Non c’è poesia… – intervista a Morning Tea

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Intervista di Luca Franceschini

Vi abbiamo già parlato del brillante secondo disco di Morning Tea come una delle cose più belle uscite in questo primo quarto del 2016. Quando mancavano pochi giorni all’ufficiale immissione sul mercato di questo lavoro, abbiamo raggiunto per telefono Mattia Frenna, ideatore e mastermind del progetto e ne è venuta fuori questa bella chiacchierata.

Ciao Mattia, complimenti per il disco, mi è piaciuto davvero tantissimo. Mi sembra che nel complesso tu abbia realizzato un album più a fuoco rispetto al precedente e direi anche più colorato…
Colori scuri però (ride NDA)!

Beh, certamente! Dicevo che mi sembra un disco complessivamente migliore del precedente…
Sono due dischi molto diversi. Il primo in realtà era composto solo da provini, l’ho suonato dal vivo così, nudo e crudo, non c’era dietro un prodotto, era semplicemente quello che io portavo in giro.  Poi è piaciuto e abbiamo deciso di pubblicarlo, ma non era niente più di questo. In questi giorni mi hanno già chiesto: “Ma c’è stata un’evoluzione?”. In realtà  è più il risultato di una volontà precisa: il primo album era concepito in un modo, qui ho voluto fare qualcosa di diverso.

Come conseguenza, credo che la scrittura dei singoli brani ne abbia beneficiato: ce ne sono molti che vivono di vita propria e che potrebbero anche essere considerati come dei potenziali singoli…
Beh, ti ringrazio, è sicuramente un complimento! Questo lavoro viene fuori da un’incertezza generale, un periodo in cui non avevo ben chiaro cosa sarei andato a fare, se sarebbe uscito un disco oppure un ep… perché non era neppure scontato che uscisse, in realtà! Quando ho iniziato a scrivere e a registrare non pensavo per forza di fare un disco… allo stesso tempo, questa incertezza ha portato qualcosa di positivo, vale a dire la totale libertà creativa.  Il fatto che non fossi del tutto sicuro di come avrebbe dovuto essere l’album, mi ha portato a dire: “Ma a me, cosa me ne frega?”. Così ho potuto scrivere un pezzo Post Rock, un pezzo Folk, uno più elettronico, senza problemi. Non sapendo cosa volevo fare, ho potuto spaziare a 360 gradi e lasciarmi tutte le porte aperte, senza preoccuparmi troppo di che direzione avrei voluto o potuto prendere. Quando ho raccolto tutti i pezzi (e ce n’erano di più di quelli che sono poi finiti dentro), mi sono reso conto che, nella loro diversità, c’era un filo conduttore, non solo a livello di significato, ma anche a livello di mood. E ovviamente di questo sono contento perché non era facile! In definitiva, l’intenzione era di scrivere belle canzoni, semplicemente quello, e le volevo fare io, questa è un’altra cosa importante: registrazione, missaggio, produzione… volevo fare tutto io, come un bambino in una stanza piena di giochi…

Paradossalmente, facendo così, è venuto fuori un lavoro molto omogeneo, nella sua diversità: ogni pezzo ha una sua fisionomia, non c’è il rischio di distrarsi o di confondere un brano con l’altro. Si ha la sensazione di stare ascoltando un album vero e proprio…
Sono tutti diversi, ma oguno conserva un certo grado di somiglianza. Anche a me, che pure ho un ascolto diverso rispetto al tuo, perché queste canzoni le ho scritte, suonate e registrate, dà l’idea che sto sentendo un disco intero…

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A livello di produzione e registrazione hai fatto tutto tu, quindi…
Da sempre, fin dai tempi dei Motel 20099 (la band di Mattia prima del progetto Morning Tea NDA), ma anche dalle primissime cose da adolescente, sono  stato la figura di riferimento per quanto riguarda gli arrangiamenti, per come dovevano suonare i pezzi. Di conseguenza, anche per Morning Tea e soprattutto per l’ultimo disco, ho fatto tutto io. Ho registrato a casa mia, a parte “No Poetry In It”, la title track, che ha una genesi interessante. E’ stato l’ultimo pezzo che ho aggiunto al disco, nonostante avessi già deciso di chiamarlo così. Nei credits c’è scritto che il pianoforte in quella canzone è stato suonato da Roberto Redondi. La cosa particolare è risale ad una cosa scritta nel 2011. Non c’erano le parole, solo una linea melodica abbozzata. All’epoca Roberto suonava con me e gliel’avevo fatta sentire perché ci facesse sopra un arrangiamento di piano. Lui l’aveva scritto e l’aveva poi registrato e suonato, mandandomelo via mail. La cosa funzionava, però poi i Motel 20099 si sono sciolti e il pezzo è rimasto lì. Negli anni, mi è venuto in mente di ritirarlo fuori perché mi piaceva. All’inizio pensavo di farlo suonare daccapo a Roberto, ma per vari motivi non è stato possibile. Io però non volevo rinunciare alla canzone, per cui sono andato a recuperare quell’mp3 che mi aveva mandato. Ho quindi preso il piano da lui registrato, l’ho compresso, equalizzato e ci ho fatto un taglio in mezzo, dove rimane solo la voce e un sintetizzatore. Quel pezzo in origine non c’era e non potevo neppure registrare un altro piano, si sarebbe sentito che era diverso. Ho quindi provato questo esperimento e devo dire che è venuto fuori bene…

In effetti non lo si nota per niente, se uno non lo sa non se ne accorge…
Sì, è stata una scelta obbligata: ho completato la canzone con quel pezzo lì e, visto che lo volevo mettere l’unica soluzione era fare così, tagliare il nastro…

Mi ha colpito l’idea di far uscire un pezzo dopo l’altro. Il disco è stato pubblicato il 24 febbraio, ma prima di quella data ne avevi già fatti ascoltare diversi. Quanti sono?
Sei in tutto.

Mi pare che sia una soluzione intelligente, in un momento storico in cui ci sono davvero tanti input concentrarsi su un disco intero può risultare difficile…
L’ho scelta esattamente per questo motivo: già facendo uscire un pezzo circa ogni 15 giorni è difficile, però sto chiedendo un’attenzione di tre, quattro minuti, non di più. Con un disco intero mai sentito, c’è sempre il rischio che uno ascolti il primo pezzo, non gli piaccia e cambi. Invece così è come se fosse sempre il primo pezzo, ci si può concentrare di più. Non è detto che funzioni, è un tentativo per farlo ascoltare alla gente in maniera più costruttiva.

Sono d’accordo: anch’io ultimamente ho iniziato ad utilizzare tempi di pausa brevi, per ascoltare uno o due pezzi al massimo. E’ utile ogni tanto concentrarsi su un pezzo solo…
Vero, poi bisogna considerare che se uno vuole veramente ascoltare della musica deve fermarsi. L’ascolto è impegnativo, non si può usare la musica solo come sottofondo, ma mi rendo conto che questo può risultare difficile da capire per chi non sia realmente un appassionato. Siamo talmente abituati ad essere bombardati dalla musica, nei centri commerciali, in giro per la strada, mentre facciamo qualcos’altro; talmente assuefatti a sentire la musica, non ad ascoltarla, che quando capita di ritrovarci a farlo veramente, non ne siamo più capaci.

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Ti ho visto due, tre volte dal vivo e penso che le tue canzoni in versione chitarra e voce, pur belle, perdano qualcosa. Avrebbero forse bisogno di una resa più complessa, più vicina alla versione in studio, nel senso che c’è una ricchezza nei tuoi pezzi che un po’ dal vivo si perde…
Guarda, io considero il live una forma d’arte (passami il termine) diversa dal disco. Il disco è bello perché puoi sperimentare, metterci molti più strumenti di quanti puoi portarne dal vivo, ecc. In studio mi piace trovare soluzioni, mentre nel live il fine è quello di far passare le canzoni in un’altra veste. I miei pezzi, anche quelli del nuovo album, hanno un feeling molto confidenziale, suonare con chitarra e voce mi permette di mantenere questo approcci. Certo, ogni tanto mi capita di pensare che sarebbe bello portare sul palco una vera band, però sono una persona piuttosto pratica, nonostante sia anche un romantico (ride NDA). Credo che tenere in piedi una band dove tutto ruoti intorno a te, una squadra di cui tu sia il capitano, resti molto difficile per me. Credo che quando si suona in una band, tutti abbiano bisogno di essere stimolati, debbano esercitare la propria creatività. Se quello non è un gruppo vero e proprio, ma solo un tuo progetto personale, diventa tutto molto più complicato, c’è bisogno di un certo tipo di carisma e io non penso che ce la farei. E’ più una scelta intima, umana, non stilistica. O meglio, diciamo che la questione umana è la prima ragione alla base della mia motivazione, però mi sono anche reso conto che a me piace fare le canzoni chitarra e voce, mi piace quella soluzione confidenziale che si viene a creare. Certo, poi mi accorgo anch’io che qualcosa si perde, ma se uno ha la pazienza e la voglia di ascoltare, si rende conto che c’è molto di interessante anche in queste versioni. E’ uno stimolo anche per me, non è facile arrangiare per chitarra e voce qualcosa che in studio hai pensato in modo diverso, con molti più strumenti. In defnitiva, ti dico così: se in futuro ci dovessero essere le condizioni per tenere in piedi una band a tutti gli effetti (che vorrebbe dire, concretamente, fare 300 persone a live, che tutti siano motivati a spostarsi, a venire alle prove) è evidente che ci penserei. Lo puoi intuire anche dal disco, non sono uno che continua a fare sempre le stesse cose, prima o poi immagino che mi stuferò anche di suonare dal vivo con questa soluzione acustica…

Volevo chiederti qualcosa dei testi, adesso. Ad un certo punto dici una cosa come “Loneliness as a safer way of life”. Mi pare possa essere vista un po’ come il filo conduttore del disco, che mi è parso di inquadrare come una dialettica tra il rapporto di coppia e la solitudine, con una leggera propensione per la seconda. Intravedo un mood molto triste in questo lavoro, non so se puoi darmi qualche delucidazione in proposito…
Innanzitutto sono un musicista, mi piace fare musica. Crescendo e scoprendomi una persona piuttosto sensibile e anche fragile, per certi versi, mi sono reso conto che i testi sono veramente una cosa importante per me, quindi mi fa sempre piacere parlarne. Mi viene in mente questo: scrivo quel testo perché ho una cosa urgente da comunicare e riesco a farlo in quel modo lì. E’ un po’ come quando ti viene lo stimolo di parlare ad alta voce: tu lo sai già che cosa stai dicendo, eppure ti viene il desiderio di dirlo lo stesso. La motivazione, l’urgenza di scrivere un testo, negli ultimi anni  è venuta fuori molto forte, anche come espressione di un certo malessere, di un periodo in cui non mi sentivo molto utile, in cui non capivo bene dove stessi andando… quindi sì, il mood generale del disco è triste: non mi piace fare il maledetto e odio le pose… sto dicendo solo la verità! I testi parlano di come mi sentivo, sono mie riflessioni personali, spesso amare e disilluse sui rapporti, su come ci influenzano e sul significato che attribuiamo loro. Quando parlo di rapporti parlo in generale, non solo di quelli amorosi. Parlo delle relazioni col mondo, con noi stessi, con la nostra soddisfazione… sono temi altrettanto centrali per me.

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Mi ha colpito molto “Nothing But The Truth”, una canzone che mi è piaciuta tantissimo sin dalla prima volta che te l’ho sentita fare dal vivo, quando hai aperto per gli Astronauts a Milano…
Quella è anche l’unica occasione in cui l’ho suonata, in realtà!

Il testo mi sembra particolarmente crudo, ci ho sentito dentro molta rabbia, quasi come in certe canzoni che Leonard Cohen definiva “Hate Songs”, canzoni d’odio…
In realtà si riferisce ai miei genitori, quindi non direi che è una canzone d’odio. Il rapporto coi genitori rimane sempre come un qualcosa di fisso, di molto presente, anche quando cresci e nella vita entrano altre relazioni, altre priorità. I genitori sono sempre una figura che vedi con un rispetto e un’attenzione particolare, il loro giudizio sarà sempre importante per te. I professori, che sono figure comunque autorevoli, dopo un po’ non contano più, invece il rapporto coi genitori mantiene sempre quell’aria di importanza, nel senso che tu ti sentirai comunque sempre il figlio, in loro presenza. La canzone parla di questo: parla di loro, di me, delle aspettative su di me, dei miei insuccessi, di queste cose qui. Di quella canzone mi piace il ritornello quando dice: “E’ strano come amare possa far star male”. E’ un ossimoro: amare fa star male. Tu ami una persona, non la vuoi deludere, quindi ci stai male…

Anche “Florence” è molto interessante, quella ripetizione costante di quella frase “I miss something”…
“Florence” è nata per caso, proprio a Firenze, dove ero andato a trovare mia cugina. Lei tiene in casa un pianoforte, tra l’altro scordato. Un giorno mi ci sono seduto davanti e ho iniziato a strimpellare qualcosa. Non sono un bravo pianista, ma ci ho comunque passato un po’ di tempo e mi è uscita una melodia che è quella dell’intro della canzone. Era una sorta di riff, di loop, che si ripeteva, l’ho registrato sul cellulare. A casa ho iniziato a lavorarci su, l’ho stratificato, ho cominciato ad aggiungerci sopra roba, un po’ come fanno gruppi tipo Mogwai, Explosions in The Sky, che a me piacciono molto. Me la cantavo, avevo anche trovato delle parole che rispecchiavano probabilmente lo stato d’animo di allora. Me la canticchiavo già mentre la suonavo al piano e non mi sembrava che ci volesse nient’altro. Non ho dovuto pensarci molto, è sicuramente una delle canzoni che mi sono venute fuori più velocemente, una delle cose più istintive che si possa immaginare. Il fatto che sia così dipende proprio dalla sua struttura, è un semplice giro che si ripete, non aveva senso metterci una linea melodica che si evolvesse…

A questo punto è venuto il momento del titolo: spiegami bene perché “No Poetry in It”. In che senso “Non c’è poesia”?
La canzone in sé parla di una tossica che incontravo abbastanza spesso ai tempi in cui lavoravo in un coffee shop, mi capitava di portarle da mangiare, ogni tanto. A volte mi sorprendevo a pensare: “Anche lei avrà avuto dei sogni, delle aspirazioni, qualcuno che le voleva bene”. Noi questo tipo di figure siamo abituati a vederle sempre così, come parte di un arredamento, una panchina o un bidone dell’immondizia, invece si tratta di persone, non sono sempre state lì. Poi tutto questo ragionamento si è tramutato in: “ in realtà sono io che sono qui ad immaginarmi tutto questo, a cercare di mettere della poesia in questa situazione, mentre in realtà non c’è poesia, il mondo va avanti comunque e queste cose ci saranno sempre. Quindi ho scritto questa canzone che in realtà non dice molto: parla di lei, di quello che immagino io. Per il disco ho sviluppato un pensiero ulteriore: le cose sono molto soggettive, ciascuno si costruisce la realtà a seconda del proprio vissuto. Cosa vuol dire mettere poesia? Qualunque cosa: crediamo in qualche Dio, ci innamoriamo, tifiamo per una squadra… diamo un valore più elevato alle cose che facciamo perché sentiamo questo bisogno di poesia, di un qualcosa di romantico e ne abbiamo bisogno tutti, non solo quelli che hanno un certo temperamento. In realtà non c’è poesia, sei semplicemente tu che la metti.

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Una domanda un po’ provocatoria, adesso: non è che di questi tempi, con le nuove possibilità offerte dai Social e con questo proliferare di musicisti, c’è il rischio di avere più musicisti che ascoltatori?
Sicuramente c’è inflazione, siamo in tanti, forse troppi. E quando c’è abbondanza di qualcosa, il suo valore inevitabilmente diminuisce. D’altra parte, non si può certo impedire a qualcuno di prendere una chitarra e di scrivere canzoni! Fondamentalmente  sarà il pubblico a scegliere che cosa ascoltare anche se la libertà non è mai totale. Nessuno riuscirà ad ascoltarsi tutto quello che c’è in giro, per forza di cose dovrà operare delle scelte e quelle scelte, inevitabilmente, ricadranno su quelle cinque o sei proposte che vengono maggiormente pubblicizzate. Credo che con gli stimoli che ci sono sia veramente difficile star dietro a tutto. Il mondo cambia e adesso se vuoi fare il musicista la situazione è questa, bisogna accettarlo. Sarà banale dirlo ma io non faccio il musicista per diventare famoso, pubblico anche pochissimi post su facebook, per dire. Faccio musica per il bisogno di farlo, poi è chiaro che se qualcuno vuole ascoltarla e gli piace, a me fa piacere, ma non è quello il mio scopo principale. Non capisco questo incaponirsi sul fatto che la gente non ascolta più: va bene, non ascolta, e quindi? Tu innanzitutto suoni per te, mica per farti ascoltare dagli altri! Non ti piace il mondo musicale per com’è adesso? Cambia! Fai un’altra cosa! Chi ti obbliga a continuare a scrivere canzoni? Il mondo è diverso, escono molti più dischi, ti arrivano da tutto il mondo, se vuoi partecipare la situazione è questa, non si può pretendere di cambiarla!

Resta il fatto che io continuo a pensare che il pubblico italiano sia poco educato all’ascolto e alla scoperta della musica. Tu hai recentemente suonato in Inghilterra, al Birmingham Pop Fest: com’è andata? Hai effettivamente trovato un’attenzione e un interesse maggiore di quanto ti accade qui da noi?
Sinceramente ho avuto solo questa esperienza, non è che abbia fatto chissà  cosa però è vero, non volava una mosca. Certo, non c’era molta gente perché ho suonato alle cinque del pomeriggio, in apertura del festival e si sa che le aperture sono sempre un po’ sfigate. Però è stato bello, soddisfacente, ho avuto il mio spazio, mi hanno fatto suonare e sono stato molto contento che le persone abbiano ascoltato con tanta attenzione… però che campione è, 40 persone su una popolazione di diversi milioni? Certo, sicuramente erano più motivate, perché se vai ad un festival alle cinque del pomeriggio, sapendo che poi ci devi stare fino alle due di notte, chiaramente sei particolarmente interessato. La mia esperienza è stata buona, ma non ne trarrei una regola generale. E’ vero comunque che noi, per una questione culturale, reputiamo la musica come qualcosa di accessorio. E’ girata quella lettera che un padre ha mandato a Renzi, lamentandosi che sua figlia ha suonato in non so che occasione pubblica e tutti se ne fregavano, nessuno l’ha ascoltata. Non so se sia vero, però non mi stupirei se lo fosse, rispecchia perfettamente la situazione. E’ proprio difficile ascoltare, nel senso che è difficile per le persone non essere al centro dell’attenzione: mi capita spesso di suonare e di vedere gente che non la smette di parlare, hanno evidentemente il desiderio di essere loro al centro dell’attenzione! Io non ci vorrei neanche stare, se sono lì è semplicemente per un effetto collaterale del mio suonare dal vivo! Sono andato a sentire The Tallest Man on Earth qualche mese fa e la gente cantava a squarciagola: è un concerto per chitarra e voce, cosa diavolo cantate? Vuol dire che manca la l’attenzione e la competenza per capire che a una cosa così non si può cantare! Se vai a vedere un concerto di Bocelli, cosa fai ti metti a cantare? Se sei a un concerto degli Oasis va bene, cantala “Live Forever”, la canto anch’io! Ma a un concerto per chitarra e voce? Assurdo!

Beh, del resto a noi italiani piacciono tanto i concerti negli stadi per questo motivo. Ci piace far casino, prima ancora che ascoltare musica…
Certamente. Qualche tempo fa sono stato a sentire i Band of Horses all’Hammersmith Apollo di Londra e nessuno cantava in coro. Era pieno, se avessero cantato avrebbero anche creato una bella atmosfera, ma nessuno lo faceva. Poi, sempre a Londra, sono andato a sentire Battiato e invece tutti cantavano: ovviamente erano italiani (ride NDA)!

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