Afterhours @ Market Sound Milano – 14 luglio 2016

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Beppe Brambilla

È indubbio che il maggior motivo di curiosità relativo alla nuova formazione degli Afterhours risieda nel disco. Dal vivo avevano già girato lo scorso anno, durante il tour teatrale denominato “Io so chi sono” e chi li aveva visti ne aveva documentato l’indiscusso valore.
Io però non ci ero stato, fermandomi all’anniversario di “Hai paura del buio?”, il tour di concerti che ne aveva segnato la crisi e il quasi scioglimento.
Sono riusciti ad uscirne in maniera magnifica, devo dire. Io stesso li davo per finiti, ma poi Manuel Agnelli ha reclutato due elementi d’eccezione, come il batterista Fabio Rondanini e il chitarrista Stefano Pilia. Tra i migliori musicisti rock che abbiamo in Italia, lungi dall’essere dei meri session men, hanno ridato linfa vitale ad un gruppo che, diciamocelo, pareva da anni essere avviato ad un inesorabile declino.
Sull’effettiva bontà del nuovo “Folfiri o Folfox” preferisco non entrare, anche perché l’ho già fatto in altra sede. Qui mi limiterò a dire che non mi ha entusiasmato, avendoci visto molti degli stessi difetti che ammorbavano anche i lavori precedenti. Stessi difetti, ma una sincerità maggiore, dovuta sicuramente ad un’urgenza creativa che la recente scomparsa del padre di Manuel ha provocato.
Non hanno fatto un capolavoro, ma qualche momento interessante in effetti c’è, a dimostrazione di una freschezza ritrovata che, se tutto andrà bene, potrebbe anche aiutare le prossime prove in studio.

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Quella di Milano è la seconda data in assoluto di questo nuovo tour. La prima forse, se contiamo che quella di Genova era all’interno di un festival e il gruppo ha suonato qualche canzone in meno di quello che la setlist completa avrebbe previsto.
L’Estathe Market Sound è una location inaugurata lo scorso anno, nella zona dei Mercati Generali, è sufficientemente grande da ospitare eventi di ogni tipo e garantire una tranquilla disponibilità di biglietti.
Gli Afterhours nel capoluogo lombardo sono di casa e quindi non mi stupisco per niente di vedere che il posto è parecchio affollato, molto di più, per dire, rispetto al concerto di D’Angelo dello scorso anno, che uno proprio sconosciuto non è…
Per una volta gli orari forniti dall’ufficio stampa del gruppo vanno arrotondati al difetto e mi ritrovo, per la seconda volta nella mia vita, ad arrivare tardi ad un concerto. Quando risuonano le prime note di “Grande”, il brano che apre il nuovo disco, sto ancora cercando parcheggio e va a finire che mi sento tutti i primi quattro brani da fuori, mentre compio il tragitto per arrivare all’ingresso.
Poco male, in realtà: la resa sonora è decisamente meglio di quella che troverò una volta entrato e questo mi dà la possibilità di notare che il gruppo è veramente in gran spolvero.
Arrivo in vista del palco proprio nel momento in cui, terminata la parentesi del nuovo disco, i sei si lanciano in “Ballata per la mia piccola iena”, per chi scrive il loro brano migliore della fase recente.

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Al di là dei suoni, che effettivamente sono quello che sono, le chitarre spiccano alla grande, con un’interazione magnifica tra il membro storico Xabier Iriondo (che si occupa più dei feedback, delle parti in slide e di quelle soliste) e il nuovo entrato Stefano Pilia, che invece si concentra maggiormente sulle ritmiche. Due musicisti molto diversi, ma che insieme riescono a creare un Wall of Sound come non si era mai sentito nei concerti degli ultimi anni, rafforzato ulteriormente dalla chitarra di Agnelli, elettrica o acustica a seconda dei brani.
Rondanini poi è la consueta macchina a cui siamo abituati e dona a tutti i pezzi un tiro che non sentivamo da un po’.
Peccato solo per il violino di Rodrigo D’Erasmo, che la resa sonora ha un po’ sacrificato durante i brani più “pieni”. A parte ciò, è indubbio che questa sia la migliore formazione che gli Afterhours abbiano mai avuto, almeno da quando li vedo io, perché i racconti dei primi, leggendari tour di “Germi” e “Hai paura del buio?”, hanno sempre parlato di una delle più grandi live band italiane.
Solo la voce non convince appieno, ma ormai non è una novità. Forse, invece di provare a tutti i costi ad urlare e a puntare sulla potenza come ai vecchi tempi, Agnelli potrebbe lavorare di più con i mezzi che ha a disposizione oggi, perché quando non cerca a tutti i costi le note alte la sua prova risulta ancora di ottimo livello.

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La setlist risulta equilibratissima e piuttosto prevedibile, ma non per questo meno gradita. È ormai chiaro che il gruppo milanese non può più essere identificato con i primi tre inarrivabili dischi, e quindi il concerto di questa sera, oltre a presentare le canzoni del nuovo album (di cui comunque non è stato suonato moltissimo), è anche e soprattutto un’occasione per un viaggio all’interno di tutta la carriera del gruppo, attraverso i brani più rappresentativi. Una sorta di Greatest Hits che magari non avrà fatto felici quelli che si aspettavano qualche chicca da intenditori, ma che comunque ha il pregio di fotografare al meglio quel che sono gli Afterhours oggi.
Soprattutto, permette di rivalutare certi lavori che all’epoca avevano convinto meno. Dal mio punto di vista, “Quello che non c’è” è sempre stato un disco debole, ma ascoltando stasera le versioni riarrangiate di “Varanasi Baby” e di “Bungee Jumping” (splendido il muro di feedback nel finale), nonché una tenebrosa versione della title track, suonata quasi in chiusura, mi sono reso conto che si tratta di un lavoro dalle grandi potenzialità, determinato dalla voglia di provare qualcosa di diverso, anche se forse all’epoca, ancora influenzato dalla grandezza dei primi album, non me ne ero accorto.
Dicevo che i brani del nuovo disco non sono numerosi: già Agnelli aveva dichiarato che in questa prima fase ne avrebbero suonati pochi, per poi magari riprodurlo interamente in un secondo momento.

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Ad ogni modo, in questa sede funzionano bene: mi colpiscono “L’odore della giacca di mio padre”, con Manuel alla tastiera, la strumentale “Cetuximab”, qui leggermente dilatata e che, oltre a mettere in evidenza il lavoro chitarristico di Iriondo e Pillia, ha anche illuminato quei tratti dissonanti e sperimentali di cui gli After hanno infarcito il nuovo lavoro.
Su tutte spicca però “Se io fossi il giudice”, ballata di straordinaria intensità, forse la migliore mai composta dal gruppo dai tempi di “Non è per sempre” e che riassume perfettamente il senso di tutto il disco, dell’itinerario emotivo che l’ha generato (“Ognuno ha un modo di abbracciare il mondo, il modo che ho è soffrire fino in fondo”).
Non male anche “Padania”, title track di quello che reputo il disco peggiore della band, che però sembra già essere diventato un classico e che in effetti è meglio del resto. La stessa cosa la si può dire per “Costruire per distruggere”, con Xabier Iriondo alla tromba a disegnare un’atmosfera da jazz allucinato.
A parte “Male di miele”, che arriva piuttosto presto, i brani più vecchi vengono tutti lasciati per i bis, che sono divisi in due tranche e hanno una durata consistente.

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Si parte con “La verità che ricordavo”, con Manuel senza chitarra che agita il microfono e fa cantare il pubblico, poi una versione potentissima e accelerata di “Strategie” e quindi la vera sorpresa di questa sera: il gruppo lascia il palco e rimane solo il cantante, che imbraccia una chitarra acustica ed esegue “Pop (una canzone pop)”, un brano che non si sentiva da tantissimo ed il cui testo (sul fatto che certe canzoni sono in grado di ucciderti l’anima) a detta sua, è stato veramente compreso solamente adesso.
Poi ovviamente “Non è per sempre”, che scatena giustamente il karaoke collettivo, e “Bianca”, un brano che dovrebbe esserci sempre e che invece negli ultimi anni è stato un po’ trascurato.
Si chiude con una energica e a tratti psichedelica “Bye Bye Bombay” ed è il sigillo definitivo ad un concerto quasi perfetto.
Se aggiungiamo che lo stesso Manuel si è dimostrato più loquace e simpatico del solito (ironizzando addirittura sul fatto che ha un carattere di merda!) possiamo forse concludere che gli Afterhours del 2016 hanno raggiunto la miglior dimensione possibile  e che saranno in grado di esprimere ancora parecchie cose in futuro.
E questo, lasciatemelo dire, è molto più importante di qualsiasi dibattito su X Factor e sul suo nuovo giudice…

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Un pensiero riguardo “Afterhours @ Market Sound Milano – 14 luglio 2016

    […] ero stato a vederli a Milano, in una delle primissime date del loro tour estivo e ne avevo ricavato impressioni largamente positive. Adesso, dopo qualche mese di pausa per permettere a Manuel Agnelli di registrare X Factor […]

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