R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

A sette anni da La Fisica delle Nuvole, il prossimo 20 novembre uscirà il nuovo album di Deadburger Factory, La Chiamata, edito da Snowdonia/Audioglobe; una pausa lunga, ma ricca di collaborazioni che hanno dato vita a diversi progetti paralleli.
Da quel lontano 1996 in cui la band esordì, vincendo, Arezzo Wave, la Deadburger è sempre stata un work in progress, capace di passare da una formazione a due ad un vero e proprio open ensemble, a seconda delle esigenze artistiche, alternando periodi di intensa produzione in studio a numerose esibizioni live. Questa bipolarità ha reso possibile mantenere fede alla loro missione: quella di sperimentare e reinventarsi continuamente senza cedere alla tentazione di ripetersi a solo scopo commerciale.

Succede così che, in un freddo pomeriggio di fine ottobre, mi chiamino dalla portineria dicendo che è arrivato un pacchetto da Firenze, cosa strana per chi, come me, riceve esclusivamente bollette e pagamenti vari…incuriosita mi precipito a ritirarlo e, con grande sorpresa, mi ritrovo tra le mani un bel cd. Inutile dire che sono felice come una Pasqua, quelli della mia generazione mal digeriscono la musica in formato elettronico, impersonale, priva di una dimensione umana, preferisco avere un supporto fisico da girare tra le mani, guardare le immagini, leggere i testi e avere un bel cofanetto da riporre in libreria. Esistono dei rituali che nessun mp3 sarà mai in grado di sostituire. La prima cosa che mi colpisce è la cura del dettaglio, nonostante mi dicano non sia la versione definitiva della custodia: cover davvero bella, con all’interno un book disegnato da Paolo Bacilieri. La Chiamata è la seconda faccia del dittico Mirrorburger, rispetto a La Fisica delle Nuvole l’altro lato dello specchio, come recita una delle vignette, e questa seconda dimensione mi piace assai perchè basta ascoltare il primo brano per capire di che pasta è fatta la band. Un piacere non solo per gli occhi, ma soprattutto per le orecchie, sia per quanto riguarda la parte strumentale che per i testi, in un periodo in cui è di vitale importanza che le parole abbiano un peso.

Il brano di apertura, Onodo Hiroo, è una geniale critica dei tempi che viviamo, un bellissimo susseguirsi di ossimori per riassumere tutti i vizi dell’italico stivale: “i comandanti mediocri/gli atei devoti/gli sfascisti patrioti e anche gli esperti ignoranti/i leoni tremanti/gli indifferenti rinunciatari/gli sguardi in basso come animali”, che dire? ci sono proprio tutti…L’abile penna di Vittorio Nistri non risparmia nessuno: di fronte a una tale decadenza forse meglio vivere nell’illusione come il soldato giapponese. Stessa profondità nel secondo brano, Un Incendio Visto da Lontano: mi fa pensare a quanto le persone si siano allontanate negli ultimi decenni, pur essendo apparentemente tutti vicini grazie alla tecnologia, trasformate in zattere alla deriva, indifferenti a tutto (“noi siamo rimasti a guardare avevamo altro da fare/girano in tondo i topi ciechi e sordi/ girano e intanto la distanza esonda”). Potrei tediarvi per ore con le mie elucubrazioni sulla bellezza di questi testi, ma vorrei che foste voi stessi a scoprirli, traccia per traccia, magari ascoltandole più volte: vi basti sapere che di concept album si tratta e quindi ritroverete spesso tra le righe l’invito a svegliarsi dallo stato di torpore che ci attanaglia, a far sentire la nostra voce, a non lasciarci abbindolare da falsi miti e dalla realtà virtuale. La Chiamata è un viaggio interiore, non per fuggire dal reale, ma per riattivare le sinapsi assopite. Cosa dire del lato strumentale? C’è tanto rock, ma non solo: potete spaziare tra psichedelia, suoni elettronici, progressive e chi più ne ha più ne metta: sax urlanti, chitarre elettriche “straight in the face”, contrabbassi percossi fino all’ultima vibrazione, ma, soprattutto, una grande onda d’urto di tamburi. Tutti i brani sono a doppia batteria, mentre quasi nessuna chitarra acustica, eccezion fatta per Manifesto Cannibale. Era da parecchio tempo che non mi entusiasmavo così per una nuova uscita discografica, così lasciate che vi presenti la Factory nella sua meravigliosa complessità; oltre al nucleo storico composto da Vittorio Nistri  (tastiere e testi), Simone Tilli (voce e strumenti vari), Alessandro Casini (chitarra), Carlo Sciannameo (basso elettrico), hanno partecipato al lavoro anche Silvio Brambilla, Lorenzo Moretto, Pino Gulli, Zeno De Rossi, Cristiano Calcagnile, Bruno Dorella, Lorenzo Vassallo e Marco Zaninello alle batterie, Alfio Antico al tamburo, Silvia Bolognesi al contrabbasso, Edoardo Marraffa ed Enrico Gabrielli al sax, Lalli, Cinzia La Fauci e Davide Riccio alle voci. Date infine un’occhiata al book che accompagna il cd in modo che possiate dare un volto a ciò che avete ascoltato, attraverso le fotografie dei protagonisti, e, se avete tempo, prendetevi qualche minuto per leggere le pagine del Poor Robot’s Almanack. 

Voto: 10 e lode

Tracklist:
01. Onoda Hiroo
02. Un Incendio Visto da Lontano
03. La Chiamata
04. Tryptich
05. Tamburo Sei Pazzo
06. Manifesto Cannibale
07. Blu Quasi Trasparente