L I V E – R E P O R T
Articolo di Arianna Mancini, immagini sonore di Alessia Palermo
“We see the whole world differently, he used to say
And the bizarre becomes gracefully
So goodbye reality”.
Addio realtà.
È proprio il caso di dire così, se penso alla serata che sta per iniziare. Siamo al TPO di Bologna per la prima data di presentazione di Habitat, ultima creazione dei C’mon Tigre, e un meritato sold out apre le danze del tour. Ascoltare il loro mutante magma sonoro, in una qualsiasi situazione di vita quotidiana, ispira sempre ed inevitabilmente un duplice viaggio: quello nelle molteplici sonorità del globo terrestre, nelle varie sfumature che la musica può avere, e quello interiore. Vivere questo stato d’animo in un’esperienza dal vivo è l’immancabile tratto che chiude il cerchio, rendendolo ancor più speciale.

Poco prima che tutto inizi: atmosfera intima, luci soffuse che sfumano dall’ocra, al rosso al bluastro e di tanto in tanto una sottile nebbia di fumo invade il palco. In questi giochi di penombre sfumate i C’mon Tigre fanno il loro ingresso fra applausi e grida d’accoglienza.
L’incipit è quello giusto per disconnettersi dal tangibile e Goobye Reality dà il La a questo rituale. Accolti in una cangiante danza fra strumenti e voci, entriamo nel vivo del nuovo album con The Botanist, Teen Age Kingdom e Odiame. È una celebrazione di suoni mutanti, dai ritmi afro-brasiliani, alle trame elettroniche fino a toccare gli echi folcloristici e melodici del Sudamerica. Siamo solo all’inizio ma già immersi dentro ad un vortice ipnotico, viscerale e raffinato. Un piccolo passo indietro nel tempo ci riporta a Scenario, con la trascinante Supernatural e Kids are Electric con le sue cadenze del forró brasiliano, bagliori d’elettronica e profumi d’Africa. Scenario è uno di quei dischi che ho consumato d’ascolti ed è stato meraviglioso assistere alla premiazione delle Tigri al MEI di Faenza quando hanno ricevuto la Targa Mei – Pimi 2022 come miglior artista indipendente dell’anno. Un episodio confortante perché ha dimostrato che, di tanto in intanto, la meritocrazia viaggia nella giusta direzione.

Ma torniamo al presente e lo facciamo con Na Dança das Flores, un sogno esotico che cede poi spazio a Keep Watching Me, ballata lunare che scioglie ogni malessere. La possente raffinatezza dei fiati gioca con i riff di chitarra, con il tappeto ritmico e scintillante dello xilofono e la voce tesse un racconto che viene dal profondo dell’anima. Poi, una crepa si apre all’improvviso e Burning Down ci riporta nuovamente a Scenario con un distorto terremoto electro-noise, e ci troviamo in una realtà parallela popolata da algoritmi sonori. Il viaggio nella cangianza degli stili prosegue fra presente e passato recente, in un ammaliante andirivieni fra Scenario e Habitat, disco che viene eseguito per intero.
Nomad at Home seguita da La Mer et l’Amour regalano un altro incanto e trionfo multietnico. I sei musicisti sono immersi nel loro dialogo sonoro per farci dono di un’esperienza formidabile, frutto delle loro migliori energie creative e del loro talento. Con il duo troviamo, come sempre, Marco Frattini (batteria) Pasquale Mirra (xilofono), Beppe Scardino (sax e flauti), Tiziano Bianchi (tromba e corno francese), Mirko Cisilino non presente fisicamente questa sera, ma con loro comunque. Non molto lontano ci sono: Lorenzo Caperchi alla regia del suono e Andrea Amadei alle luci.

Arriva ora il momento dell’ospite a sorpresa, in un’apparizione lampo, sale sul palco Giovanni Truppi, presente anche nella versione studio di Habitat, con Sento un Morso Dolce di cui ha scritto il testo. Il tempo ha perso la sua consistenza, ma continua purtroppo a scorrere verso la fine del concerto; la caleidoscopica fiamma di questi suoni ancestrali sta consumando questa magica candela d’empatia collettiva. Arriva il momento di No One You Know che brilla di magia crepuscolare come una moderna sinfonia intrisa di echi dance, funk ed etnismi. La chiusura è affidata a Sixty-Four Seasons, il brano più funky-soul di Habitat. Sentirla dal vivo è ancor più magnetica e trascinante. Ti travolge nella sua incontenibile energia: la velocità è la chiave di lettura che scorre nel groove incisivo della sezione ritmica: batteria e xilofono si intrecciano in una vivace fuga, i fiati in un tripudio di splendore ne amplificano la sinuosità, chitarra e voce nel vortice di questo incontenibile flusso aggiungono immancabili tasselli di vitalità.

Qualche minuto di pausa ed i musicisti ritornano fra noi per condurci nel rave metropolitano di Sleeping Beauties e nella metamorfosi liberatoria di Twist into any Shape, titolo che incarna in maniera inequivocabile l’essenza del progetto artistico C’mon Tigre: libero, aperto ed imprevedibile. Ma non finisce qui, le Tigri non si risparmiano e tornano sul palco per un secondo bis riportandoci alle origini, nel 2014, con il loro album omonimo, e chiudono questo folgorante festival delle emozioni con Federation Tunisienne de Football.
È solo la prima data del tour e la certezza di poter rivedere a breve un loro concerto risveglia la sognatrice che è in me, è sono già idealmente in A World of Wonder.
Ringrazio Alessia Palermo che ha scattato le immagini sonore di questa incontenibile performance.
Scaletta:
Goodbye Reality
The Botanist
Teen Age Kingdom
Odiame
Supernatural
Kids Are Electric
Na Dança das Flores
Keep Watching Me
Burning Down
Nomad at Home
La Mer et L’Amour
Sento un Morso Dolce
No One You Know
Sixty-Four Seasons
I Bis
Sleeping Beauties
Twist into any Shape
II Bis
Federation Tunisienne de Football




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