Paolo Saporiti – Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza (OrangeHome Records, 2015)

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Paolo Saporiti - Bisognava dirlo...

Articolo di Eleonora Montesanti

“Alla fine della scorsa estate cadeva l’anniversario del primo anno senza parole con mia madre e ho pensato di partire da lì, da quell’ultima telefonata intercorsa e dalle sue ultime parole per dare un titolo al mio nuovo lavoro.”
Parte da qui il sesto capitolo discografico di Paolo Saporiti, che esce a pochi mesi di distanza dal suo primo piccolo capolavoro cantato in italiano, caratterizzato da una scrittura viscerale, sincera e proprio per questo molto coraggiosa.

Viste le premesse poste dalla devastazione emotiva di questo titolo è evidente che il cantautore milanese non si risparmia nemmeno questa volta, anzi, è proprio dalla sua intimità più urgente e personale che scaturiscono la potenza disperata delle sue liriche e la sensibilità della sua musica.
La peculiarità di Bisognava dirlo…, un concept album che gira intorno alla complessità del rapporto che Paolo Saporiti ha con sua madre e il consegunte disagio che lo accompagna da tutta la vita, è di essere composto da sei tracce simmetriche proposte in due versioni differenti, apparentemente molto distanti tra loro.
La prima parte, infatti, vede la produzione di Raffaele Abbate e colpisce per il grande senso di coralità e improvvisazione creato dalle numerose personalità artistiche che vi hanno suonato: Roberto Zanisi, Luca Pissavini, Cristiano Calcagnile, Armando Corsi e Raffaele Kohler.
La seconda, invece, si basa sullo sperimentalismo abrasivo e distorto di Xabier Iriondo, il quale colloca i brani in una dimensione estrema e oscura.
Il senso di questo esperimento è che, sostanzialmente, non esiste un solo modo per guardare le cose: la maniera in cui da questi brani emergono rabbia, inquietudine, frustrazione ed emotività rappresentano i due volti estremizzati dello stesso sentimento: nella prima parte si percepisce un evidente impulso di mettersi a nudo, di abbandonarsi dalla malinconia e di fare (e farsi) del male con le parole, che arrivano al cuore dritte e taglienti come lame; nella seconda, invece, si prova a proteggere questo sentimento nascondendolo dietro a un muro che sembra indistruttibile, ma che, in realtà, si basa su fondamenta molto fragili.
Il brano che meglio rappresenta questa dicotomia è Per l’amore di una madre. Nella prima versione il tappeto sonoro è molto delicato e minimale, basandosi su una chitarra acustica e poche percussioni. In questo modo viene fuori la crudezza del testo (questo non risparmiarsi mai ricorda lo stile di scrittura deandreinano), che pesa come un macigno sullo stomaco: è quell’amore di una madre / che mi porta a vomitare tutto quello che mi passa per quaggiù / che mi porta a lacerare ogni bisogno che non salvi prima lei / che ti lascia per amare qualcun altro che non sai nemmeno tu / che ti lascia a macerare per rispetto di quel figlio che non sei. La seconda versione invece è un alternarsi tra la nudità vocale e l’esasperazione delle distorsioni, le quali annullano la potenza comunicativa del contenuto, ma affermano con forza quel vigore disumanizzato e contorto di fronte a cui è impossibile restare indifferenti.
La stessa disumanizzazione è presente anche in Figlio di madre incompleta, dove anche la voce, elettrificata, si confonde nel frastuono dilaniante. La vera disperazione, però, emerge anche in questo caso nel primo disco, dove il tappeto sonoro tendente al blues fa da sottofondo alla difficoltà di discostarsi dai ricordi accecanti e dunque dall’incapacità di essere davvero liberi.
L’apice dell’angoscia è In costante naufragio, pezzo (nel cd 1) in pieno stile di Saporiti e arricchito dal gran valore delle sonorità orientaleggianti di Roberto Zanisi, dove l’andatura cantilenante e cupa del verso se non torni qui a giocare io di certo morirò fa davvero venire i brividi, poiché sprigiona nell’aria una forte sensazione di gelo, che resta sospesa e mozza il fiato. Proprio per questa sua potenza è una canzone bellissima, indubbiamente la migliore di tutto il disco.
In chiusura si trova una cover di Hotel Supramonte, brano che De Andrè scrisse riguardo al suo rapimento, rielaborato da Paolo (sempre nel cd 1) in maniera molto suggestiva e densa di pathos. La versione curata da Iriondo, invece, viene quasi totalmente stravolta: sembra che in sottofondo ci sia un temporale terribile, ma sorprendentemente la voce dà più l’idea di essere un canto consolatorio: in contrasto con il vortice di rumori opprimenti e ansiogeni, la delicatezza vocale non si fa risucchiare, anzi, forse è proprio la chiave per rimanere lucidi.
Insomma, anche questa volta Paolo Saporiti ci ha regalato un’opera meravigliosa, il cui valore aggiunto è proprio quella volontà di essere così puro e sincero, perché non esiste un’alternativa, perché scrivere canzoni è come respirare.

TRACKLIST

CD1
01. A modo mio
02. In constante naufragio
03. Figlio di madre incompleta
04. Io non resisto
05. Per l’amore di una madre
06. Hotel Supramonte

CD2
01. Per l’amore di una madre
02. Io non resisto
03. Figlio di madre incompleta
04. A modo mio
05. In costante naufragio
06. Hotel Supramonte

 

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