Dust – Il nostro nuovo millennio

Postato il Aggiornato il

_MG_0051d

Intervista di Luca Franceschini

I milanesi Dust, tra gli ultimi entrati nel sempre più numeroso e valido roster della Sherpa Records, hanno finalmente trovato la stabilità e la continuità che anelavano da tempo. L’ep “Kind”, uscito nel 2009 non rimarrà dunque l’unica fugace testimonianza della validità artistica di una band che “avrebbe potuto farcela ma è stata sfortunata” (come spesso si dice di molte realtà, non solo nostrane).
On the Go” è uscito a marzo ed è il loro primo full length, sperando che sia anche il primo di una lunga serie. Lo avevano presentato dal vivo all’Ohibò di Milano ma, causa sfortunate sovrapposizioni di impegni, non siamo riusciti ad essere presenti. Nell’attesa che ricapitino dalle nostre parti, abbiamo raggiunto i cinque e ci siamo fatti spiegare qualcosa di questa loro nuova creatura, dai problemi che li hanno tenuti fermi per qualche anno, ai cambiamenti stilistici che si possono riscontrare nelle nuove canzoni.

Direi di iniziare con una battuta: leggevo una discussione su facebook qualche settimana fa durante la quale si faceva riferimento al fatto che prima di “On The Go” ci sarebbero stati alcuni altri lavori da parte vostra, che però sarebbero passati inosservati. Oltre al debut ep del 2009 o giù di lì, mi sono perso qualcosa per strada?
Non esattamente. Abbiamo in effetti registrato un paio di ep prima del 2009, ma quei lavori sono più da intendersi come dei maxi-demo finalizzati ad acquisire maggiore compattezza nel suonare insieme e a trovare una strada interpretativa. Il percorso artistico dei Dust inizia ufficialmente nel 2009 con l’ingresso di Andrea Giambelli, il cui stile ha dato alla band l’imprinting definitivo e che scrive con me (Andrea D’Addato) la maggior parte delle musiche. Dal punto di vista delle realizzazioni, la prima uscita ufficiale dei Dust è l’ep “Kind” (2012), ovvero la sintesi ideale del percorso iniziato con l’arrivo di Andrea.

_MG_0046b

Mi raccontate qualcosa del processo di lavorazione di questo disco? In particolare, come mai ci è voluto così tanto tempo?
La lavorazione di questo disco è legata ad alcune svolte importanti all’interno dei Dust. Innanzitutto, “On The Go” rappresenta una sterzata di allontanamento piuttosto decisa rispetto al wall of sound di “Kind”, che continua a convincerci, ma ci racconta solo in parte. Per l’album, infatti, avevamo bisogno di trovare un sound più intimo e dimesso, in cui i muri di chitarre venissero smussati e spesso sostituiti da arpeggi o da un letto synth che desse al tutto una patina quasi spettrale. La sfida per noi è stata cercare di non perdere il tiro, ma semplicemente arricchire il lato emozionale della nostra musica enfatizzando le sfumature più cupe, o dark-wave come hanno giustamente fatto notare alcune recensioni di “On The Go”.
L’altra difficoltà, nel frattempo, è stata quella di cercare un nuovo tastierista, dato che Tomas Tai ha lasciato il gruppo nel settembre 2013. Non è stato facile trovare chi potesse sostituirlo, soprattutto considerando il ruolo fondamentale di piano e synth nella nostra musica, ma alla fine l’attesa è stata ripagata con l’arrivo di Francesco Lodovici, che è perfettamente funzionale al progetto e ha portato un nuovo equilibrio nella band.

Titolo e copertina vanno insieme? C’è qualche messaggio in particolare che avete voluto lasciare?
La copertina, ad opera di Andrea Giambelli e Francesca Oprandi, è un’interpretazione grafica del duplice senso di claustrofobia ed evasione raccontato nel disco. Da qui deriva anche l’idea di necessità svolta e di transitorietà comunicato dal titolo.

Ditemi qualcosa del vostro primo video. “If I die”, oltre ad anticipare l’altissimo valore di songwriting del disco, ha introdotto un immaginario particolarmente cupo, anche grazie all’introduzione del bianco e nero…
Il video è stato realizzato da Fabio Cotichelli e Chinese Food Prod. proprio con l’intento di restituire attraverso l’immagine il potenziale “visivo” di un sound più cupo e introspettivo che in passato. Il risultato rispecchia l’idea di una ricerca di intimità imbevuta nello spazio del ricordo (da qui il bianco e nero), mentre le geometrie nella fotografia puntano a dialogare con l’essenzialità delle soluzioni ritmiche.

Altro testo che mi ha incuriosito è “Our Alien Millenium”. Me ne parlate un po’?
“Our Alien Millennium” rappresenta il primo tassello di un mosaico testuale che si sviluppa nel corso di tutto il disco e che riguarda la presenza costante di due individui mai identificati (amanti? Amici? Fratelli?) che si perdono e si ritrovano continuamente e che sembrano abitare l’album come fantasmi. Il testo di “Millennium”, come sempre nei Dust fatto più di suggestioni giustapposte che di una linearità consequenziale, anticipa con le sue immagini l’importanza di creare una complicità (“I poured on the carpet all your fears, and tried to keep some certainty for all our years”), anche se le tensioni che la animano possono assumere connotazioni inquietanti (“Sometimes we just don’t mind about the wicked shades of our goals”).

dust

Vi paragonano spesso a Wilco e The National. O perlomeno questi sono i nomi che vengono più spesso tirati in ballo quando si parla di voi…
Devo dire che, se da un lato il fatto di essere accostati a due pesi massimi come Wilco e The National sicuramente ci lusinga, dall’altro il rischio è che si riconduca la musica dei Dust in una dimensione un po’ limitante, nell’ombra di due band che giustamente sono diventate due classici contemporanei. Certamente si può dire che questi due riferimenti rimandano alla dualità del nostro sound, fatto di sezioni crepuscolari e introspettive, ma anche di aperture in cui prevale l’aspetto emotivo e un senso di epicità controllata che tradisce il nostro amore per il rock americano di periferia. I Dust del 2015 sono alla ricerca di un territorio a cavallo fra queste due dimensioni, per questo The National e Wilco sono due riferimenti importanti, anche se non esauriscono minimamente le esperienze alla base del sound di “On The Go”.

Mi dite il nome di qualche nuova band che avete scoperto di recente e che secondo voi merita di essere scoperta?
Per quanto riguarda l’Italia citerei i Departure Ave da Roma, perché il loro ultimo album “Yarn” ha davvero una profondità rara, non solo per le band del nostro paese. Sull’estero invece, il disco del 2015 che mi ha sorpreso di più finora è un gioiello nascosto che si intitola “No Song, No Spell, No Madrigal” degli Apartments; songwriting stellare, quasi un incontro fra Nick Cave e Go-Betweens, di cui per altro il cantante Peter Walsh ha fatto parte per breve tempo.

Per finire, c’è speranza di vedervi suonare dal vivo in qualche bel festival, quest’estate?
Speriamo. Per adesso non possiamo rivelare nulla, ma chissà..

 

 

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...