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Voci fuori dal coro

Patricia Brennan – More Touch (Pyroclastic Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un rimarchevole gioco di intarsi strumentali è forse la caratteristica che più risalta all’orecchio riguardo alla musica di Patricia Brennan, grande vibrafonista, spesso impegnata anche alla marimba, che ha traslato nelle proprie sonorità i suoni legati alla sua infanzia e adolescenza mescolandoli con i più densi umori metropolitani. In modo particolare, questi ultimi, costituiscono un nodo di influenze esperite a Filadelfia e a New York, le città della sua formazione nell’ambito del jazz soprattutto contemporaneo. Ma la Brennan non proviene dal nulla. Nata in Messico a Veracruz, ha assorbito soprattutto le discorsività ritmiche afro-cubane delle danze latine di cui il padre era appassionato ed è venuta in contatto, come milioni di giovani negli anni ’70, con il rock dei Led Zeppelin e di Jimi Hendrix. Questa mescolanza di tradizione e contemporaneità potrebbe aver influenzato la sensibilità musicale della nostra vibrafonista che tuttavia ha iniziato presto le sue esperienze con le percussioni, all’età di quattro anni, passando però anche tra le maglie dell’insegnamento del pianoforte classico, iniziato per merito della nonna concertista e poi perfezionato in Conservatorio. Dai diciassette anni in poi la Brennan dimostra tutto il suo talento e le sue capacità, venendo coinvolta nell’organico di numerose orchestre, come la Youth Orchestra of Americas e in un secondo tempo con l’Orquestra Sinfonica di Xalapua e ancora con la Orquestra Sinfonica di Mineria. Negli USA la Brennan viene attratta dall’area del jazz contemporaneo e la ritoviamo perciò nell’Ensemble Kolossus del contrabbassista Michael Formanek, comparendo nell’album ECM The Distance (2016) dello stesso Formanek e in un altro disco, All Can Work di John Hollenbeck (2018). Ma al di là di ulteriori altre importanti collaborazioni è con Maquishti (2021) che la Brennan si affaccia in un album di puro solismo nel grande mare del jazz, un lavoro coraggioso senza rete per suoi due strumenti, vibrafono e marimba, al di là di qualche sporadico effetto elettronico. Questo suo ultimo lavoro in quartetto, More Touch, allarga e approfondisce il discorso già iniziato con il disco precedente. La distribuzione del peso creativo ed esecutivo coinvolgendo altri musicisti ha fatto molto bene alla Brennan, rendendo le proprie idee più fruibili ed apprezzabili e regalando alla sua arte una profondità tridimensionale che Maquishti non possedeva. Che musica esce da More Touch? Nonostante il genere possa essere etichettato sotto il termine avantgarde in realtà si tiene ben lontano da corrosivi sperimentalismi, preferendo climi tranquilli con ampi spazi aperti, talora riposanti e alle volte decisamente inquietanti. I centri tonali appaiono instabili e si può avvertire la strana sensazione di un continuo scivolamento verso posizioni tra loro apparentemente lontane, eppure costantemente legate dall’importante pulsazione ritmica di batteria, contrabbasso e percussioni che percorre tutto l’album. A tratti prevale l’impressione che il vibrafono e la marimba siano impegnati in una sorta di evocazione spiritica, completamente o quasi avvolti dalle ombre notturne e da atmosfere magico-misteriche. Altre volte siamo invece proiettati in aliene sale da ballo dove le originarie danze latine e i loro fondamentali hanno subito una radicale rivisitazione nei modi e dei movimenti. Ma a conti fatti, come suggerito all’inizio di questa recensione, tutte le dinamiche e i profili sonori tendono a regolarizzarsi tra loro con ordine geometrico, sotto quell’Ananke la cui presenza rende necessaria quest’amalgama di una forma nell’altra, come un mobile ligneo in cui si leggano le varie intarsiature distinte tra loro in diversi colori. Insieme agli strumenti della Brennan – vibrafono e marimba – lavorano tre musicisti come Kim Cass al contrabbasso, Marcus Gilmore alla batteria – forse il più famoso dei tre, nipote di Roy Haynes e con numerose collaborazioni alle spalle con Chick Corea, Gonzalo Rubalcaba, Nicholas Pyton, Steve Coleman, Vijay Iyer, ecc..- e infine il percussionista cubano Mauricio Herrera.

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Iggy Pop – Every Loser (Gold Tooth/Atlantic, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

L’Iguana è tornato e lascia il segno. Non giriamoci attorno, qui non si tratta di prendere un nome altisonante e scrivere due righe di conferma, ma di celebrare una delle uscite più interessanti di questo 2023. E siamo solo ai primi di Gennaio. Iggy Pop con Every Loser, suo diciannovesimo album solista, ci propone un ossimoro. Abbiamo nelle nostre orecchie un disco tanto fresco quanto conservatore nel celebrare le proprie radici. Com’è possibile tutto ciò? Semplice. L’artista ci mette la sua grinta, il suo piglio e quella voce manifesto che non invecchia mai a dispetto di un’attitudine punk che vorrebbe vedere i suoi protagonisti morire (metaforicamente), giovani. A far da cornice a questo quadro astratto, abbiamo oggi una formazione di tutto rispetto; l’Iguana infatti si fa accompagnare in questa nuova avventura da Duff McKagan (Guns n’Roses, Velvet Revolver, ecc…), al basso, Chad Smith (Red Hot Chili Peppers), alla batteria e Josh Klinghoffer (storico sostituto di John Frusciate nei Red Hot), alla chitarra.

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Armaroli Schiaffini 4et – Monkish (’round about Thelonious) (Dodicilune, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Cogliamo una sorta di bi-partizione nell’approccio revisionista a Thelonious Monk da parte di due figure cooperanti in arte, distinte per profilo ma convergenti in spirito; tra svariate espressioni collaborative del trombonista romano Giancarlo Schiaffini (testimonial e portabandiera della nostra scena free dalla prima e più storica incarnazione) ed il vibrafonista milanese Sergio Armaroli (di fatto polistrumentista ma più ancora artista ed esteta poliedrico e multimediale) vi è un recente primo capitolo discografico (Deconstructing Monk in Africa, del 2021), ripartito tra una congerie di devices percussivi, per lo più etnici, evocanti lo spirito ‘afro’ del jazzman, ed il trombone solista, cui s’affidava la profilazione metropolitana e di ricerca del medesimo, con dichiarati riferimenti anche alla musica post-accademica europea.
Ad altri piani di de-costruzione i due puntano espandendo la formazione a quartetto, nella cui line-up non meraviglia la titolata presenza del contrabbassista friulano Giovanni Maier (già apprezzato per decadi di esperienze avant-garde) e, su suggerimento di quest’ultimo, l’arruolamento del giovane batterista sloveno Urban Kušar, particolarmente attento all’implementazione timbrica del proprio set strumentale.

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Sun-Mi Hong – Third Page Resonance (Edition Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ho letto da qualche parte che il jazz è l’unica musica in perenne equilibrio tra la certezza della scrittura e il vuoto senza rete dell’improvvisazione. Non posso che essere d’accordo con questa affermazione. Nel momento in cui si abbandonano le linee rassicuranti del pentagramma le possibili scelte sono due: o si riesce a camminare sul filo oppure si rischia la caduta. C’è molta componente improvvisativa, in questo Third Page Resonance, opera terza della batterista coreana Sun-Mi Hong e del suo collaudato quintetto con il quale condivide la propria musica dal 2017. Da circa dieci anni stabilitasi ad Amsterdam, la Hong viene tutt’ora definita come astro nascente nel panorama jazz europeo, ma questa definizione le va stretta. La sua stella è ormai matura, brilla di luce popria e di originalità, tant’è che questo suo ultimo album – i primi due sono stati entrambi pubblicati nel 2020 – mi sembra una delle novità più fresche e lucide apparse nel corso dell’anno. Difficile trovare dei riferimenti precisi al suo modo di suonare, anche per quello che riguarda gli altri elementi del gruppo. Questo perché la musica che ascoltiamo da Resonance è tutto fuorché prevedibile e usuale, a tratti addirittura infusa di una forma di misteriosa magia combinatoria, con misurazioni ben bilanciate tra i vari strumenti. Si procede su quel crinale che separa talora in maniera poco identificabile scrittura ed espressione estemporanea ma è certo che la sorpresa di certi passaggi inventati all’impronta tengono lontana la noia e l’abitudine. Non si pensi ad una musica priva di elementi fondamentali, come la melodia e l’armonia più tradizionale ma nemmeno costituita da suoni estremi. Non c’è rabbia o sentore di frustrazione tra le pieghe di questa musica, anzi, si avverte una sensazione mista tra vitalità e riflessione meditativa, qualità che la rende per questo affascinante e unica nel suo genere. La Hong suona la batteria come poche volte ho sentito fare, cioè mescolando percussioni su tamburi e piatti in modo che essi stessi acquisiscano una sonorità intrinseca, una personalità quasi armonica, alla pari di tutti gli altri strumenti che la circondano. Oltre alla leader di questo quintetto, a completare il gruppo, troviamo in primis quello che forse è stato il musicista con cui la Hong ha lavorato di più, cioè il trombettista Alistair Payne. C’è inoltre Chaerin Im al piano – tenete d’occhio questa pianista, è quanto di meglio abbia potuto ascoltare in questi ultimi tempi e a questo proposito se recuperate in streaming il suo splendido Ep, Florescent in coppia col chitarrista HORIM, non ve ne pentirete di certo – Nicolò Ricci al sax tenore e Alessandro Fongaro al contrabbasso. All’interno delle note stampa allegate viene ribadito, dalla stessa Hong, il profondo amore e il saldo legame emotivo con il suo strumento, talmente intenso da spingerla ad abbandonare il suo paese natale e a trasferisrsi da un continente all’altro per cercare di dar corpo ai propri sogni. Qualche engramma della sua provenienza dev’essere rimasto nella tecnica percussiva, soprattutto in alcuni momenti di apparente richiamo alle tradizioni rituali coreane, ma sono lampi, impressioni fugaci che non intervengono in modo indelebile nella sua musica.

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Praino – Rocamboleschi Finali (Mamma Dischi/Believe, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

Quando qualcuno torna a completare un bel lavoro già iniziato tempo prima è sempre una bella sorpresa: è quello che ha fatto Praino – cognome nonché nome d’arte di Francesco Praino, calabrese classe 1989  – con il suo Rocamboleschi finali, uscito il 2 dicembre 2022 per Mamma Dischi. L’EP è infatti il “secondo tempo” di Mostri, civette, uscito un anno fa e completato ora da un quintetto di brani con un’idea ben a fuoco, che ha un progetto davvero molto convincente. Praino ha composto musiche e testi di questo suo lavoro, che è stato invece arrangiato con l’aiuto dei musicisti Michele Panepinto (batteria), Fausto De Bellis (chitarre\co-produzione), Mattia Santulli (Basso); insieme a Praino e De Bellis, alla co-produzione troviamo anche Giorgio Canali.
I brani che compongono l’Ep sono 4 su 5 featuring, mentre soltanto in un pezzo – l’ultimo – Praino è solo insieme ai suoi musicisti; tuttavia, nonostante la partecipazione di diversi artisti (decisamente affini al suo lavoro), il progetto “Rocamboleschi finali” conserva una coesione – sia nel sound complessivo sia nel messaggio che ha la necessità di trasmetterci. Suoni ruvidi ma puliti, tutti egregiamente registrati, una penna molto efficace e – cosa non scontata – anche un’interpretazione convincente, di chi crede in ciò che dice.

 

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Ardecore – Belli poeta di Roma e del mondo

I N T E R V I S T A


Articolo di Sabrina Tolve

Inizia con un saggio che ha questo nome, il libro ARDECORE 996 Le canzoni di Giuseppe Gioachino Belli, edizione Squilibri.
Il libro, di 133 pagine, raccoglie – oltre al saggio di cui sopra scritto dal critico letterario Marcello Teodonio, presidente del Centro Studi “Giuseppe Gioachino Belli”, direttore della rivista di studi belliani «Il 996», nonché segretario scientifico del Comitato Nazionale delle Opere di Belli – le illustrazioni di Marcello Crescenzi (pagg. 32, 36, 48, 64, 80, 94 e 110), quelle di Scarful (pagg. 14, 32, 52, 68, 90, 106 e 122) che si è occupato anche della copertina, quelle di Claudio Elias Scialabba (pagg. 18,  36, 40, 56, 76, 98, 118, 127 e 128) e Ludovica Valori (pagg. 22, 44, 60, 72, 86, 102 e 114) e le fotografie di Daniele Bianchi.
Per ogni sonetto abbiamo dunque un’illustrazione, lo spartito musicale che accompagna il sonetto, il sonetto stesso con le note del Belli e le note di Teodonio a fronte.
Il libro fa anche da supporto ai due volumi dell’album omonimo, di cui abbiamo parlato qui (link).
Per approfondire meglio il lavoro immenso che gli Ardecore hanno dedicato al Belli, ho incontrato virtualmente Giampaolo Felici che mi ha regalato questa bellissima intervista.

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Marco Frattini – Empty Music (Encore Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Empty Music, album di esordio del batterista Marco Frattini nasce, in fondo, da una magnifica ossessione. L’assillo si presenta sotto le spoglie della musica di un altro artista molto eclettico, il canadese Chilly Gonzales – pseudonimo di Jason Charles Beck – che proviene dal mondo dell’elettro pop e delle colonne sonore ma che ha toccato nella sua carriera generi diversi e apparentemente lontani. Ricordo ad esempio l’insolito duo con Jarvis Cocker, leader dei Pulp, col quale editò Room 29, un bell’album pubblicato da Deutsche Grammophon nel 2017. Ma Gonzales ha manifestato le sue doti di pianista in una serie di dischi in solitudine, tre almeno fino a questo momento, dove è stato celebrato dalla critica con enfasi fin troppo eccessiva – è stato definito da alcuni un novello Erik Satie mentre secondo me è assai più vicino al bretone Yann Tiersen, quello che ha scritto le musiche de Il favoloso Mondo di Amelie, per intenderci….Ed è appunto il primo di questi album ad aver innescato in Frattini una particolare dominante di coscienza, a tal punto da spingere l’Autore italiano a rielaborare alcuni brani di quel disco per dar loro un abito diverso. Così ci si è trovati a mezza strada tra un lavoro improntato al jazz – alcuni riferimenti a quello nordico degli E.S.T e seguaci – ed una visione soggettiva che si muove nell’ambito di un melodismo a tratti rockkeggiante, con qualche suggello di stampo classico. Ma Frattini, essendo batterista, ha avuto evidentemente bisogno dell’apporto di un pianista per scrivere le sue idee, trovandolo nella figura del bravo Claudio Vignali che, oltre ad essere un jazzista con significative collaborazioni nel suo curriculum – Fabrizio Bosso, Flavio Boltro, Mauro Negri, Fulvio Sigurtà, Achille Succi, Carlo Atti, Joe Locke, Rob Mazurek, Gretchen Parlato e altri ancora – è anche un pianista dall’importante educazione classica. A completare il trio un altro pezzo da novanta, cioè il contrabbassista Gabriele Evangelista, il cui curriculum collaborativo è così ampio che sono costretto a rimandarvi alle note di WikiPedia – faccio solo quattro nomi, se mai vi dovessero bastare, e cioè Enrico Rava, Stefano Bollani, John Scofield e Dave Douglas, consapevole di fare torto ad un fiume di altri musicisti certamente non da meno. Da segnalare gli interventi di Gionata Costa al violoncello e Mattia Dallara che interviene con effetti sonori – tra l’altro Dallara è anche il produttore di questo album. Frattini, dal canto suo, lo avevamo già notato attraverso le collaborazioni con i misteriosi e sperimentali C’mon Tigre ma in più ha dalla sua una seria istruzione musicale, conseguita sia in Italia che negli USA. Tutto torna, nelle nostre esistenze e qualche volta ci si volge all’indietro non per mancanza d’idee ma per fare il punto su quello che abbiamo esperito. Stessa cosa avviene in ambito musicale. Sono convinto che Frattini avrà un luminoso seguito di carriera ma nel suo primo passo ufficiale, evidentemente, sente il bisogno di misurarsi con quella musica che attualmente percepisce più importante per sé stesso e che ha avvertito depositarsi, nel tempo, progressivamente dentro il suo animo, strato dopo strato. In tale frangente questa arte di riferimento è appunto quella di Gonzales. Le variazioni apportate agli originali sono un ottimo test per verificare la capacità compositiva di Frattini e magari anche per farsi un’idea – ma qui si gioca di fantasia – sull’evoluzione futura della sua musica

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The Fabelmans – di Steven Spielberg (USA, 2022)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Girare un film sul cinema è una tentazione a cui pochi registi hanno saputo resistere, soprattutto in età matura o a fine carriera. Qualcuno lo ha fatto prima, come François Truffaut con “Effetto notte” o Wim Wenders con “Lo stato delle cose”, qualcuno dopo come Federico Fellini o Woody Allen, qualcun altro lo ha fatto solo perché ci aspettava lo facesse, come Giuseppe Tornatore. Alla tentazione ha ceduto anche Steven Spielberg con The Fabelmans, in questi giorni nelle sale. Ma, rispetto ai registi citati, la sua non è una semplice riflessione sul cinema o sulla impossibilità di girare un film, come nel caso di Wenders. The Fabelmans è qualcosa che sta tra un racconto autobiografico e una seduta psicanalitica. Sammy Fabelman si appassiona presto a cineprese e cinema: figlio di un geniale ingegnere elettronico, Burt, e di una pianista un po’ sconclusionata, Mitzi, Sammy cresce tra l’Arizona e la California a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.

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Micah P. Hinson – I Lie To You (Ponderosa Music Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

Tessera conclusiva del mosaico del passato, I Lie to You è l’ultimo di Micah P. Hinson – il dodicesimo, ad essere precisi.
Su questo telaio fitto, persistente e coerente, il cantautore texano ha disegnato i primi trent’anni della sua vita, divincolandosi così dai lacci che lo costringevano a guardarsi indietro e mai avanti: I Lie to You è diventato quindi una promessa, quella di venir fuori da una trappola di dolore e finalmente salvarsi, guardando al futuro.
Registrato in Irpinia in soli cinque giorni con il supporto del percussionista Zeno De Rossi, del contrabbassista Greg Cohen, e Raffaele Tiseo agli archi, l’album è stato prodotto da Alessandro ‘Asso’ Stefana, che ha lavorato con PJ Harvey e Mike Patton, per la Ponderosa Music Records che si è occupata, tra gli altri, di Blonde Redhead, David Byrne, Madrugada, Patti Smith, Terry Riley, e i Jesus and Mary Chain – che tanto hanno ispirato Hinson durante i suoi primi anni di formazione.

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