R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Le buone intenzioni melodiche del quarantaseienne trombettista norvegese Mathias Eick non sono certo una novità. Il suo suono così soffiato è stato probabilmente influenzato da altri trombettisti, tra cui il conterraneo Nils Petter Molvær – che però ha seguito un modulo espressivo decisamente differente – e probabilmente da Kenny Wheeler o anche dal primo Jon Hassell. Comunque sia questa sonorità è quasi una sorta di marchio di fabbrica di certo umore nordico e, se vogliamo, anche rappresentativo in qualche misura di parte dell’estetica ECM. Del resto, come si evince dalle note stampa, è lo stesso Autore a confessare di essere stato molto ispirato dalle prime registrazioni dell’etichetta tedesca avvenute negli anni ’70, “...in particolare dagli album di Keith Jarrett …album che sono pietre miliari nella vita di molte persone, incluso la mia”. L’essenzialità fatta disciplina, il suono che trasfigura in un continuo dialogo interiore, la consapevolezza di avere una chiara visione nella mente e di volerla trasformare in musica, sono tra le più importanti credenziali d’accesso di questo artista nel novero dei musicisti da seguire, quelli a cui val sempre la pena dedicare un ascolto attento. Il nuovo album Lullaby può essere letto come un ulteriore evoluzione del suo percorso artistico, un viaggio introspettivo e trasparente, condotto senza superflui cerebralismi.

Se nelle opere precedenti le immagini pastorali e le impressioni paesaggistiche evocate dalle sue note erano più nitide e definite, oggi quelle visioni sembrano sfumare, lasciando spazio ad un percorso interiore più approfondito. Eick sembra aver deviato il proprio sguardo in una direzione centripeta, intenzionato ad operare qualcosa che potrebbe assomigliare ad un personale esame di coscienza. La sua tromba non è uno strumento bruciante di passione – nemmeno quando dedica il brano My Love alla moglie – ma un mezzo che usa frasi scarne, a volte al limite del sospiro e fondamentalmente pervaso da un mood di indefinito sentimento nostalgico. La presenza di collaboratori ben conosciuti in casa ECM come il pianista estone Kristjan Randalu e Ole Morten Vågan al contrabbasso, formano con il batterista Hans Hulbækmo l’architettura ideale di un quartetto che aiuta a creare l’atmosfera rarefatta e sospesa di una cantilena notturna, nel cui spazio temporale lasciarsi andare ad inseguire i pensieri più reconditi. Nonostante l’archetipo ispiratore di Eick, come accennato in precedenza, sia legato al territorio naturale e alla sua tradizione, in Lullaby sembra prevalere una didascalia dall’impronta più jazzata, ad orientamento prevalentemente ballatista. Ma com’è accaduto anche per il precedente lavoro ECM When We Leave (2021) – leggi qui – la tromba si fa quietamente assorbire dall’insieme strumentale creando un atteggiamento sempre misurato, descrivendo tratti melodici anche piuttosto orecchiabili. La componente ritmica propriamente detta – contrabbasso e batteria – cerca costantemente una lettura sinottica all’interno delle frasi musicali proposte dal leader per incrementare l’impressione di consustanzialità con l’idea progettuale dello stesso Eick, evidenziando del resto un palese affiatamento anche con il pianoforte brillante di Randalu. [A proposito di questo pianista, se aveste qualche curiosità per la musica classica e se vi interessasse saperne di più, vi consiglio la personale lettura di Schumann del suo Dichterliebe interamente tradotto per solo pianoforte dallo stesso pianista estone…]. Come spesso succede per le produzioni ECM, infine, Lullaby è un album da ascoltare ad occhi chiusi, per poter recepirne meglio l’esperienza sensoriale e sentimentale. E in effetti non ci sarebbe altro modo, per calarsi nel significato di questa musica, che assorbirne la sua meditata compiutezza in uno stato mentale di assoluta quiete.
Si comincia con September, nell’impostazione ritmica di batteria e contrabbasso e il lirico ingresso pianistico di Randalu sul quale s’adagia perfettamente la tromba di Eick. Può essere che vi sia inizialmente una sovra-incisione di una voce – dalle note del libretto allegato all’album sembra che l’unica avvertibile sia proprio quella dello stesso Eick – e di qualche effetto di tastiera elettronica. Comunque sia si tratta di un brano ammaliante, dove il mese in cui nasce l’autunno si riflette in una rispondenza diretta con l’animo del compositore. Nel mezzo, Randalu fa sentire di quale pasta sia fatto, con dei fraseggi veloci e precisi per poi ritornare all’interno del contesto melodico del brano. Lullaby è stata scritta sull’onda emozionale dei recenti fatti avvenuti a Gaza e questa ninna-nanna credo possa essere dedicata soprattutto alle vittime infantili della guerra. Si va ben oltre una pura malinconia esistenziale per raggiungere una mestizia che si consegna al vuoto di parole, lasciando alle note dolenti della tromba il compito di esprimere l’inesprimibile. Randalu provvede con un assolo che cerca di liberarsi dalla zavorra della particolare situazione psicologica, cercando un improbabile briosità pianistica ma che poi finisce intenzionalmente ad allinearsi con la visione livida del contesto. Gran brano, intensamente partecipato e suonato con molta sensibilità individuale da tutti i musicisti. In Partisan ascoltiamo la voce di Eick che subentra al suono della sua tromba in una melodia dall’aria popolare, a tratti quasi innodica, portata in punta di dita da un ottimo accompagnamento ritmico e da un altrettanto commento pianistico. Eick, ovviamente, intonatissimo come devono esserlo tutti i trombettisti, canta senza parole in una melodia che segue molti cambi tonali, sfogliandosi nell’ultima parte del brano sulle note a ventaglio di Randalu che cerca di immettere qualche piccola, salutare dissonanza in un pezzo, peraltro bello, ma forse un po’ prevedibile. Chiude ancora il soffio sussurrato della tromba dell’Autore.

My Love è una delicata melodia dedicata, come già detto, alla moglie, che inizia con l’introduzione di poche note al piano. Subito contrabbasso e batteria si accodano per disegnare ritmicamente qualcosa che sta tra il mid tempo e la ballad. Ma ciò che rapisce l’attenzione è lo splendido, sintetico momento pianistico, nonostante l’improvvisazione di Eick resti sempre notevole. Ed è proprio in un brano come questo che si percepisce al meglio il lavoro di relazione tra gli elementi del quartetto, la loro intesa fluidamente perfetta e il livello tecnico elevato esibito con naturale candore. Con May il tema viene proposto dal pianoforte e dalla tromba quasi all’unisono ma qui l’impressione è che la musica si consumi pigramente in una traccia melodica tutto sommato non alla stessa altezza delle precedenti. Forse la presenza di Eick, in questo caso, è troppo preponderante. Migliorano le cose in Hope, soprattutto perché s’incrementa la bellezza del tema melodico. Inoltre c’è spazio per la presenza di una tastiera in sottofondo ad accompagnare le consistenti tracce pianistiche. Randalu si propone di nuovo con un degno assolo a controbilanciare la timbrica randagia della tromba dell’Autore che si esprime in un misto di tenerezza e sentimento nostalgico. Davvero un bel confronto tra i due strumenti principali, senza ovviamente dimenticare il contributo discreto della ritmica che interviene in corsivo. Free è il brano migliore dell’album. Sorprendentemente è la voce di Eick che, se possibile, risuona ancora più dolcemente della sua tromba. La prima metà di questa traccia è addirittura celestiale, se mi si permette l’aggettivo. Il canto, una tastiera, un arco che sfrega le corde gravi del contrabbasso, qualche lieve percussione di contorno. Nella seconda parte troviamo un lieve incremento della ritmica che ne aumenta il groove e qualche nota sognante del pianoforte, ma il senso generale del pezzo non muta. Vejle (For Geir), nonostante un incipit molto lento si dà rapidamente una scossa per merito di un frastagliato fondale dinamico che sorregge il grande lavoro di pianoforte – non mi stanco di sottolineare la bellezza del suono di Randalu – e un assolo finale di Eick che muta d’umore, proponendo fraseggi veloci e contratti come non ne aveva finora sfoggiati. A terminare il tripudio con la batteria in evidenza e una coda pianistica molto romantica che si spegne a poco a poco.
Lullaby possiede la grazia di un incantesimo, frutto dello stile sublimato di una buona combinazione di elementi musicali coerenti, dediti al medesimo obiettivo. Cioè quello di raccontare alcuni tra i sentimenti più apollinei e fragili posseduti dagli esseri umani. Un misto di malinconie stagionali, di tensioni nostalgiche accese da visioni interiori rese tangibili dal tocco strumentale bilanciato di una tromba come quella suonata da Eick e di un piano contemporaneo al pari di quello di Randalu. La relativa lentezza trasognata di alcuni brani fa parte di questa dimensione aerea, così come la sorprendente voce senza parole di Eick che compare talora come un secondo strumento a fiato, questa volta direttamente suonato dall’anima dell’Autore stesso.
Tracklist:
01. September (5:20)
02. Lullaby (6:58)
03. Partisan (4:53)
04. My Love (6:10)
05. May (4:43)
06. Hope (4:51)
07. Free (5:44)
08. Vejle (for Geir) (6:52)
Photo © Colin Eick





![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)
Rispondi