R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Sono poco frequenti gli artisti che esprimono gratitudine sincera nei riguardi di altre persone o quanto meno verso la loro buona sorte. Invece Cecilie Strange, sassofonista danese, non ci pensa due volte a considerare il suo ultimo album, Beyond, come una sorta di donazione a quegli esseri umani che hanno contato e che ancora danno valore alla sua esistenza. Cioè i propri nonni, il marito, i tre figli e sullo sfondo la Natura nordica, spesso così solitaria e fiabesca, almeno nell’immaginario di chi non ci abita. Del resto anche il titolo del suo ultimo lavoro – il quarto in carriera – suggerisce un obiettivo ulteriore, al di là dei modelli tangibilmente quotidiani. Questa musicista è figlia d’arte, ha cominciato a studiare il suo strumento all’età di dodici anni, a perfezionarsi nella città di Odense col jazzista Hans Ulrik per poi completare la formazione musicale a New York, in particolare seguendo gli insegnamenti del sassofonista Chris Cheek. La musica che scorre tra le scheletriche strutture sonore di Beyond si rapporta direttamente al silenzio, spostando gli accenti verso una costante sensazione di serena tranquillità. Un jazz idoneo alla meditazione, interpretato e arricchito da componenti legate alla tradizione popolare che mi hanno ricordato per certi aspetti la norvegese Sinikka Langeland e il suo canto interiorizzato. In effetti una simile qualità la si ascolta rivivere attraverso l’emozionante voce della cantante svedese Josefine Cronholm, chiamata qui a collaborare con la Strange. Una musica come questa, in effetti, non avrebbe mai potuto essere pensata in un qualsivoglia ambiente urbano, non avendo con questo proprio nulla da spartire. Va considerata invece come l’espressione di un mantra unico e continuativo, un’oasi di ricerca interiore tesa verso la comprensione dell’eterno ciclo del Tempo e dell’esistenza che anima, alimenta e conclude la vita di noi tutti. Del resto la maggior parte dei brani è stata composta in una piccola isola dell’arcipelago delle Lofoten, nella Norvegia del nord, quanto di più lontano da una convulsa città si possa immaginare.

Lo stile di questa tenorista è molto morbido e la musica prodotta insieme al suo gruppo non è pienamente ascrivibile all’interno di quel modello generico che va sotto il nome di jazz scandinavo. Questo orientamento musicale, infatti, s’incentra attorno ad uno strumento armonico, più frequentemente il pianoforte, comunque mantenendo intatti gran parte degli stilemi tipici del jazz, magari facendoli confluire all’interno di una sensibilità europea di influenza classica. La musica della Strange, invece, preserva una pulizia sonora ed un personale candore che la mantiene un po’ defilata rispetto al riferimento succitato. Anche se non si ascoltano tensioni be-bop o cangianti politonie ma altresì un senso di delicata intensità, è difficile collocare la Strange all’interno di quella schiera jazznordica che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare in questi ultimi vent’anni. Il fatto che questo Beyond sia un lavoro molto malinconico, senza discontinuità e cambiamenti di passo, richiede una disponibilità all’abbandono e alla contemplazione che non sempre si sarebbe invogliati a praticare. Occorre quindi un giusto atteggiamento per accostarsi a questo quartetto – quintetto con la cantante aggiunta –  senza il quale il piacere di ascoltare questa musica ci verrebbe inevitabilmente precluso. Accanto al sax tenore della Strange, suonano tre musicisti presenti anche nei due precedenti dischi registrati per l’etichetta April Records di Copenhagen. I componenti del suo personale dream team, come la stessa Strange ama definire il suo gruppo, sono il pianista Peter Rosendal, Thommy Andersson al contrabbasso e Jakob Hojer alla batteria. Inoltre, in un paio di brani, è presente anche la già citata Josefine Cronholm al canto.

The Alice’s of my Life è il biglietto da visita di Beyond ed è un brano da cui trasuda tutto l’amore che la Strange dedica al ricordo della nonna scomparsa quando lei aveva otto anni, il cui nome – Alice, appunto – viene portato ora dalla figlia della stessa Strange. Il piano di Rosendal introduce un paio di accordi in tonalità maggiore, a distanza di un intervallo di quarta, resi un po’ malinconici dalle estensioni armoniche che li completano. L’incipit pianistico tecnicamente quasi elementare eppure straordinariamente efficace si sostiene sopra una serie di percussioni tra piatti e tamburi – l’intervento di batteria mi ha ricordato lo stile del nostro Massimo Barbiero – che tengono il piano idealmente sollevato in aria, come galleggiasse su una nuvola. Dopo circa un minuto dall’inizio entra il sax morbidamente, quasi poco più di un sussurro. Per ultimo appare il contrabbasso, ulteriore conforto per l’atmosfera calda e intima e sì, anche un po’ triste, che si è venuta a creare. Andersson interviene con grande classe, arrotondando le note e addomesticandole con garbo. L’ottimo interplay fa riflettere come molte volte non serva creare musica troppo complessa per centrare il bersaglio emotivo dell’ascoltatore. Ad esempio questo brano è uno di quelli che potrebbe girare ad libitum e trasmettere sempre lo stesso sentimento, nonostante la sua apparente semplicità. Byssan Lull è una ninna-nanna svedese che il marito della Strange ricordava di aver sentito cantare da sua madre quand’era bambino. Delicate percussioni e note tremolanti di piano s’incrociano sottovoce, quando arriva il soffio di una singola nota di sax che offre l’abbrivio alla voce della Cronholm. Il suo canto rivela una bellezza arcana, forse sarà per la fonetica svedese o più semplicemente per la melodia che possiede un evocativo fascino nordico. Certamente il timbro vocale di questa cantante gioca molto sulla presa emozionale di questa canzone, circondata da timidissime note di piano a simulare l’effetto di un carillon. Nel procedere del brano si fanno vivi il sax e il contrabbasso, il primo attento a non stravolgere il clima del momento, il secondo a trovare dei pertugi da riempire con la vibrazione bassa delle sue corde. Verso la fine la Cronholm si apre ad un’improvvisazione vocale, sostenuta dal sax, poco prima dell’ultima strofa con cui si conclude il brano che in verità assomiglia più a una ballata ultra terrena, una specie di canto delle fate, piuttosto che a una semplice ninna-nanna.

Where my Heart Lives è un autentica ballad, una dichiarazione d’amore in musica per il proprio marito. Se vogliamo, questo brano è quello che s’avvicina di più alle tematiche sonore del jazz scandinavo di cui abbiamo prima parlato. Il pezzo è più conforme alle aspettative d’un jazzofilo, perché qui ci sono tutti gli ingredienti giusti, melodia, un piano che finalmente s’allarga un po’ di più, un dialogo all’interno della componente ritmica portato dal contrabbasso e dalla batteria ed un sax che disegna un tratto intenso, consegnando all’ascoltatore un’esperienza sonora davvero appagante. Midnight Sun Upon Saltvaersoya, come già suggerisce il titolo, racconta la suggestione del sole di mezzanotte, durante un soggiorno estivo della Strange alle Lofoten. In linea con il brano precedente, anche questa traccia gode del clima ammaliante della ballad ma con delle connotazioni più meditative. Il sax cammina da subito con le proprie gambe, impostando la melodia, struggente nella sua calda avvolgenza che precede l’assolo di piano. Rosendal centellina suoni come fossero gocce di un prezioso elisir ed ogni pausa ha quasi lo stesso valore della durata delle singole note. Lo stesso fa il contrabbasso e da par suo anche il batterista. Per New Life, la Strange richiede ancora l’aiuto della Cronholm, visto che anche in questo caso si tratta, diciamo così, di una lullaby sui generis, dato che l’Autrice scrisse questo brano durante la gravidanza del suo ultimo figlio. In questo frangente si ritorna allo spirito dei primi brani, abbandonando la ballad e impostando un quasi sincrono tra sax, voce e contrabbasso con qualche sommessa presenza della batteria. Il piano compare solo in un secondo tempo, in sordina, quando si allarga lo spazio dell’improvvisazione. I suoni si fanno ancor più radi, se è possibile, rispetto ai brani precedenti. Il canto della Cronholm si concede ancora uno spazio di libero vocalizzo, quasi uno scat anomalo prima del ritorno del sassofono e della sua lirica melodia. Strano, però, che un inno alla nuova vita come questo sia strutturato sulla linea di una canzone dai toni così malinconici…The Great Grand è dedicata ad un altro componente familiare, questa volta il nonno novantacinquenne che strappa alla nipote commenti di stupore e ammirazione per la sua forza d’animo e per l’intatta amabilità. Il brano è una sorta di gospel che procede con quel tipo di cadenza a cui ci siamo abituati lungo tutto il poetico percorso di Beyond.

Un lavoro come questo, austero, scarno fino all’osso, intriso di una pervicace malinconia dalla prima nota all’ultima, potrebbe scontentare chi cerca nel jazz qualche beat più sostenuto. Ma l’arco stilistico di questo album si muove con sincerità estrema, la musica viene lentamente modellata, con pazienza e poesia, fino ad ottenere un particolarissimo metafolk intriso di jazz – o volendo girare le carte potremmo parlare di un metajazz intriso di folk –  approssimato al silenzio. Soprattutto si avverte tra queste note una gioia profonda e ineffabile, talmente potente da sconfinare in un sentimento vago di nostalgia romantica che paradossalmente allude ad un dolore sottile e piacevole, proprio quello che ci racconta, senza asprezze e senza veli, l’intimità dell’Autrice danese.

Tracklist:
01. The Alice’s of My Life
02. Byssan Lull
03. Where My Heart Lives
04. Midnight Sun Upon Saltværsøya
05. New Life
06. The Great Grand

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