Paolo Saporiti: vi racconto il mio disco, in equilibrio tra odio e amore…

Postato il Aggiornato il

21

Articolo di James Cook, fotografie di Andrea Furlan

Venerdì 6 febbraio, allo spazio Carù di Gallarate, Paolo Saporiti ha presentato il suo nuovo disco “Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza”, di cui abbiamo già parlato qui, qualche giorno fa.
Si è respirata una bellissima atmosfera nel locale raccolto di Paolo e Anna Carù, un tempo videoteca ed ora destinato a showcase privati, che si contraddistinguono per il notevole livello qualitativo.

Paolo era accompagnato dai musicisti che lo seguono da circa un anno: l’ottimo Luca Pissavini al contrabbasso (utilizzato nel modo tradizionale, con l’archetto e con il plettro) e l’eclettico Roberto Zanisi, che ha creato affascinanti melodie con il bouzouki, il cümbüs ed una chitarra elettrica rossa a 12 corde. Strumenti, quest’ultimi, che sono serviti ad impreziosire le inedite versioni dei brani presentati durante la serata. Ed è stata proprio questa la bella sorpresa che ci ha riservato l’esibizione dal vivo: dopo aver ascoltato l’album, contenente 6 pezzi presentati in due modalità differenti, in questa occasione i tre, ancora una volta, ci hanno regalato arrangiamenti inaspettati. Il concerto è volato via in un soffio, i temi trattati nelle canzoni, spesso piuttosto “pesanti”, sono stati “alleggeriti” da tessuti musicali, le cui sonorità, contaminandosi, hanno creato suggestioni ricche di fascino e magia. C’è stato tempo anche per “ripescare” alcuni pezzi dal disco precedente (Erica, Come venire al mondo, Io non ho pietà e Sangue – con l’immancabile coda di Street Spirit dei Radiohead) e qualche altro gioiello meno recente (Sad love bad love, Rotten flowers e Lily get out). Alla fine, i fortunati presenti non hanno che potuto rallegrarsi di avere sfidato il freddo e la pioggia per assistere ad un concerto davvero emozionante. Defluito il pubblico, ci siamo intrattenuti con Paolo per approfondire i contenuti del disco, attraverso qualche domanda.

22

Già dal titolo s’intuisce che il disco sviluppa tematiche molto personali. Credi quindi che la condivisione sia la “cura” migliore per superare situazioni d’intenso disagio emotivo?
Credo che stare in contatto con se stessi sia la cura migliore e che la condivisione in generale, di quello che siamo, possa essere una delle strade migliori per la felicità dell’uomo. Coltivo la bellezza dei e nei rapporti tra esseri umani. Non sono convinto però che la cura sia la condivisione nel senso di scrivere canzoni con questo scopo curativo, credo che le mie canzoni debbano fare e dare modo alle persone, stimolare il pensiero o un punto di riflessione. Credo che l’arte sia una soluzione alla vita, come la vita è una soluzione alla vita. Trovare in sé quegli stessi elementi magari che ho trovato io andando a cercare ma quello che mi interessa è la motivazione, il tendere verso la ricerca e un certo tipo di rapporto con sé stessi e col mondo. Se riuscisse a passare un poco di questo sarei felice, mi piacerebbe che chi esce da un mio concerto si trovasse a dire a sé stesso: beh, piuttosto che ai soldi domani pensiamo a come essere uomini migliori e lavoriamoci su.

11

Esterni sofferenze profonde con parole che penetrano quasi “dolcemente”, come lame sottili , grazie ad un uso della voce dai toni prevalentemente intimi e sussurrati. Si tratta di una semplice scelta stilistica o di una necessità per stemperare emozioni troppo forti?
Si tratta di quello che sono ma come ben sai non finisce qui, la dolcezza è solo una parte del mio essere e la mia necessità di comunicare non passa solo attraverso la dolcezza nella voce, certo ne è una buona parte ma mi piace tanto gridare. Certo il gioco tra odio e amore che cerco di tenere sempre vigile e presente è determinante e laddove tolgo, aggiungo nell’altro senso. Quello che caratterizza il prodotto finale e che porta a sospettare del predominio di questa dolcezza di cui parli tu, credo sia l’amalgama che si crea tra voce, chitarra e strumenti vari, l’armonia di fondo alla quale puntiamo in quanto musicisti.

Di un ep così coinvolgente nei contenuti colpisce la copertina quasi “asettica”, composta da un fondo nero con la semplice scritta bianca del tuo nome. Come mai questa scelta?
Per una questione di chiarezza. Questo disco è un disco di Paolo Saporiti e l’attenzione volevo cadesse sulla mia autorialità, sul mio aver sentito l’urgenza di dire esattamente queste parole in questi termini e il titolo mi piace tantissimo, volevo che le due facce di cui parliamo e parlo spesso, si evidenziassero ancora di più. Il progetto è in qualche modo anche una dichiarazione per il futuro: le cose le faccio per come le sento e nel modo in cui io sento debbano essere fatte, senza mediazioni col mercato. Quindi tempi, colori, tematiche e copertine vanno in funzione della mia ricerca e non di sicuro in funzione dei tempi dell’industria discografica.

12

Non credo tu sia solito eseguire cover di brani italiani. In questo disco però c’è una tua rilettura di Hotel Supramonte di Fabrizio De André…
Brano che ho amato fin dalla prima volta in cui ho avuto la fortuna di ascoltarlo, cosa che non è poi così lontana nel tempo come tutti immagineranno. De André è stato uno scoglio, un’impossibilità per me per molto tempo. Solo qualche anno fa sono riuscito ad ascoltarlo, guarda caso più o meno nel momento in cui trovavo accesso all’italiano anche nei miei testi e nella mia scrittura. Il mio percorso è lungo e lento, le mie acquisizioni si muovono lungo gli anni, non i giorni, perché quello in cui sono coinvolto è un processo infinito e la musica è la mia chiave, la mia porta, il mio accesso ma è anche la mia mano che si avvicina alla toppa e che gira per stringere il pomello e la spalla che spinge, il gomito, la testa, il mio corpo. Non ho mai registrato una cover su disco e la prima volta doveva essere questa, in italiano e nelle mani di un mostro sacro. C’è una sottile ironia in tutto quello che faccio ma non devo essere io a dirlo, chi vuole la riconosce da sé. Per me questa canzone parla d’amore e dell’uomo e lo fa talmente bene che dovevo farmi questo regalo. Mio padre cantava De André quando ero piccolo ma lui faceva soprattutto “La canzone di Marinella”, poco prima di ammalarsi, lo ricordo nel buio di casa che provava e riprovava il pezzo senza ricordarne parole e accordi. La rabbia e la passione che c’erano sotto, l’amore per la musica e per la Donna.

24

In anni recenti ti sei avvalso abbondantemente della collaborazione di Xabier Iriondo, ma in questo caso sembra proprio tu gli abbia lasciato carta bianca. Gli hai messo a disposizione le sei tracce lasciando che le destrutturasse e rielaborasse liberamente. Com’è nata l’idea?
L’idea nasce dalla necessità iniziale di provare a vestire in modo diverso, diametralmente opposto, una stessa voce e delle stesse parole cantate nello stesso modo e nello stesso momento. Quindi dopo aver registrato le parti le ho consegnate a Xabier e gli ho dato le solite coordinate. Colori e atmosfere e la richiesta, reiterata in questo caso da parte mia, di spingere e portare al limite l’ipotesi destabilizzante, destrutturante e che dal mio punto di vista deve togliere quei riferimenti che l’altra parte del disco regala. Mi piace l’idea che chi ascolta passi dal primo disco al secondo senza soluzione, come nella vita da un momento felice e magari di lucidità profonda a uno successivo di fastidio e disordine. Questa non è vita, è pianificata, è arte ma voglio, vorrei che la gente si abituasse alla scomodità nella comodità, abbiamo passato troppi anni a fingere di stare bene, ora basta. Siamo uomini e il nostro bello è essere forti e deboli nelle difficoltà come nelle cose semplici, comunque creativi.

25

La schizofrenia apparente che scaturisce dalla scelta di presentare due dischi simmetrici ma con degli arrangiamenti estremamente diversi è un richiamo alla schizofrenia di cui parli nel titolo oppure c’è una coerenza di fondo, nel senso che questo sdoppiamento in realtà rappresenta i due volti estremi dello stesso sentimento?
Credo che lo sdoppiamento sia radicale e di fondo. La schizofrenia di cui parlo e che cito, è la malattia di cui mio padre soffriva e di cui è morto fondamentalmente. Ho temuto di poterne essere portatore anch’io, in prima persona, fino a qualche anno fa. Di sicuro però il gioco prevede anche la lettura cui tu fai riferimento. La gente non conosce i risultati e i significati, gli effetti di queste problematiche, le allontana soprattutto se ha la fortuna di non incontrarle sulla propria strada e questo è un errore di valutazione e di sensibilità gigante che l’uomo ha commesso e continua a commettere: non è scotomizzando o nascondendo il problema che risolviamo le nostre esistenze. Io sono andato a cercare, a coltivare le difficoltà e sono felice di ogni scelta fatta. Sono felice di non aver abbandonato, sono felice di non essermi fermato a dire, ecco è colpa sua, è lui che è matto. Sono andato a fondo e questo è quello che mi piacerebbe vedere e incontrare per strada, gente coraggiosa e felice di mettersi in difficoltà per poter meglio stare a fianco uno dell’altro, per poter meglio capire. Addossare le colpe sul primo capro espiatorio che incontriamo o creiamo, è uno sport che conosco bene e che odio, purtroppo continuo a riscontrarlo fra i miei simili. Vivo per un mondo in cui tutti troviamo la forza di prenderci le nostre responsabilità. Ho passato anni a sentirmi dire che non ne volevo io, di responsabilità, ma ho sempre pensato e sentito che ci sono dei tempi, c’è un sentire che ci guida, probabilmente quella che in molti sintetizzano con “una vocina” che ci aiuta a scegliere, ebbene io ho seguito e seguo pedissequamente quello che dice la mia.

03

Grazie a Ellebi e Eleonora Montesanti.

10

23

04

07

08

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...