Francesco De Gregori @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – 18 Luglio 2015

Postato il

01

Articolo di Luca Franceschini, fotografie di Starfooker

Francesco De Gregori ha pubblicato “Vivavoce” a inizio anno, una raccolta doppia contenente  28 delle sue canzoni opportunamente riregistrate e riarrangiate. Detto sinceramente, non sono mai stato un fan di questo tipo di operazioni: meglio un artista che continua a fare dischi nuovi, piuttosto che rivangare a più riprese il passato. Vero è che lui l’ha sempre fatto: live e raccolte sono sempre andate a rinfoltire il suo catalogo ufficiale, seppur sempre alternati a dischi di inediti.
Ma quel che conta in questo caso, è che tale pubblicazione sia stata il pretesto per un tour piuttosto esteso, che è partito a marzo e che continua a raccogliere date di notevole successo.
Il Carroponte non è la location che ti aspetteresti da uno come lui ma è anche vero che a questo giro il cantautore romano è andato a suonare dappertutto, dai teatri ai palazzetti, per non dimenticarci del fatto che due anni fa si era cimentato persino in un tour in giro per i club.
In apertura c’è Ylenia Lucisano, giovanissima cantante calabrese che ha da poco pubblicato un disco, “Piccolo universo” e che è stata personalmente invitata da De Gregori, molto attento all’esigenza di dare spazio a nuovi artisti.
Un set molto breve, quattro canzoni solamente per lei, due in italiano (“Piccolo universo” e l’ottimo singolo “Improvviseremo ancora”) e due in calabrese (“Jett‘u sal” e “Movt movt”), sua terra natale. I pezzi ci sono sembrati nel complesso molto validi, uniti ad una certa personalità vocale. Da tenere d’occhio.

03

Francesco De Gregori arriva un quarto d’ora dopo, alle 21.30 precise, maglietta nera, occhiali da sole e l’immancabile panama bianco. Niente giacca, stasera, la temperatura tropicale non lo permette.
Si attacca con “Lettera da un cosmodromo messicano” e la sorpresa è davvero tanta: chi se lo ricordava più, questo oscuro brano tratto da “Miramare 19.4.89”, che oltretutto è uno dei più sottovalutati della sua nutrita discografia?
Comunque un suo concerto è bello anche per questo: De Gregori ha scritto decine di canzoni che sono parte della tradizione musicale e culturale italiana, scolpite a fuoco da decenni nel cuore e nelle menti di tantissime persone. Eppure, oltre a questi episodi, quelli che tutti almeno una volta nella vita hanno sentito pur senza sapere che faccia ha il suo autore, esistono centinaia di altre cose altrettanto valide (alcune anche di più, forse) che non hanno però avuto lo stesso successo.
“Vivavoce”, in effetti, ha avuto questo merito: ha permesso di far riemergere perle nascoste all’interno del vastissimo repertorio del cantautore, che sono poi quelle su cui la setlist di questo tour si sta largamente basando.
Chi vede De Gregori dal vivo sa innanzitutto che per lui questa dimensione è essenziale. Sul palco ci sta parecchi giorni all’anno (non ai ritmi del suo idolo Bob Dylan ma siamo su quei livelli lì) e ci sta parecchio bene. Dal punto di vista strettamente musicale, i suoi concerti sono curatissimi e al momento sono tra le cose più belle che si possano vedere in Italia.

04

Merito innanzitutto di una band superlativa, capitanata dal solito, fedelissimo bassista Guido Guglielminetti, che comprende una serie di musicisti di primo livello come i chitarristi Paolo Giovenchi e Alessandro Valle (quest’ultimo indispensabile anche alla Pedal Steel e al mandolino), Alessandro Arianti al piano e all’Hammond e da Stefano Parenti alla batteria. Vi è poi una sezione fiati composta da Giorgio Tebaldi (trombone), Giancarlo Romani (tromba) e Stefano Ribeca (sassofono). Ciliegina sulla torta, la bella e brava Elena Cirillo, che si occupa dei cori (sempre azzeccatissimi i suoi controcanti) e che suona il vìolino in alcuni pezzi.
Un organico ampio, affiatato e soprattutto estremamente versatile: l’ideale per uno come lui, che non ha mai fatto un disco uguale all’altro e che nel corso di una singola serata ama spaziare con estrema tranquillità dal rock, al blues, alla musica “leggera”, al folk mediterraneo, alle atmosfere  da canto popolare.
Uno show dinamico e coinvolgente, dunque, che è condotto da Francesco in maniera molto naturale e rilassata. Rispetto ai primi tempi, quando erano in molti a lamentarsi per la sua freddezza, per il fatto che non amava che il pubblico cantasse le canzoni e cose così, sembra essere cambiato totalmente. È molto più gigione, non parla mai tra una canzone e l’altra ma elargisce tanti sorrisi, quando non suona la chitarra muove le mani a sottolineare certi stacchi o a sollecitare cori e applausi dei fan. Insomma, sembra godersela un mondo e, francamente, un po’ ti stranisce, se pensi alla malinconia di certe sue canzoni o ti confronti con la solennità visionaria di certi suoi testi. Aggiungiamo che, particolare non superfluo, la sua resa vocale è ancora ottima e che forse con l’età è pure andata migliorando, acquistando toni più cupi e rochi, valorizzati da un certo stile recitato che negli ultimi anni ha iniziato ad usare maggiormente.

06

E quindi, come era lecito aspettarsi, anche la data del Carroponte si trasforma in una grande festa: il posto è gremitissimo (per l’occasione è stato spolverato il palco principale, quello che viene usato solo in pochissime occasioni) e nonostante il caldo (a quanto ho saputo, c’è stato addirittura qualche svenimento) si canta, si applaude e si battono le mani quasi in continuazione.
Il pubblico è variegato: ci sono i fan accaniti che conoscono tutti i pezzi a memoria, ma la maggior parte è composta da persone che hanno in mente sopratutto le canzoni degli anni ’70 e ’80, quelle con cui sono cresciuti, quelle che li hanno accompagnati nei principali momenti della vita.
E De Gregori, da parte sua, gliele concede a piene mani. Ecco, contrariamente a Dylan (lo tiro in ballo anche perché recentemente i due hanno suonato nella stessa sera a Lucca e si è molto parlato di questo fatto), che è uno che fa solo quello che ha in mente di fare e non si sente per forza di cose obbligato a suonare determinate canzoni, Francesco appare molto più a proprio agio. È consapevole del fatto che tantissimi di quelli che lo vengono a vedere aspettano solo quella decina di brani e, senza troppi problemi, gliele offre in dono, provocando magari il malcontento di certi pedanti (come il sottoscritto) che vorrebbero per una sera ascoltare solo cose strane e poco conosciute.
Ce n’è comunque per tutti i gusti: oltre all’opener di qui sopra, a inizio show arrivano anche “Il canto delle sirene” e “Ti leggo nel pensiero”, quest’ultima particolarmente ben riuscita. Poi il sempre gradito blues di “Finestre rotte” e il meraviglioso rock apocalittico de “Il panorama di Betlemme”, uno di quei pezzi che, c’è poco da fare, mi dà sempre la pelle d’oca tutte le volte che lo sento.

07

In mezzo non manca “Viva l’Italia” che, mi spiace dirlo, ho sempre trovato stucchevole e sopravvalutata. Sarà per i significati politici posticci che le varie parti hanno cercato di attribuirle nel corso degli anni, ma comunque provo sempre un certo disagio, ogni volta che viene cantata.
Con “Bellamore” si entra di diritto nella tradizione popolare della penisola, mentre “Caterina”, a distanza di anni, commuove sempre per quella sua vena distaccata e malinconica al tempo stesso, nel bellissimo ricordo della cantautrice Caterina Bueno, con cui Francesco aveva lavorato in gioventù.
“Un guanto” viene proposta in un arrangiamento piuttosto robusto, dominato dalle chitarre elettriche ma con anche un certo retrogusto folk, mentre “Atlantide” (purtroppo unico estratto da quel “Buffalo Bill” che ho sempre considerato il suo disco migliore) viene proposta in una versione piuttosto vicina all’originale, con una interpretazione vocale che è stata tra i punti più alti della serata.
Siamo al centro dello spettacolo e cominciano ad arrivare le cartucce pesanti: “La leva calcistica della classe ’68”, una di quelle in cui la band al completo ha dato il meglio di sè e su cui, comprensibilmente, il pubblico si è scatenato. Poi “Generale”, sempre bella nonostante la gente si ostini a cantare il suo tema musicale come se si trattasse della versione di Vasco, e “Niente da capire”, proposta in una bella versione folk in cui il ritornello diventa un altro bel momento di interazione tra Francesco e il pubblico.

14

Tra le cose che “Vivavoce” ha permesso di ripescare, non si può non menzionare “La testa nel secchio”, da quel capolavoro che fu “Canzoni d’amore” e che ha visto un Guglielminetti superlativo al basso. “Falso movimento” ha invece rappresentato l’unico estratto da “Sulla strada”, il suo ultimo disco di inediti. È un De Gregori che per un momento abbandona la chitarra (lo farà in un altro paio di occasioni nel corso del concerto) e si concentra sulla voce, lasciando che sia il pianoforte a disegnare la trama del pezzo.
Poi una “Buonanotte fiorellino” piuttosto canonica, a dir la verità, e si ritorna al rock con la tiratissima “Vai in Africa Celestino”, forse il suo brano di maggior successo degli anni Duemila, sempre molto coinvolgente ogni volta che compare in scaletta.
Siamo alla fine: “Sotto le stelle del Messico a trapanar” è un brano che personalmente non ho mai amato ma che con il suo andamento disteso e la presenza di fiati e violino risulta assolutamente gradevole, una bella chiusura per il main set.
Nei bis arriva una sorpresa: niente “Titanic”, sostituita da una meravigliosa “L’abbigliamento del fuochista”, estratta dallo stesso disco e avente sempre a tema il celebre transatlantico.
“La donna cannone” è eseguita con solo piano e violino ed anche questa sera risulta superflua: sul livello della canzone non c’è nemmeno da discutere, ma l’interpretazione è un po’ troppo autocompiaciuta e il pubblico troppo rumoroso. L’istintività emozionale ha prevalso sull’ascolto e questo, a parer mio, non è mai un bene.

13

Molto meglio “Rimmel”, nel suo arrangiamento dylaniano, con tanto di brevi cenni di armonica negli stacchi tra le strofe. Poi ancora saluti, ancora ringraziamenti ma ancora una volta è una finta: passano pochi minuti, e ricompare Francesco con la chitarra acustica, accompagnato da Alessandro Valle. I due si lanciano in una meravigliosa versione di “Alice”, cantata con intensità ma senza eccessivo trasporto, misurando bene le parole e facendola rivivere, quarant’anni dopo, per quell’enorme capolavoro che è sempre stata. Tra i classici, è stato indubbiamente quello uscito meglio e per un momento mi sono chiesto che cosa potrebbe succedere se un giorno Francesco si decidesse ad intraprendere un bel tour acustico in solitaria, come negli anni degli esordi romani.
Ultimi due atti affidati ad una divertente ma superflua “A chi”, il pezzo portato al successo da Fausto Leali che fa capolino saltuariamente nei suoi concerti. Da ultimo, ancora “Buonanotte Fiorellino” ma nella versione ricalcata sulla “Rainy Day Women” di Dylan: un altro episodio che poteva risparmiarci, considerato anche che era stata suonata poco prima.
Al di là di questo finale deludente, Francesco De Gregori si è confermato ancora una volta in uno stato di forma invidiabile, un artista che vive della gloria passata ma che è in grado di costruirsi anche un presente più che brillante.
Il tour di “Vivavoce” proseguirà ancora fino a settembre, poi all’Arena di Verona, si celebreranno i 40 anni di “Rimmel”: data la lista degli ospiti annunciata finora, la serata rischia di trasformarsi in una caotica e superficiale trasmissione televisiva. Cercheremo comunque di esserci: quello è un disco che, almeno per una volta, merita di essere ascoltato dal vivo per intero.

08

09

10

11

12

15

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...