R E C E N S I O N E
Recensione di Stefania D’Egidio
Si dice che dai periodi bui nascano sempre grandi cose, anche nell’arte, proprio perché di fronte a situazioni di disorientamento o di tensione, si cercano nuovi linguaggi per esprimere le proprie inquietudini. È così che l’arte diventa, di volta in volta, un mezzo di riflessione sociale o di esplorazione personale, attraverso un processo di sperimentazione, e sperimentale è l’album di cui vi parlo oggi, uscito in questi giorni per Snowdonia; curatissima come sempre la cover, con un dipinto di Beppe Stasi, frammentato e selezionato da Gabriele Menconi, con ingrandimenti e sovrapposizioni che celano mondi inimmaginabili e, pertanto, non imitabili da nessun artificio tecnologico. Un album che gli autori stessi descrivono come diverso dai precedenti progetti di Deadburger Factory (potete leggerne qui) e Ossi (ne abbiamo scritto qui), figlio di un periodo sicuramente non bello, sia per il mondo (basta guardarci attorno per capire che siamo ad un passo dal baratro) che per loro, tra malattie e perdita di persone care. Ciò nonostante la musica arriva sempre come un’ancora di salvezza a mostrarci lo spiraglio di luce in fondo al tunnel.

Mancano in questo lavoro le voci, il basso, la batteria, tipici della musica rock, ma un sottile filo lo unisce agli album passati: la voglia di cercare nuove soluzioni, attraverso performances di improvvisazione radicale e l’uso di strumenti non convenzionali. Un’elettronica del tutto artigianale, con il computer usato solo per registrare e editare: alzi la mano chi ha mai sentito parlare del Pipistrellatore, un rilevatore di ultrasuoni, usato solitamente per tracciare il volo dei pipistrelli, che nel brano La Risacca dell’Alba viene usato per captare le frequenze di un pezzetto di cellophane o in Prove Tecniche di Solitudine, per isolare i suoni del mondo animale, lungo le rive dell’Arno, eliminando tutti i rumori della civiltà umana e lasciando così immaginare una Firenze postapocalittica.

Anche quando fanno capolino i synth sono sempre synth analogici, come l’Enner, che suona solo collegando i pads con le mani: il risultato è un sound influenzato dall’umidità e dalla temperatura delle mani stesse. Un’altra diavoleria inventata per l’occasione da Filippo è il Mollofono, uno strumento a base di molle elettrificate, che si può ascoltare in La Costante Elastica in duetto con la ringhiera di acciaio inox del terrazzo di uno stabilmento balneare o il Noise Generator, ricavato da un dissipatore di un vecchio Pentium II in Maya Deren Blues. Seppur non possa essere definito un lavoro rock, questo album a me ricorda la genialità dei più grandi interpreti di questo genere, tra tutti i Pink Floyd con il suono del registratore di cassa e della moneta mandati in loop in Money ad esempio, e pertanto può essere di stimolo per chi si affaccia ora al mondo della musica a cercare soluzioni alternative alla solita tecnologia, che appiattisce i generi e rende tutte uguali le canzoni. Inoltre Vittorio e Filippo dimostrano ancora una volta che la musica è per tutti, che si può fare con strumenti a basso costo e facilmente reperibili anche su internet. Tanti gli ospiti che hanno contribuito a rendere grande questo progetto: da Silvia Bolognesi al contrabbasso, Giulia Nuti alla viola, Enrico Gabrielli ai clarinetti e al sax, Pietro Horvath al violoncello e Edoardo Baldini al trombone. Chiedo scusa per il lungo preambolo, ma non capita tutti i giorni di avere tra le mani qualcosa di così diversamente bello e gli va data la giusta importanza: sicuramente non è un album da cantare in auto, ripeto, non ci sono testi e non ci sono voci, ma nove brani da ascoltare in religioso silenzio per captarne tutte le sfumature, possibilmente in cuffia. Nove tracce che vi faranno emozionare, trascinandovi lentamente in una dimensione parallela; mentre i secondi scorrono, avrete la sensazione di essere gli interpreti di un film: al mio primo ascolto ho pensato che sarebbe stato una perfetta colonna sonora per un certo film e non vi dico quale, perché a ognuno ne dovrà venire in mente uno suo. A qualcuno ricorderà la stravaganza di Brian Eno, ad altri la dolcezza di Erik Satie, l’estro di Franco Battiato o il Frank Zappa “orchestrale” ed è giusto che sia così perchè alla fine la musica è una profonda ricerca in se stessi. Vittorio Nistri/Filippo Panichi è un album per sognare, un album per evadere dalla quotidianità o semplicemente per riflettere su chi siamo, su chi vogliamo essere e su dove vogliamo andare.
Tracklist:
01. Il Faro di Schrödinger
02. La risacca dell’alba
03. Maya Deren Blues
04. Pipistrelli sul frigorifero
05. Segreti
06. Sheriff in Tiraspol
07. La costante elastica
08. Giulietta sotto spirito
09. Prove tecniche di solitudine







Lascia un commento