R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il raffinato melange franco-senegalese degli African Jazz Roots, due dischi alle spalle pubblicati nel 2012 e nel 2017, torna a riproporsi nel nuovo Seetu, termine che in wolof, una lingua senegambiana parlata in Africa Occidentale, significa riflesso. Questo titolo non allude solamente ai bagliori luminosi dei paesaggi del Senegal ma si riferisce fondamentalmente ai reciproci rispecchiamenti culturali del batterista bretone sessantaduenne Simone Gubert con il senegalese musicista cinquantatreenne Ablaye Cissoko. Quest’ultimo musicista africano, suonatore di kora, è considerato un griot, cioè uno di quegli artisti itineranti depositari della consolidata tradizione orale e musicale dell’Africa dell’Ovest. Il rapporto professionale tra i due iniziò nel 2009 quando s’incontrarono al Festival Jazz di Saint Louis du Senegal e valutarono il progetto di una musica dalla prospettiva aperta e ariosa, che dimostrasse più o meno in egual misura elementi tradizionali africani uniti ad altri di matrice più occidentale, pur non necessariamente legati al jazz. Gubert e Cissoko hanno costituito l’asse bivalente attorno al quale ruota la band degli African Jazz Roots, cioè una formazione che ha subìto nel tempo qualche cambiamento e che in questo ultimo album si attesta attorno a un gruppo di cinque elementi, compresi i due leader.

Vale la pena, data l’importanza della storia personale di questi musicisti, piuttosto misconosciuti in Italia, di approfondire i loro profili professionali. Il batterista Gubert ha suonato per anni con Christian Vander, anch’egli batterista e fondatore di uno dei gruppi francesi più indecifrabili e inclassificabili degli anni ’70 – ma sono ancora oggi in pista – e cioè i Magma. Un gruppo che ai tempi poteva esser definito come progressive, benché il loro stile fosse veramente originale anche per le parole utilizzate nei loro testi, scritte in kobaliano, una bizzarra invenzione linguistica dello stesso Vander. Inoltre, nel 2004, Gubert ha fondato i Soft Bound, gruppo con la pianista Sophia Domancich presente anche in questo Seetu, in cui militavano Hugh Hopper ed Elton Dean, cioè la metà dei vecchi Soft Machine. Il contrabbassista Jean Philippe Viret ha un portafoglio collaborativo che l’ha visto suonare per otto anni col violinista Stephane Grappelli e inoltre anche con Lee Konitz, Richard Galliano e un vero monumento della batteria europea come lo svizzero Daniel Humair. La pianista sopra citata, la Domancich, vanta un passato che l’ha vista parte attiva sulla scena di Canterbury, a partire dall’ex Gong Pip Pyle – che fece parte di due indimenticabili gruppi come Hatfield and the North e i National Health – passando poi ai già menzionati Soft Bound. Restando ancora dalle parti di Canterbury, nei primi ’90 la Domancich suonò con John Greaves – ex Henry Cow – e Robert Wyatt. Comunque la sua indole di pianista jazz si è mantenuta ben viva con una decina di dischi pubblicati a proprio nome a partire dal1991. Ibrahima Ibou Ndir è il percussionista senegalese alle prese con il calabash, un particolare set di Lageraria Siceraria che è un frutto simile alla zucca, prima seccata e tagliata a metà e poi percossa col palmo delle mani e con le dita o anche con bacchette di legno per produrre diverse varietà di suoni. Infine Ablaye Cissoko che, senza nulla togliere a Gubert, mi sembra rappresenti la vera anima degli African J.R. La kora tra le sue mani suona dolce e magnetica e si sposa a meraviglia con il pianoforte della Domancich. Quando inoltre Cissoko canta, anche se ciò avviene solo in un brano di questo album, la sua voce si alza timida ma potente, portando con sé l’emozione di una Storia collettiva che si perde nel tempo.

Cerchiamo ora di parlare più propriamente della musica presente in questo lavoro. Diciamo subito che Seetu, sia per com’è suonato ma soprattutto per come è stato pensato, si dimostra decisamente tra i migliori dischi usciti quest’anno. Non si tratta di musica esclusivamente tradizionale ma sapientemente organizzata in una struttura contemporanea leggera come l’aria. Lo spazio evocato non riguarda solo il paesaggio geografico ma anche la dimensione interiore, riuscendo a stimolare una sensazione di purezza pacificata e serena, lontana da uggiose malinconie ma colma di una gioia di vivere che ha quasi del miracoloso in tempi come questi. Tale piccolo prodigio di mescolanze tra diversi influssi culturali si sottrae alla logica dello scambio e della somma di semplici elementi eterogenei. Si ascolta un jazz tutt’altro che ansiogeno che sembra il risultato di una necessaria consequenzialità di elementi in cui vanno a confluire la concezione spirituale di Abdullah Ibrahim così come la più sognante atmosfera di uno Yann Tiersen, sonorità ispaniche e crepuscoli medio-orientali, festose celebrazioni tribali e ricordi fusion alla Zawinul. Il tutto, naturalmente, in grembo a Mother Africa, la culla del jazz. Insomma, un bell’insieme di considerazioni che sottolineano l’ibridazione di stimoli differenti, magari considerati aporetici a priori e che invece non compiono nemmeno lo sforzo di superare certi prevedibili ostacoli perché semplicemente si adagiano delicatamente uno sull’altro con sorprendente naturalezza. Il risultato non s’irrigidisce, quindi, in forma definitivamente cristallizzata bensì in una materia elastica, adattabile, disposta ad attraversare e a farsi compenetrare in virtù di una musica finalizzata al puro piacere di esistere di per sé. Africa Jazz Roots si annuncia da sempre, quindi, con un forte senso identitario, quasi fosse un corpo unico, senza alcun conflitto avvertibile tra le parti che lo compongono.

Primo brano che appare in scaletta è firmato da Goubert ed è la title-track Seetu. Inizia la kora, solitaria, con una melodia semplice e suggestiva che ricorda un volo d’uccelli, tant’è lo spazio evocato dalle corde di questo strumento. Distanze mantenute pure all’ingresso del piano che ondeggia inizialmente su una coppia di accordi in minore, anch’essa in solitudine, per poi allacciarsi con le sonorità della kora. L’affacciarsi della batteria con un gioco privilegiato di piatti stimola comparazioni con il frangersi ondoso dell’Oceano ma tutto questo non vuole essere propriamente e solamente un elemento descrittivo. In realtà è una preparazione all’ingresso di un ritmo più moderato ma continuo – qui ci sento Canterbury & C. – nel quale piano e kora si dispongono ad un dialogo fluido e rilassato che è una lode ad Euterpe, tanto è spontaneo, pieno di colori vividi e morbidamente armonico. La Langue de Barbarie proviene invece dalla fantasia creativa della Domancich ed è uno dei due brani – come sarà il prossimo – dove si avvertono influenze ispaniche mescolate ad una sensibilità più marcatamente senegalese, questo soprattutto per merito delle percussioni significative di Ndir. La kora e il contrabbasso di Viret fungono da piattaforma stabile su cui il piano costruisce una melodia in tonalità minore, molto accattivante – ecco il riferimento a Tiersen cui si accennava poco sopra… Ancora i due strumenti di Cissoko e di Domancich a colloquiare amabilmente in una sincrasia fluttuante di suoni a mezz’aria. Ancora Goubert a comporre le note di Reflexions du Jour, brano decisamente moderato, ben sorretto da una perfetta ritmica con la combinazione percussiva della calabash e della batteria, nonché delle note basse di Viret. Il giardino delle meraviglie così tracciato offre un clima beatamente rilassato, dove tensioni e ansie si disperdono e sembrano futili retaggi tossici, smaltiti dalle costruzioni melodiche e dagli assoli dai toni delicati del contrabbasso prima e del pianoforte poi, con le sue note rarefatte, gli accordi in rivolto e le fugaci tentazioni out of tune. Finale con incrocio tra kora e Domancich in un tripudio di piatti di batteria. Veramente un gran momento di musica. Tenguene, come facilmente si sospetta all’ascolto, è un brano di Ndir suonato in coppia con Goubert ed è un fondale minimalista di sole percussioni – non dimentichiamo che ci troviamo almeno idealmente in Senegal…Le Jour des Regates torna sotto la penna dello stesso Goubert e un po’ più di eccitazione scorre nelle vene del gruppo, tra qualche scheggia di Weather Report e una buona compagnia percussiva di tenore afro-sudamericano. Atmosfera festosa ed esuberante, l’aspetto ritmico si addensa maggiormente mentre il tema viene più volte riproposto in simultanea dalla kora e dal piano. Il pezzo in questione resta nelle vicinanze di certa fusion che oltre a Zawinul mi riporta ad Hancock. Cissoko suona con piglio quasi chitarristico alla McLaughlin, facendo sfoggio della sua eccellente tecnica individuale.

Mansanni Cissè è un adattamento dello stesso Cissoko di un traditional senegalese. Dopo una lunga introduzione percussiva con suoni che ricordano richiami di animali selvatici, il contrabbasso si adopera per un assolo che diventa poi un riff, con la batteria di Goubert che si propone al di sopra della kora, il cui suono in questo frangente, aiutato dal pianoforte, ricorda molto da vicino quello dell’arpa. Anzi, mi è tornato in mente il bel suono della Brandee Younger – vedi qui e qui – nel quale ritrovo alcune affinità, se non altro nell’atteggiamento sereno impostato allo stesso modo dall’artista americana. Molto efficace, mi ripeto ma a ragion veduta, l’ottimo pianismo, non solo di mestiere, della Domancich. D’une Evidence a l’Autre è opera di Goubert. La prima volta che ho ascoltato questo pezzo avevo pensato alla pianista come autrice per via di quell’attacco a metà tra jazz e circolarità new age che ben si adattava alla mano duttile e morbida della Domancich. Invece Goubert confeziona un brano dalla struttura semplice e ripetitiva, un vamp di accordi pianistici che ritorna sempre in sequenza ma è la kora ad occuparsi fondamentalmente del tema. La traccia resta affare a due tra Cissoko e il piano per tutta il suo svolgimento. Goxumbaac è composizione di Viret ed è tra le più energetiche dell’album. Costruito su un pedale di piano che regge una sequenza di accordi per intervalli di quinta ascendenti e discendenti è il momento di massima espressione della componente più pura del jazz che si sposta persino in ambito blues. Non si tirano indietro contrabbasso e batteria che incrementano le loro dinamiche e i volumi sonori mentre la Domancich può correre libera per la tastiera dimostrando, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il suo agile e ponderato pianismo. Ma non è che la kora resti indietro. Risucchiato da una sorta di coinvolgimento virtuosistico, Cissoko, come già accaduto nel brano Le Jour des Regates, legge lo strumento a tratti come una chitarra, evidenziando tra l’altro una capacità di adattamento e di isomorfismo anche quando la bussola della musica si orienta decisamente verso l’occidente. Sundjata è il risultato di un altro adattamento di Cissoko nei riguardi di un brano appartenente alla tradizione. Si avverte lo stacco con il pezzo precedente perché qui si respira un’aria decisamente più africana. L’atmosfera lirica si riavvicina alla koinè del territorio di provenienza e il richiamo del suono modale trova delle affinità con la musica greco-balcanica. Forse dall’oceano Atlantico al Meditarraneo la distanza pare essere più breve di quanto non sia nella realtà… Il piano assume qui un ruolo maggiormente auto-dimensionato e tutto concorre affinché non si esca dal simbolico cerchio magico tracciato attorno a Cissoko. Persino la batteria si indirizza ad un insolito ma comprensibile ricalco della trama percussiva di Ndir. Cafè Touba è l’ultimo brano della raccolta, composto sempre da Cissoko. S’alza il canto verso il cielo dello stesso autore in quella che sembra un’evocazione velata da un po’ di tristezza – ma è l’unica volta nel corso dell’album – forse la consapevolezza di come la musica sia una dimensione privilegiata e solitaria rispetto allo scorrere della Storia. Quando entrano gli altri strumenti il senso non muta ma la composizione assume l’identità di una malinconica pop song.

Un album come questo Seetu ci racconta indirettamente qualcosa della catechesi jazzistica degli antichi padri. Non si tratta di una semplice lettura iconografica ma di una vera e propria ricerca iconologica del senso profondo della musica quale linguaggio spontaneo e poetico, al netto di qualsiasi sovrastruttura colta. Perché, prima di diventare quello che oggi è, la musica è stata legame autentico con la Terra, comunione con i quattro elementi della Natura e coscienza della propria dimensione umana, marchiata dall’insufficienza e dalla debolezza di fronte alla grandezza del Cosmo ma consapevole di un senso unitario d’appartenenza al Mondo. Una pars pro toto, potrebbero sottolineare gli stessi African Jazz Roots, cioè una parte che simboleggia il Tutto e che nonostante l’ibridazione con la contemporaneità non vuole smarrire sé stessa.

Tracklist:
01. Seetu (8:47)
02. La langue de barbarie (4:32)
03. Réflexions du jour (7:18)
04. Teunguène (3:05)
05. Le jour des régates (4:56)
06. Mansanni Cissé (7:29)
07. D’une évidence à l’autre (4:53)
08. Goxumbaac (5:40)
09. Sundjata (5:32)
10. Café touba (8:46)

Photo © Jean-Baptiste Millot

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