Sycamore Age – Perfect laughter (Santeria/Woodworm, 2015)

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Articolo di Luca Franceschini.

Il sicomoro è l’albero su cui, stando a quanto si racconta nel Vangelo, Zaccheo salì per vedere Gesù che passava e da cui fu poi invitato a cena dal diretto interessato. Ma è anche l’albero sotto cui il Romeo di Shakespeare piange il suo amore per Giulietta all’inizio della celebre tragedia dell’autore inglese.
Per dire che non stiamo parlando di una pianta qualunque. Ora, che cosa sia esattamente “l’età del sicomoro” non saprei proprio ma è indubbio che come nome per un gruppo non suona poi così male.

I Sycamore Age sono la creatura di Francesco Chimenti, uno che, dato il padre che ha, con la musica deve aver avuto da subito una relazione particolare. Insieme con l’amico produttore Stefano Santoni ha realizzato un omonimo esordio nel 2012, in cui il classic rock di derivazione sixties si incontrava brillantemente con sonorità elettroniche e alternative.
Un disco interessante, che ha ricevuto ovunque buoni consensi ma che ha forse pagato lo scotto di essere uscito in un’epoca decisamente troppo satura di nuove proposte.
Anche così però, se qualcuno è bravo prima o poi lo si nota. I Sycamore Age, arricchitisi con l’ingresso di Davide Andreoni (dal vivo però hanno sempre fruito di una formazione ancora più allargata), hanno da poco pubblicato il secondo disco e sembrano fortemente intenzionati a farsi notare.
I numeri, dal canto loro, li hanno tutti. “Perfect Laughter” è innanzitutto un concept piuttosto ambizioso, che mette a tema il millenario rapporto tra l’uomo e la divinità. Il tentativo, imponente ma privo della pretesa di essere esaustivo, di cercare di comprendere non tanto cosa sia il divino, se esistano uno o più dei creatori, che rapporti abbiano con l’essere umano ecc.
Quanto, piuttosto, il tentativo di rispondere sul perché l’uomo dal momento in cui è apparso sulla terra fino ai giorni odierni, non sia mai riuscito a fare a meno di Dio o, più banalmente, a liberarsi dell’idea di un principio trascendente su cui basare la vita o a cui rivolgersi quando l’urgenza sale.
Domande troppo grandi, questioni troppo impegnative, verrebbe da dire, per un disco rock. Non è così, per fortuna. La cosa bella del rock, almeno per quanto mi riguarda, è che, dopo Bob Dylan, si può davvero parlare di tutto. Il problema, semmai, è che questi testi sono un po’ troppo intimisti, volutamente criptici in maniera eccessiva e alla fine si fa davvero fatica a capire dove si voglia andare a parare.
Poco male, perché il testo, alla fin fine, conta quel che conta e se non sei Leonard Cohen o Tom Waits è anche piuttosto difficile che ci sia gente che ti venga a fare le pulci.
Quindi forse è meglio concentrarsi sulla musica. Si potrebbe dire che “Perfect Laughter” sia riuscito nell’impresa di approfondire ed esplicitare meglio tutte quelle belle sensazioni che avevamo avuto ascoltando il disco di esordio.
La componente psichedelica è decisamente aumentata, quella elettronica pure e le canzoni sono nel complesso più tonde e rifinite.
Lo si capisce già dall’iniziale “7”, una vivacissima esplosione di fiati e percussioni per un brano dalla sottile atmosfera ironica. Pollice alzato anche per la successiva “Noise of Falls”, che inganna un po’ col suo intro di piano, per poi assumere un andamento straniante, cadenzato, ipnotico, il tutto valorizzato dalla presenza del violino.
“Dalia” è il primo singolo estratto ed è anche, comprensibilmente, il brano più immediato del disco, forse l’unico che possa essere apprezzato già a livello istintivo. Bisognerebbe anche guardare il coloratissimo e divertente video, in cui dei personaggi Lego si ingegnano a rapire un Gesù bambino da un presepe: una cosa un po’ visionaria ma che probabilmente dice di più di tutti i testi messi insieme.
“Drizzling Sand”, al contrario, è molto ostica: funerea e decadente, si avvale anche di un testo piuttosto affascinante, che andando forse ad evocare il peccato originale, va in qualche modo a rispondere all’ansia di autodeterminazione espressa nel brano precedente.
Ci si lascia andare molto di più in “Frowning Days, Odd Nights” o nella conclusiva “Monkey Mountain”, che trasudano atmosfere folkeggianti e bucoliche, con uno sguardo nostalgico alla San Francisco dei tempi che furono.
Sensazioni cangianti, in continuo movimento, come all’interno di un caleidoscopio: e così, se “Behind the Sun” è una malinconica ballata pianistica con un gradevole tappeto elettronico, “Cheap Chores” si avvale di un lavoro percussivo che mi ha portato alla mente certe cose degli ultimissimi Radiohead. E poi c’è “In the Blink of an Eye”, progressiva, totalmente immersa negli anni ’70.
Un disco colorato, eccentrico e sperimentale, che ha forse il difetto di avere indugiato un po’ troppo sulle atmosfere rarefatte, tenendo il freno a mano tirato e senza quasi mai lanciarsi in cavalcate che ci avrebbero forse fatto svagare un po’ di più.
Non si libereranno mai dal fantasma di “Sgt. Pepper” (non che sia un male, eh!) ma hanno saputo aggiornarlo e agghindarlo con elementi di varia provenienza facendo, come dicevamo, un sicuro passo avanti rispetto al disco d’esordio.
Non originali, non imprescindibili ma di sicuro bravi e coraggiosi. Un disco che vale sicuramente un ascolto attento e approfondito.

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