Il vero “posto giusto” de Il Disordine Delle Cose

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Intervista di James Cook, foto di Andrea Furlan

Il Disordine Delle Cose è una band attiva dal 2007, maturata in questi anni grazie a tanti concerti ed alla costante ricerca del suono perfetto. Questa evoluzione che li aveva condotti in Islanda per incidere il secondo disco, ora li ha portati ad immergersi nel panorama scozzese, precisamente al CaVa Sound Studio di Glasgow, dove hanno registrato il loro terzo lavoro, “Nel posto giusto”. Pubblicato ad ottobre per Black Candy Records, fonde le sonorità del rock indipendente con il prog e la psichedelia. Per conoscere qualcosa di più su di loro, ci siamo inoltrati nella nebbiosa periferia novarese, tra industrie e risaie, ed abbiamo avventurosamente raggiunto il loro “nascondiglio”. Nelle pause di un’intensa serata di prove, siamo riusciti a fare quattro chiacchiere con i componenti del gruppo.

Cosa rappresenta per voi, oggi “il disordine delle cose”?
Ema: Il disordine delle cose è il nostro progetto musicale, quindi praticamente metà della nostra vita, tranne che per Mattia per il quale è un quarto o forse un decimo, visto che lui suona con “tutti”… (risata generale)

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ll vostro esordio, 5 anni fa, era più vicino a quella che viene chiamata scena indie italiana, nel tempo il suono si è spostato verso altre direzioni, a tratti quasi progressive, in cui la parte strumentale ha aumentato il suo peso specifico. Potete spiegarci questa evoluzione?
Ema: Ale, Marco ed Io, venivamo da percorsi diversi. Dopo un’esperienza di tributo ai Pearl Jam, ci siamo messi insieme per creare pezzi nostri in italiano e lì sono nati alcuni brani. Con l’aggiunta di Luca – che ascolta solo musica di gente morta da almeno 15 anni (risate generali) e Vinicio, abbiamo iniziato un po’ a formare il nostro carattere. Nel primo disco, grazie anche alla produzione di Gigi (Giancursi) e Cristiano (Lo Mele), il riferimento era quello del cantautorato italiano. Già dal primo tour, con l’arrivo di Mattia, abbiamo iniziato a sviluppare linee più strumentali, acquisendo un’identità di gruppo più definita e uniforme, che poi ci siamo portati in Islanda: l’intento era quello di mischiare suoni più internazionali alla forma canzone italiana. La stessa cosa abbiamo provato a fare in Scozia e speriamo di esserci riusciti.

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Dopo aver registrato a Torino ed in Islanda, per questo disco siete stati in scozia. Cosa avete trovato in Scozia, che secondo voi non c’è in Italia?
Marco: ho letto con un po’ di dispiacere un paio di recensioni che non hanno capito appieno la nostra scelta di andare a registrare il disco lontano dall’Italia. Ribadisco fermamente che certi suoni qui da noi non ci sono, si trovano solo in alcuni posti particolari. Se, ad esempio, i Mogwai avessero registrato alle Officine di Milano – bellissimo studio – forse non avrebbero ottenuto le stesse sonorità. Noi ci facciamo un culo così tutto l’anno per cercare il luogo in cui uno strumento suoni in quel determinato modo. Non abbiamo più vent’anni, siamo anche un po’ maniaci e feticisti, ma se arriva un’idea in testa ci piace trovare la situazione più adatta in cui la si possa mettere in pratica, anche a costo di spendere un sacco di soldi. Noi preferiamo uscire dall’Italia, per ascoltare qualche suono che forse nel nostro paese non c’è mai stato. Da qualche parte, fuori dai nostri confini, ci sono alcune idee diverse rispetto a quelle proposte dalla musica indie italiana…

C’è un episodio particolare che vi è accaduto durante il soggiorno scozzese che vale la pena di condividere?
Vins: la cosa più carina che ci è capitata è stata incontrare per caso in un bar Chris Geddes, il tastierista dei Belle and Sebastian. L’abbiamo subito agguantato, chiedendogli di venire in studio ad ascoltare quello che stavamo registrando. Lui è arrivato il pomeriggio stesso e, invitato a suonare con noi, non si è fatto pregare. Abituati al mercato italiano, gli abbiamo chiesto se gli dovevamo qualcosa e lui ha risposto dicendo se stavamo scherzando…

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Il vostro sound è internazionale, però cantate in italiano. Avete pensato di provarci all’estero?
Marco:
L’idea di Leonardo Giacomelli di Black Candy, quando ci ha contattato, è stata proprio questa: avendo ascoltato il nostro secondo disco ci ha detto che il successivo gli sarebbe piaciuto farlo insieme a noi. Pur se cantato in italiano, l’idea sarebbe di portarlo all’estero, perché pensa che il nostro sia un sound internazionale che in Italia non c’è. Anche i Sigur Rós cantano in islandese e vanno bene. Certo il paragone è esagerato, ma noi ci siamo messi nelle sue mani. E’ importante mantenere la lingua d’origine perché, secondo me, l’italiano che canta in inglese o lo sa fare davvero bene e all’avanguardia, o rischia di arrivare come una semplice copia di qualcosa che è già stato fatta all’estero. Aggiungi poi che io non ho una pronuncia e padronanza di linguaggio tali da essere credibile quando canto in inglese.

Nei vostri testi così intensi e poetici, si sviluppano situazioni che coinvolgono sempre due persone. c’è più vita vissuta o immaginata?
Marco: Sicuramente più vita vissuta. Si ispirano a fatti reali che vedono protagoniste sempre due persone, ma le situazioni raccontate sono volutamente molto aperte, in modo da lasciare spazio a diverse interpretazioni.

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Le immagini sono sempre state molto importanti per voi. Vi piacerebbe scrivere la colonna sonora di un film?
Ale: Il nostro progetto musicale si è evoluto verso una forma più strumentale, per cui siamo considerati piuttosto cinematografici. Ci piacerebbe un sacco fare un’esperienza del genere, effettivamente speriamo che si possa realizzare, poiché pensiamo che ci verrebbe abbastanza naturale.

Ho la sensazione che la dimensione live sia quella che gradite di più. Quando siete in studio, rimane ancora spazio per improvvisare?
Ale: “nel posto giusto” aveva delle parti lasciati aperte all’improvvisazione e lo stesso fonico che ha registrato, l’ultimo giorno ci ha detto: “oggi divertitevi, avete lo studio a disposizione, usatelo per sperimentare”. In quell’occasione sono usciti i delay di “Un ponte sul fiume” e un sacco di “colori” che poi abbiamo messo nel disco.
Marco: Pensa che ad un certo punto è arrivato a smontare la batteria, l’ha buttata per terra ed ha fatto suonare Vinicio così – alla Velvet Underground.
Ema: Al di là della strumentazione tecnica, che comunque era eccezionale in Scozia, l’importante è stato anche trovare una persona, un tecnico del suono, molto propositivo, che ci ha fatto sentire davvero “nel posto giusto”. Quando vai un po’ lontano dalla tua città, apri gli occhi, diventi anche più ricettivo.
Noi siamo molto liberi nella scrittura e questa cosa viene apprezzata del tutto da chi ha una visione particolarmente aperta della musica.

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Una curiosità: prima dell’inizio del brano “La Statua”, nel disco, c’è una voce che dice alcune frasi in inglese. Chi è e cosa rappresenta?
Ema: E’ l’esempio di ciò che può accadere in maniera estemporanea in studio. Ad un certo punto Jeff ci ha fermati ed ha detto: volete capire esattamente quali sono le dinamiche in studio? Così ci ha fatto sentire questo estratto da un momento in cui i Troggs stavano registrando. Nello specifico il cantante dice al batterista che sta sbagliando e gli spiega come deve fare, ma lui continua a ripetere l’errore.
Marco: E’ stato un episodio di ilarità all’interno dello studio, che abbiamo voluto riportare sul disco per condividere l’atmosfera che si respirava in Scozia.

Siete in sei ed i brani sono firmati “a 12 mani”. Immagino che non possiate sempre essere d’accordo su tutto. Per avere un’indicazione sulle vostre inclinazioni vorrei chiedere ad ognuno qual è il disco, già pubblicato da altri, che avrebbe voluto scrivere.
Mattia: Metals di Feist, mio figlio si addormenta sempre con questo disco, è un album meraviglioso che, dopo un anno, ascolto ancora come la prima volta.
Luca:  Certamente Caronte dei Trip, un disco che sono sicuro nessuno di voi conosca.
Ema:  Kid-A dei Radiohead
Ale: The dark side of the moon dei Pink floyd.
Marco: Above dei Mad Season
Vinicio: Badmotorfinger dei Soundgarden, io amo Matt Cameron

Quale sarà la prossima destinazione di viaggio?
TUTTI: Penso che oltrepasseremo l’oceano, diretti  in  America, a San Francisco. Se faremo i soldi ci andremo di sicuro! (risata)

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IL DISORDINE DELLE COSE sono:
(da sinistra a destra)
Luca Schiuma, Marco Manzella, Vinicio Vinago, Mattia BoschiAlessandro Marchetti, Emanuele Sarri.

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Ringraziamenti a:
I “6 disordinati” per l’ospitalità, le birre e la sambuca.
Anna GardenyaValeria Prezioso de Il Disordine Delle Cose Official fanclub per l’ispirazione iniziale.
Ellebi per il grande aiuto.

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