Fast Animals and Slow kids – Alaska (Woodworm – 2014)

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Articolo di Eleonora Montesanti

Alaska.

Un’opera in tre atti.

 

Overture.
L’opera si apre con un tappeto sonoro cupo, freddo, color ghiaccio, accompagnato da poche parole ripetute ciclicamente –  scusa, mi lascio andare un po’, ora, dopo ritornerò – urlate da una voce graffiante, ma spezzata, intrappolata e testarda come una mosca che sbatte continuamente contro a un vetro.

Atto primo: spaesamento.
Non c’è neanche il tempo di pensare a ciò che potrebbe succedere all’interno di questo disco, o di questa opera, che subito la voce di Aimone Romizi grida aiuto. E lo grida davvero, con tutto se stesso, come un ululato, in maniera incontenibile. Lo spaesamento è fatto di palle di suono che piombano addosso come fossero valanghe che raccolgono un’intera generazione nella loro smania distruttiva; di mancanza di fede, solitudine, rimorsi, disillusione e fango.
Non c’è più speranza. C’è la notte. C’è il silenzio (Il mare davanti).
Quel silenzio che esplode, poi, in Come reagire al presente. Un brano che, in realtà, più che di presente parla di futuro. Nel ritornello i FASK chiedono di essere ricordati fra trent’anni, come se tutti noi che li ascoltiamo avessimo un ruolo nel rendere più sopportabile il loro futuro. Un futuro in cui, forse, ci saranno dei rimpianti. Ma le sensazioni di un presente in cui si sceglie consapevolmente l’incertezza saranno sempre e comunque un punto fermo a cui aggrapparsi, anche se arriverà il giorno in cui ci si dovrà piegare e dire al proprio padre che aveva ragione.

Lo spaesamento può emergere anche da un addio: smettere di farsi del male l’un l’altro, smettere di accanirsi nei confronti di un rapporto logorato, smettere di nascondersi sotto ad una Coperta. Perché certi inverni finiscono, ma non è detto che poi ci sia la primavera.

 

Atto secondo: reazione.
Ad un certo punto, però, quando si sguazza sul fondo, ci si rialza. La prima fase di questo meccanismo umano è sempre dominata dall’irrazionalità e dalla rabbia. Te lo prometto è un brano apparentemente dolce, perché si sa, le promesse rimandano sempre a qualcosa di positivo. Invece basta percepire la compattezza di quelle chitarre per capire che il sentimento dominante, adesso, è la vendetta.
E dunque Calci in faccia. La rabbia si trasforma in adrenalina, in voglia di reagire, di farsi sentire, di prendere a calci l’insicurezza, di recuperare un po’ di fiducia in se stessi e, soprattutto, di farcela da soli: so che troverò il modo di non avere più paura.

 

Atto terzo: ribellione.
Un cambio di direzione. Con chi pensi di parlare è una bomba sonora, uno degli esperimenti più riusciti di tutto Alaska, costruito su un andamento schizofrenico in bilico tra forza e delicatezza, tra inferno e paradiso. Le urla, alternate a cori quasi angelici, esasperano la conflittualità interiore: parli, agisci, ma non puoi. Come a voler dire: adesso che sono consapevole della mia forza devo andare a sbattere contro altri limiti, esterni a me, che mi fanno comunque sentire inadeguato. Allora non è vero che sono io il peggior nemico di me stesso?
La mancanza di risposte ci porta a Odio suonare, uno sfogo violento riguardo alla responsabilità della musica e dei musicisti, sui pensieri delle persone: non ho certezze per me stesso, perché dovrei averne per voi? Un testo meraviglioso, con un impatto emotivo devastante.
La tensione mozzafiato di questo brano, poi, si frantuma ne Il vincente. La prima ballata dei Fast Animals and Slow Kids. Gli archi e il piano qui si rincorrono e accompagnano un testo pregno di amarezza. La delicatezza, si sa, può trasformarsi in una carezza gelida che fa molto più male dei pugni. Anche qui il titolo è fuorviante: nessuno vince, perché l’unica vittoria che la vita ci concede è di capire, ad un certo punto, che stiamo combattendo nella sfida sbagliata. E questo è solo un maledetto premio di consolazione.

 

Grand final.
Una tempesta di otto minuti nella quale si scontrano tutti i sentimenti contrastanti descritti fino ad ora. La coralità che si crea mediante voci, parole e strumenti è così forte da rendere protagonista anche chi sta ascoltando. C’è un trionfo, lo si percepisce da queste parole: finché rido, resto in piedi, al futuro sputo in faccia. Ma c’è anche una sconfitta: condoglianze universo, (ancora) hai perso. In mezzo a scie melodiche avvolgenti si percepisce anche un e non ho più segreti, quasi a voler sottolineare la totale nudità di questo disco, una condizione necessaria per fare pace con se stessi.

 

Fine.

 

Siamo grati ad Aimone e ai FASK per essersi spogliati così tanto, per averci rivelato la loro essenza, la loro anima più pura. Alaska è indubbiamente una conferma dell’immenso lavoro della band perugina: meno immediato rispetto al precedente Hybris e per certi aspetti piuttosto simile a livello di sonorità, è di una profondità disarmante.
I Fast Animals and Slow Kids con questo album sono diventati adulti e con loro crescerà anche la generazione dei nuovi ventenni che tanto bene rappresentano: sarai uno di noi / con le mani legate / ma le braccia rotte / per la foga con cui / stai sciogliendo le corde.

Tracklist:

01)      Overture
02)      Il mare davanti
03)      Come reagire al presente
04)      Coperta
05)      Te lo prometto
06)      Calci in faccia
07)      Con chi pensi di parlare
08)      Odio suonare
09)      Il vincente
10)      Grand final

 

 

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Un pensiero riguardo “Fast Animals and Slow kids – Alaska (Woodworm – 2014)

    […] in certi momenti – che mi sono accaduti, quindi è un disco estremamente variopinto. Rispetto ad Alaska, che magari è un mattone, un monolite, che sta lì in tre mesi e sta chiuso in quei tre mesi, […]

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