempio il suono “volatile” – è una definizione dello stesso Lage – di Charlie Christian, il rimarchevole e duttile fraseggio di Jim Hall e lo stesso Frisell da cui è stato, secondo me, parecchio influenzato – ascoltate il suo precedente lavoro Squint del 2021 per averne conferma. Ma inaspettatamente Lage ammette anche di avere subito il fascino di un grande chitarrista classico come Julian Bream – e talora ne ha lasciato testimonianza per esempio in 40’s su World’s Fair del 2015 – e di essere stato pure influenzato da pianisti come Hersch e Jarrett. Comunque sia Lage si trova sullo stesso pianeta abitato anche da Frisell e questo album ne è la prova lampante. Nè l’uno né l’altro potrebbero essere definiti dei “puri” chitarristi jazz ,essendo stati attratti in parecchie circostanze dal blues, da qualche assonante simpatia con Chet Atkins o ancora da evidenti riflessi country-rock. Ma ognuna di queste circostanze diversificanti non lavora come limite bensì come innesco per ulteriori mulinanti fantasie, arricchendo questa musica di magnetiche discorsività che si spingono un passo innanzi – o indietro? – al jazz. Senza troppe cerimonie Lage insegue la sua idea di allargare il trio già collaudato nel precedente Squint formato da Jorge Roeder al contrabbasso e Dave King alla batteria – già membro fondatore dei Bad Plus – includendo una seconda chitarra come quella appunto di Frisell. L’intreccio che ne risulta è avvincente e si rende piacevole attraverso una scrittura essenziale, ben calibrata, riuscendo ad esprimere una sensualità avvolgente, un verbo elettrico molto “aereo” e rigorosamente consonante.

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James Brandon Lewis Quartet – MSM Molecular Systematic Music Live (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Doppio cd dal vivo per James Brandon Lewis, intitolato Molecular Sistematic Music, che per l’occasione riunisce altri tre musicisti ovvero Aruàn Ortiz al piano, Brad Jones al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria che formano il James Brandon Lewis Quartet. Disco edito dall’etichetta Intakt Records e registrato a Zurigo nello scorso mese di maggio. E dopo le informazioni rituali veniamo alle emozioni (irrituali), anche perché i brani,  composti tutti da James Brandon Lewis, ne offrono parecchie e di ampio spettro, con un minimo comune denominatore che potrebbe essere un dinamicissimo groove, con digressioni profonde,  ma sempre nel solco della tradizione e dove tutto sembra costruito attorno al sax di Brandon Lewis, ma che in realtà è la bacchetta magica che rende possibile un amalgama che si potrebbe definire pressoché perfetta.

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Onyricon – Alweg (2022)

   V I D E O


Articolo di Lucia Dallabona

Nel 1961, in concomitanza con l’Esposizione Internazionale del Lavoro e le celebrazioni per il centenario dell’Unità d’Italia, a Torino venne inaugurata una futuribile e sostenibile mobilità urbana, la monorotaia.
La stessa si estendeva per circa 1.800 metri su un viadotto di cemento armato sopraelevato utilizzato come sostegno, guida, ed alimentazione elettrica del cosiddetto “treno-aereo” per la sua forma simile ad una fusoliera. Autentico gioiellino della tecnologia italiana non solo ammaliò i passeggeri, ma attirò l’attenzione di numerosi addetti ai lavori anche fuori dall’Italia, fra i quali decine di ingegneri giapponesi; nel Sol Levante, infatti, la prima monorotaia sospesa fu aperta solo nel 1970. Come troppo spesso accade, però, la nuova struttura restò in funzione costante solo per pochi mesi e venne chiusa definitivamente durante l’estate 1963. Nel presente resta l’auspicio che un progetto già esistente di conservazione e recupero della struttura possa al più presto ricevere adeguati finanziamenti per trasformarsi in lungimirante realtà.

Proprio la zona di Italia ’61 ha attirato l’attenzione del musicista e compositore Luca Giglio, in arte Onyricon, del quale qui vi avevamo già presentato il concept album Music For Monorail.

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Bagland – State Of Being (Jaeger Community Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Se mi domandassero di puntualizzare gli aspetti caratteristici di quello che viene comunemente chiamato jazz nordico, sottolineerei almeno tre punti a mio giudizio fondamentali. Beninteso che noi tutti si conosca il fragile valore delle etichette e spesso la loro ambigua significanza, potremmo comunque innanzitutto individuare nel cuore di questa musica una lunghezza d’onda di bassa frequenza, lenta ed ipnotica, vicina all’infrarosso che come un cerchio nell’acqua si allarghi via via lentamente fino a smarrirsi nel proprio elemento. Poi si potrebbe segnalare anche l’andamento delle sonorità, aperte, in dispersione entropica in un ambiente naturale i cui confini sono di per sé difficilmente tracciabili. Per ultimo annotiamo un certo stato della psiche, costantemente meditativo, niente affatto vaporoso ma saldamente ancorato alla “sostanza” degli elementi che costituiscono il paesaggio. Forse non sarà proprio in un modo così schematico ma è indubbio che questa musica, in generale, la si riconosca quasi subito, magari senza identificarne gli autori – compito sempre più difficile data la pletora di musicisti in ogni angolo del mondo – ma individuandone, con un minimo di pratica d’ascolto, almeno gli aspetti principali. Non fanno eccezione in questa circostanza i Bagland – in lingua danese significa retroterra – gruppo jazz creato dal trombettista Jakob Sørensen, giunti al quarto disco con l’ultimo States of Being. Un bel titolo che racchiude in sé non solo gli aspetti riflessivi a cui si accennava poc’anzi ma anche quegli elementi strutturali che costituiscono l’essenza appunto del jazz nordico, così come abbiamo provato a descriverli. Accanto all’uso di strumenti tradizionalmente collaudati all’interno di ogni gruppo jazz troviamo in questo contesto una certa componente elettronica, synth e manipolazioni varie che restano però quasi mimetizzate all’interno dell’organico, come a disegnare marginali framing attorno all’essenza della musica. Sorensen tiene per sé solo la prima composizione dell’album, lasciando agli altri musicisti la responsabilità della maggior parte dei brani, dimostrando così che Bagland non è più il gruppo creato da un solo uomo ma è diventato un sistema eterogeneo, in cui ciascun elemento lavora per il bene comune e non per supportare esclusivamente il bandleader. Come giustamente rileva Mike Gates dalle pagine web di Ukvibe, il suono della tromba di Sorensen non è originalissimo perché ricorda il norvegese Arve Henriksen e i suoi soffi talora un po’ languidi. Del resto il tono di States of Being è naturalmente immerso in un’atmosfera dolce e pensosa, i suoni non si prevaricano l’un l’altro e si riconoscono inseriti in un ampio spazio per far respirare i loro armonici.  

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Muse – Will Of The People (Warner Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Artificiale e artificioso. Il ritorno dei Muse con il nono album in studio non farà gridare al miracolo, ma a ben guardare (anzi, a ben sentire), non è nemmeno una degna conferma. Will Of The People avrà come sempre un generoso riscontro di vendite, ma sono curioso di vedere, sulla distanza, come verrà considerato da pubblico e critica. Per quel che mi riguarda non me ne viene in tasca nulla ma trovo non sia corretto barare e parlare di un gran disco pieno di ottime soluzioni, voce cristallina e strumentazione suonata magistralmente. Faccio quindi una scelta controcorrente e invece di fornire una recensione da sufficienza parlo di cosa non funziona nell’Universo Muse. Partiamo dai presupposti. La band ci tiene con un certo orgoglio a far sapere che quest’ultima fatica è stata interamente autoprodotta. Se la bravura dei musicisti è indiscussa da quella parte del mixer, chi scrive mantiene qualche riserva sulle loro capacità nelle fasi che concorrono a dare corpo all’opera, come ad esempio la registrazione vera e propria e il mixaggio. Nella premessa ho assunto un tono critico del quale mi assumo ogni responsabilità, ma non posso non notare come quest’ultima fatica suoni fin troppo artificiale e impacchettata in un revival Anni ’80 che oggi più che mai va di moda. Intendiamoci, vi sono band come i White Lies che hanno pescato a piene mani da quel periodo, ma hanno conservato una propria anima e, probabilmente, si sono affidati ad addetti ai lavori che non hanno snaturato il suono ma si sono limitati a conservare il mood che desideravano i loro assistiti. Qui invece la mano calcata dai diretti interessati crea un brutto effetto e tutto suona fin troppo patinato.

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Letters Of May – LoM (Elastica Records – The Orchard / Costello’s)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

La verità è che è davvero difficile recensire questo album e provare a descriverlo in modo tale da dargli completa giustizia; oppure è proprio questa incapacità a renderlo ancora più bello e accorato, ancora più straordinario.
LoM, EP dei Letters of May, gruppo fiorentino composto da Claudia Khlo Pieralli, Nickolay D. Nickoloff e Mattia Palagi, è una foschia, un assalto, un piccolo fiorire.
I brani – solo cinque, perché non servono lunghezze epiche per rendere un album sorprendente – sono pieni di atmosfera, di fascinazione mistica, di malinconia meticolosa e visionaria.

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Enrico Rava | Fred Hersch – The Song Is You (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Siamo tutti un po’ in trepida attesa quando due grandi musicisti come Fred Hersch ed Enrico Rava si mettono insieme per la prima volta con l’obiettivo di registrare un disco come questo The Song Is You. Due artisti che mettono soggezione, non foss’altro che per la loro straordinaria storia individuale vissuta pienamente nell’ambito del jazz, per non parlare della perizia tecnica e brillante creatività che sono un marchio di fabbrica riconosciuto unanimamente da ogni appassionato. Logico aspettarsi da questa coppia estemporanea un risultato sicuramente adeguato alle aspettative. Così è, almeno in massima parte. Riascoltando l’album in lungo e in largo ci si rende anche conto, però, di come, al di là del’utilizzo di una sintassi sempre raffinata, non sempre la musica riesca a riempire certi vuoti imprevisti. Nel mare aperto dell’improvvisazione è comunque lecito avvertire qualche smarrimento momentaneo, un’indecisione passeggera. Ovviamente, non essendoci incisioni precedenti che riguardino Hersch e Rava in coppia, non abbiamo termini di paragone adeguati ma dobbiamo tener presente che entrambi si sono già testati, ciascuno con partner diversi, nelle formazioni a duo. Rava, ad esempio, può vantare esperienze con pianisti come Stefano Bollani ed Hersch con trombettisti come Ralph Alessi, tanto per citare a memoria. Quindi, nel curioso interscambio tra coppie differenti, ciascuno conosce perfettamente l’arte del duo. Addirittura Hersch, nella sua autobiografia scritta nel 2017, Good Things Happen Slowly, dichiara di sentirsi molto gratificato nell’esperienza musicale a due, avendo spesso la possibilità di accompagnare l’altro strumento non tanto con voicings di svariati colori ma realizzando due linee melodiche in possibile contrappunto, una per ciascuna mano, dilatando così la variabilità creativa del suo pianoforte. A dir la verità, Rava e Hersch si erano già esposti suonando insieme in una serie di concerti pubblici a partire dall’estate dell’anno scorso ma la testimonianza discografica resta come il ragionato ritratto di una collaborazione colma d’inventiva e di nuove possibilità.

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Cass McCombs – Heartmind (ANTI- Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Soggetto strano Cass McCombs. Se c’è qualcuno che in questi anni ha rappresentato l’America ai livelli di Bruce Springsteen è proprio Cass. Sia ben chiaro, le coordinate in cui si muovono questi Artisti con la ‘A’ maiuscola sono diverse, ma le radici sono le stesse. Il secondo è un rocker affermato, quando lo nomini chiunque sa di chi si parla e il suo stile si riconosce al primo ascolto, caratterizzato da una musica ricca di elementi e piena di vitalità (ad eccezione di Nebraska, suo controverso disco del 1982). Cass è diverso. Vagabondo da sempre in maniera fisica e nell’anima da quando fa il cantautore, racchiude tutte quelle che sono le energie degli States e le elabora con un suo personalissimo gusto. Sia ben chiaro, in Heartmind sua decima uscita (ad esclusione di una raccolta e di un EP), non troverete lo stile ‘Americana’, non troverete il già citato Boss e nemmeno Bob Dylan, eppure, in qualche modo sono tutti qui, frullati in un composto di malinconia che rimanda con la memoria a quegli Stati Uniti pre ‘Ruggine Americana’, quelli pieni di buone intenzioni e con una voglia di metterle in pratica seppur forzando, di tanto in tanto, la mano. Il Nostro cantautore è prima di tutto un vagabondo di sentimenti che ha raccolto frammenti di vita sparsi tra la East e la West Coast. Durante l’11 settembre era presente alla tragedia delle Torri Gemelle e, forse, quell’evento ha scatenato la voglia di allontanarsi fino a San Francisco per incidere il suo debutto in EP “Not The Way”. Ironia della sorte, chi pubblicherà quel dischetto? La piccola etichetta Monitor Records, operativa a Baltimora, dall’altra parte degli States.

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