R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Il percorso di crescita musicale del trentaquattrenne chitarrista catanese Sergio Casabianca, è stato analogo, se vogliamo fare paragoni, a quello intrapreso da molti di noi. Si comincia dai Beatles o giù di li, per poi scandagliare l’universo del rock fino ad arrivare, ovviamente non sempre per una strada obbligata, al jazz. Tiene a specificare lo stesso Casabianca, in un’intervista rilasciata a Nicola Santini per il quotidiano online L’identità nell’ottobre del’23, che l’amore per la musica jazz non è stato immediato ed è arrivato via via con il progredire degli studi accademici sulla chitarra. Proprio questo strumento è uno tra i più frequentati nell’ambito moderno e si trova spesso a contendere al pianoforte il ruolo di leader armonico, soprattutto nelle formazioni triadiche dove si gioca tutto lavorando sull’essenziale, cioè in un rapporto a tu per tu con la sezione ritmica. La chitarra semi-acustica utilizzata in questo De Visu – non un vero e proprio lavoro d’esordio, a dir la verità, perché c’è stato in precedenza un altro album auto-prodotto nel 2017, Out of Cage e dedicato alla rielaborazione di brani di Charlie Parker – è suonata con un tocco snello, assai espressivo e personale.

Naturalmente si avvertono le influenze dell’hard be-bop ma non me la sentirei di tirare in ballo il solito, importante riferimento al grande Wes Montgomery, la cui timbrica ovattata e il classico fraseggio, hanno inevitabilmente battezzato adepti in tutto il mondo. Piuttosto, sempre attingendo alle informazioni dell’intervista di cui sopra, è lo stesso Casabianca che più o meno direttamente, segnala il suo spettro d’influenze, oltre a quelle classiche tra cui lo stesso Montgomery. Ad esempio, mi sembra di poter condividere il riferimento all’olandese Jesse van Ruller e a Scofield, o anche alla nuova stella statunitense della chitarra Julian Lage di cui Off Topic si è già occupata in precedenza – vedi qui. Casabianca non è da solo in questo suo album ma è accompagnato da due validissimi strumentisti, come il contrabbassista Riccardo Grosso e il batterista Peppe Tringali, anch’essi catanesi. La difficoltà di suonare in trio sta nell’unire i vari elementi in modo che il risultato finale, almeno nel guitar-jazz trio più moderno, sia un sintetico equilibrio tra le parti, senza che lo strumento principale prenda un eccessivo sopravvento sulla parte ritmica o, al contrario, rimanga compresso dall’esuberanza degli altri musicisti. Direi che in questo caso lo spazio concesso ai singoli è ben ripartito, facendo funzionare una buona sinergia tra le varie componenti e sapendole anche singolarmente valorizzare al momento opportuno. Ad esempio in alcuni casi il contrabbasso di Grosso non si limita all’accompagnamento ma evidenzia una buona capacità melodica, quasi fosse uno strumento che si muova parallelamente alla chitarra. Il suono complessivo è piuttosto morbido, ben articolato e devoto allo swing, non ci sono arditezze sperimentali ma la musica procede senza forzature, spesso tra fraseggi levigati e ballad distese. A tratti sembra quasi che gli artisti stiano colloquiando sottovoce, mentre altre volte il trio si fa percorrere da un formicolio ritmico tradotto in sequenze di onde euforiche, sotto l’influenza avvertibile di alcuni riferimenti rock-progressive e funky. Però il tutto si realizza senza particolari attriti né inaspettate curve spigolose, consentendo alla band un eloquio che definirei gentile nella sua avvolgenza, asciutto e aromatizzato coi profumi di una collaudata e storica scuola espressiva chitarristica.
L’album esordisce con Dreams in a Spiral, dove un iniziale riff di Casabianca viene rimarcato all’unisono da Grosso, dopodiché parte un tema alla chitarra con qualche accento melodico sudamericano. Segue un assolo al contrabbasso che sembra quasi voler aggiungere una propria visione tematica alla completezza del brano. Ottima la susseguente improvvisazione alla chitarra, ben sostenuta non solo da Grosso, tornato al suo lavoro ritmico, ma anche dallo spumeggiante movimento percussivo del batterista. La ripresa reiterata del riff iniziale che precede la riproposizione del tema sembra quasi fatta apposta per offrire a Tringali l’opportunità di farsi ascoltare in un turbinoso quasi-assolo prima del finale in decrescendo. Sire presenta il passo levigato della ballad e questa melodia molto cantabile si basa inizialmente su un intervallo di quarta discendente all’interno di un passaggio armonico tra I° grado maggiore e II° minore, balzo melodico che ritornerà sotto forme diverse per tutta l’esposizione del tema. Mi ha ricordato l’impostazione ariosa che ad esempio caratterizzava alcune canzoni di Pino Daniele. Come nel brano precedente è ancora il contrabbasso che prende il largo, svincolandosi parzialmente dal ruolo di supporto ritmico e innescando una personale visione melodica, contando comunque anche sul fedele e regolare supporto della batteria. Parte poi l’assolo improvvisato di Casabianca che gioca su una materia soffice con un po’ di romanticismo e fungendo da sentimento motore. Il ritorno del tema, comunque molto bello, ci accompagna al finale con un cambio di tonalità che rientra nella struttura della cadenza ritmata prima della chiusura. Cambia tutto con De Visu, title-track fulminante che almeno all’inizio, dopo una serie di rullate di batteria come incipit, pare avventurarsi in pieno clima be-bop. Ma sbaglieremmo a pensare ad una continuità di strutture, perché il brano si segmenta in parti diverse, cambiando spesso assetto ritmico e tonalità prima di voler tornare infine al clima iniziale. Poderoso walking-bass, assolo chitarristico fiammeggiante con un dialogo serratissimo tra Casabianca e Grosso e con Tringali che tiene unite le fila del discorso. Il brano è molto interessante, tecnicamente pirotecnico ma forse un po’ troppo frammentato, nel generoso tentativo di non appiattirsi troppo in un unico schema collaudato.

Birds of San Marco è uno dei due brani, insieme a Fondamenta Nuove, dedicato a Venezia, città in cui, in parte, Casabianca ha perfezionato i suoi studi. L’Autore confeziona un brano in forma di ballad tutt’altro che languido. Si respira negli spazi creati dalle pause musicali un’aria svagata, distratta dalla bellezza della piazza, una visione che sembra quasi seguire sovrappensiero il volo degli uccelli che la percorrono. Il tema possiede la malinconica luce d’un giorno autunnale, mentre il commento di contrabbasso e batteria è quasi defilato, rispettoso della successione tematica delle note di chitarra. L’improvvisazione di Casabianca procede con cautela, attenta a non incrinare l’atmosfera di questa dimensione quasi atemporale. Qualche intervento sui bicordi impreziosisce l’ordito chitarristico, prima della ripresa finale del tema. Brano eccellente in ogni suo aspetto. Milo Crew alza il tasso alcolemico con un brano eccitante, tutto stacchi e riprese e cambi di tempo. Il titolo fa riferimento ad una zone etnea ben precisa e, dopo l’esposizione tematica, parte l’improvvisazione secondo uno schema fisso. Up-tempo senza soste, gran lavoro del batterista tutto lampi e tuoni e naturalmente possiamo ascoltare la chitarra nella pienezza della sua potenza di fuoco. Intermezzo solistico del contrabbasso che se la gioca in una botta e risposta con lo scatenato Tringali. Curioso finale quasi prog con ritmo scandito che sembra addirittura appartenere ad un’ideazione estranea al brano corrente. Supposed Teachers non molla la presa ritmica con un incipit sincopato e ricco di pause. Si ascolta inizialmente un lungo duetto tra chitarra e contrabbasso lanciato in un accompagnamento incalzante, via via frammentato dagli interventi di batteria. C’è spazio per gli assoli di contrabbasso e di Tringali, veramente eccellente nell’interpretare il ficcante swing della composizione. In Desk of Love confluiscono elementi be-bop con altri decisamente funky e r&b. L’immagine eccitante innescata dal precedente Milo Crew non si sfoca di certo e la musica si avvicina ancor più alla matrice nera. Divertimento per chi suona ma ancor più per chi ascolta che viene trascinato in un groove sempre più accentrato, complice a metà brano anche un indemoniato assolo di contrabbasso su cui la scansione del batterista si abbatte con metronomica soluzione. Ci troviamo nelle vicinanze di Scofield e di Abercrombie ma con Casabianca e sodali si entra e si esce dalle cellule sonore in continuazione, transitando per i vari climi proposti, sempre però all’insegna, in un caso come questo, di un ritmo che procede senza respiro. Finale tutto da raccontare col tempo che progressivamente sembra sfilacciarsi in un continuo backbeat operato da Tringali che si lancia inoltre in un esplosivo assolo a chiosa di tutto. Finalmente si rallenta un poco con Fondamenta Nuove, l’altro capitolo di dichiarato amore per Venezia, ma non si tratta di un allunaggio morbido. Qualche battuta pronunciata nel tema mi ha ricordato un vecchio brano di Suzanne Vega, New York is my Destination, ma tutto questo fa parte delle distorsioni mentali del recensore, più che appartenere alla struttura del brano… Dopo una progressione armonica discendente in stile prog la traccia procede con tranquillità ma possiede nei nodi della trama una certa inquietudine, un senso di tensione sotterraneo che si prolunga fino al finale. Il tema si ripete trapassando da tonalità maggiori a quelle minori e diradandosi con le ultime note in solitudine della chitarra. Conclude Raining in My House, tra i brani strutturalmente più interessanti e complessi dell’album, con il solito, ottimo lavoro ritmico dei sodali di Casabianca. La chitarra cambia continuamente le prospettive armoniche in un saliscendi senza posa, tra le varie tonalità affrontate, muovendosi tra jazz-rock e be-bop con ammirabile facilità.
Non è solo un album devoto alla tradizione hard be-bop, questo De Visu. Direi piuttosto l’espressione lampante di tre artisti di livello assoluto, trainati dalle ottime composizioni di Casabianca. Si annota l’equilibrio nella scelta tra i brani, alcuni ben movimentati, altri più meditativi ma tutti sorretti da una serie di nobili pattern ritmici sopra i quali la chitarra dell’Autore può permettersi le proprie narrazioni melodiche. Una nota di merito alla produzione per l’alta qualità dei suoni registrati e il loro assemblaggio, segnale aggiunto di un lavoro complessivo all’insegna di una grande professionalità, oltre che di un evidente felicità creativa.
Tracklist:
01. Dreams in a spiral
02. Sire
03. De visu
04. Birds of San Marco
05. Milo crew
06. Supposed teachers
07. Desk of love
08. Fondamenta nuove
09. Raining in my house
Photo © Luca Guarneri






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