Iosonouncane @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – 07 settembre 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di  Andrea Caristo

Un salto di queste proporzioni da “La Macarena su Roma” a “Die” non se lo aspettava nessuno. Jacopo Incani sembrava semplicemente una promessa del rock alternativo, un cantautore che giocava con l’elettronica, sperimentava con le melodie e aveva un modo tutto suo, tra il caustico e il disincantato, di raccontare l’Italia degli anni duemila.

Ma che se ne uscisse con un capolavoro del genere, come quello che è stato il suo secondo disco, davvero ha sorpreso tutti. Cinque anni sono tanti (ma forse dovrebbe anche essere il tempo minimo, se vuoi fare le cose per bene) e in cinque anni il giovane artista sardo è riuscito a stravolgere completamente le carte.

“Die” è stato uno dei dischi italiani più apprezzati del 2015, ne hanno scritto tutti benissimo, le vendite sono andate bene (per quanto possano andare bene in questo frangente storico) e hanno portato pure alla ristampa del primo lavoro. I concerti si sono susseguiti a pieno ritmo e in generale Iosonouncane è diventato, nel giro di pochi mesi, uno degli artisti di punta del nostro panorama indie.

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Il tutto senza avere dalla sua una proposta densa di appeal commerciale. La riprova ulteriore, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che bisogna piantarla di piangersi addosso: quando uno è bravo arriva, non importa quanto la sua musica sia sofisticata ed ostica ai palati poco esperti.

Ulteriore dato significativo: il Carroponte, che non è proprio un posto piccolo, risulta decisamente pieno, per una delle ultime date di questo tour.

Un tour che, dopo il giro dello scorso anno che lo aveva visto aiutarsi solo con basi preregistrate, questa volta vede l’utilizzo di una vera e propria band di quattro elementi, corista compresa, l’ideale per gustarsi anche dal vivo un disco complesso e sfaccettato come questo.

Me lo ero perso al Miami questa primavera, sono ben contento di poter rimediare adesso.

L’entrata dei cinque è preceduta da una ventina di minuti di quel che sembra musica popolare sarda, non proprio fruibile ma utile per immergersi nel contesto dello show.

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Si inizia con “Tanca” e si capisce subito qual è l’intenzione di questo live: Jacopo alla chitarra (ora elettrica, ora acustica) e ai campionamenti vari. Simone Cavini alla batteria, spesso affiancato da Francesco Bolognini (che si occupa anche di tutta la componente elettronica del caso). Le tastiere e i sintetizzatori sono affidati ad Andrea Rovacchi, mentre Serena Locci si occupa dei cori e risulta particolarmente utile nel riempire con tappeti vocali le varie melodie di Jacopo.

Il risultato è chiaro: ancora tanta elettronica (del resto le canzoni di entrambi i dischi ne sono piene) ma anche parecchia roba suonata, in un’interazione a parti uguali che risulta davvero godibile.

I pezzi vengono dilatati: accordi prolungati all’infinito, rumori e feedback tra una sezione e l’altra, dove l’evocazione di una particolare atmosfera conta di più di quello che si sta effettivamente suonando. Può sembrarne penalizzata la forma canzone, ma solo se non si tiene costantemente fissa l’attenzione su ciò che sta avvenendo: a quel punto si scopre che i pezzi ci sono ancora ma che sono stati notevolmente riarrangiati, modificando quei passaggi che hanno maggiormente beneficiato dell’utilizzo degli strumenti.

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“Die” viene suonato per intero ma non in sequenza (sarebbe stato meglio, visto che si tratta, di fatto, di un’unica canzone da 38 minuti) e intervallato da qualche brano del disco precedente.

Qui si vedono i maggiori benefici della band: canzoni stravolte, assimilate nelle atmosfere a quelle del secondo disco, e una resa molto, ma molto migliore rispetto alle versioni in studio.

Dopo una serrata “Summer on a spiaggia affollata”, tenuta su da un ritmo di chitarra incalzante molto a la Depeche Mode, è il turno di una strepitosa “La Macarena su Roma”, che è probabilmente l’esempio migliore di che cosa voglia dire rileggere un pezzo. Gran lavoro di percussioni, la chitarra disegna una marcia inquietante e ossessiva, sullo sfondo gli stessi campionamenti della versione in studio, per la maggior parte spezzoni di programmi televisivi, montati in modo tale da mostrare tutta l’idiozia e la superficialità di questo Terzo millennio.

È un’invettiva scura e disturbante, sul modello del Gaber di “Anni affollati”, quella contenuta in questa canzone: siamo tutti omologati, ammorbati da intrattenimenti da due soldi, mentre chi ha capito ci guarda dall’alto, beandosi della nostra ignoranza. C’è un monologo, a metà brano, in cui tutto questo viene esplicitato ed è buffo (ed anche un po’ inquietante) vedere che quando Jacopo nomina “Un posto al sole” o allude a “Ciao Darwin”, la gente rida mentre invece, (almeno per come l’ho inteso io) il senso di questo pezzo è molto più angosciante di quel che potrebbe sembrare a prima vista.

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Arriva anche una meravigliosa “Il corpo del reato” e Jacopo solo sul palco con la sua chitarra acustica provoca un mezzo boato quando accenna a “Diluvio” dei Verdena (brano che ha interpretato nello split Ep appena uscito), solo un breve accenno prima di buttarsi nel pezzo. C’era Alberto Ferrari, tra il pubblico, in compagnia dei due figli piccoli e forse in molti avrebbero sperato in un duetto che sarebbe però stato piuttosto improbabile.

Nel finale, “Stormi” si rivela per quella hit che è, una perfetta fusione del cantautorato alla Battisti con elementi progressivi, etnici ed elettronici. Un brano al limite della perfezione che non a caso ha il potere di risvegliare anche chi si era eclissato nelle sue faccende, probabilmente annoiato dai momenti più ostici del concerto.

Che cosa ci sarà nel futuro di Iosonouncane non lo sappiamo e per ora non ci interessa. Di sicuro c’è che un cambiamento così grande tra un disco e l’altro, stile di scrittura dei testi compreso, non è da tutti e che, quando accade, vuol dire che siamo di fronte a qualcuno di veramente talentuoso.

Speriamo passino meno di cinque anni anche se, a dirla tutta, è giusto che si prenda il maggior tempo possibile, per darci un disco del livello di “Die”.

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