Ernst Reijseger @ Chiesina dell’Assunta di Villa Besana, Sirtori (Lc), 28 Luglio 2015

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Articolo di James Cook, immagini sonore di Cristina Crippi

Ernst Reijseger è un violoncellista e compositore olandese. Musicalmente onnivoro, suona da oltre trent’anni con tantissimi artisti di primo piano a livello mondiale negli ambiti più disparati e collabora con il regista Werner Herzog, per il quale ha firmato diverse colonne sonore. Grande innovatore, con un approccio eclettico, libero da modalità stilistiche predefinite, si può dire che, per certi versi, ha rivoluzionato l’uso del suo strumento.

Quando nella serata di martedì scorso sono partito in direzione delle colline brianzole, di Ernst Reijseger avevo in mente giusto queste informazioni di base. Considerando però che il concerto era inserito nella manifestazione Suoni mobili di Musicamorfosi – rassegna curata da Saul Beretta e che, da diversi anni, si contraddistingue per la qualità e l’originalità delle proposte – senza indugi ho affrontato la trasferta.
Già al mio arrivo ho capito che qualcosa di particolare stava per accadere: lo sgabello sul quale si sarebbe seduto il musicista si trovava in una stradina dell’abitato di Sirtori, per l’occasione chiusa al traffico, con la folla che circondava ampiamente la postazione. Alle sue spalle la chiesetta dedicata alla Madonna Assunta e di fronte villa Besana, imponente edificio del XVIII secolo che domina la collina.

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Un altro indizio sull’unicità dell’esibizione a cui avrei assistito di lì a poco, lo ha dato Saul Beretta. Durante l’introduzione dell’artista ha rivelato, infatti, che Ernst aveva chiesto di mettere all’interno della chiesetta il suo “monitor spia”per usare l’ambiente come cassa naturale, invitando tutti i presenti a rimanere particolarmente concentrati nell’ascolto. L’amplificazione sarebbe stata minima, ed il suono proposto, di fatto, prettamente acustico.
Questo particolare tecnico, considerato che mi trovavo a meno di tre metri dal violoncellista, ha fatto la differenza, imprimendo un’accelerazione alle mie aspettative, ritengo molto probabilmente superiori rispetto a quelle di coloro che non erano appostati nelle sue vicinanze .
Sulla scia di un lungo applauso, faticando a farsi largo fra il pubblico, il musicista olandese è giunto alla sua postazione. Vestito con un’eleganza casual, ha mostrato un viso che ispirava un’immediata simpatia.
Sin dalle prime note, io e – ne sono certo – la maggior parte dei presenti nelle prime file, siamo stati trasportati in un mondo parallelo, dove tutto poteva accadere. Davanti a noi c’era “semplicemente” un uomo con un violoncello, ma per lunghi tratti abbiamo avuto netta la percezione che il musicista riuscisse ad estrarre suoni miracolosi dallo strumento, utilizzandone ogni sua parte per produrre una scala sonora amplissima.

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Ora maltrattandolo, ora accarezzandolo, a tratti imbracciandolo come fosse una chitarra, fino a diventarne quasi un tutt’uno, Ernst è riuscito a creare una simbiosi perfetta dalla quale si sono sprigionate emozioni fortissime.
L’utilizzo di numerose e differenti tecniche per suonare il violoncello, ha ottenuto l’affascinante risultato di “trasformare” di volta un volta lo strumento in un contrabbasso, una chitarra, una percussione. Sfruttando ogni centimetro ed impiegando vari oggetti per alterarne il suono (in particolare mollette e pinze per capelli), Reijseger è riuscito a stupirci, mantenendo comunque il tutto entro un unico viaggio sonoro. Nelle parti più dolci la melodia era spesso accompagnata dalla voce di Ernst, che ha contribuito a condurci ancora più intensamente all’interno del suo mondo artistico.
Il pubblico ha fatto la sua parte, trattenendo quasi il respiro nei momenti in cui i suoni erano appena accennati, per arrivare poi a sottolineare con fragorosi applausi la fine di ogni brano.
Da parte mia devo confessare che più di una volta mi sono ritrovato con il corpo teso verso di lui, quasi con il desiderio di entrare a far parte del suo strumento, che con tanta abilità ho visto manipolato.

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Ernst, durante le sue esibizioni in solo sembra non seguire alcuna traccia. Gli viene naturale improvvisare , concentrarsi sul versante acustico e andare in cerca della musica che così non conosce confini. Ricca di suggestioni del tutto personali , “arriva” in profondità agli ascoltatori creando emozioni che rendono ogni concerto un evento unico. La riprova è data anche dalla scaletta dei brani previsti nel concerto al quale ho partecipato, ampiamente rimaneggiata e modificata durante lo sviluppo della serata.
La notevole dose di humor dimostrata ci ha poi tenuti concentrati senza possibilità di distrazione, anche per seguire i suoi movimenti, che lo hanno portato – senza smettere di suonare – all’interno della chiesetta ed in prossimità di un angolo esterno per sfruttarne il riverbero sonoro. In seguito, sempre proseguendo con i suoi arpeggi, Ernst si è fatto largo in mezzo al pubblico “abbracciato” al suo strumento, mentre la gente provvedeva a spostare le sedie per lasciarlo passare. Il violoncello risuonava sempre più lontano, dall’interno del parco della villa le note sembravano proseguire all’infinito, fino al punto in cui abbiamo sentito un urlo che ci ha fatto temere fosse caduto nel buio – ma stava solo scherzando, da vero burlone qual’é.

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Una sua caratteristica che si è evidenziata ancora pochi minuti dopo, quando, tornato alla sua postazione, ha chiesto alla fotografa Cristina Crippi (che finalmente gli si era avvicinata per immortalarlo da una posizione privilegiata) di sostenergli il foglio dello spartito (fino ad ora assolutamente ignorato). Abbiamo scoperto subito che in realtà si è trattato di un pretesto per raccogliere la macchina fotografica temporaneamente abbandonata ed immortalare il primo piano dell’involontaria protagonista.
L’esibizione è proseguita fra buffissime espressioni del viso del musicista olandese durante l’esecuzione di note scritte, quasi a stranirsi di quanto siano, in questo caso, ampiamente scontate.
Il pubblico, coinvolto in un’atmosfera quasi mistica, ha “accettato” la fine della serata solo dopo la concessione di due “bis”, mentre, da parte mia, ammetto di essermi trattenuto ancora per diversi minuti sulla sedia, praticamente ipnotizzato dalle sensazioni che avevo appena provato.
Conscio che serate musicali stimolanti come questa sono davvero rare da trovare, ho poi ripreso la via di casa, portando con me tante belle emozioni condivise con il maestro olandese e un’idea fissa, quella di ritrovarlo presto.
Un doveroso ringraziamento naturalmente va all’impeccabile organizzazione di Suoni mobili ed in particolare a Saul Beretta, una delle pochissime persone che riesce quasi sempre a stupirmi con proposte di livello decisamente superiore alla norma.

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