Nothing • Fear Of Men @ Ohibò, Milano – 2 Ottobre 2016 [opening: Edless]

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefano Brambilla*

Che la sofferenza sia la condizione migliore per accostarsi al processo creativo è cosa risaputa, ma ogni volta che ti capitano davanti persone vere, ti accorgi che un conto è saperlo in teoria, un altro è vederlo di persona.
La storia di Domenic Palermo la conoscevo già, di come abbia passato qualche anno in prigione per tentato omicidio e di come, una volta libero, abbia chiamato dei cari amici musicisti per fondare una band, i Nothing, appunto.

Che hanno il nome che hanno mica per niente e dei quali sono usciti due dischi che si intitolano uno “Guilty of Everything” e l’altro “Tired of Tomorrow”.
Un messaggio fin troppo chiaro, a ben vedere, ma sarebbe sbagliato vedervi solo rabbia e disperazione. Quelle ci sono, ovviamente: i testi del sophomore trasudano frustrazione, nichilismo, disillusione. La sensazione che “tutto ciò che abbiamo è vuoto dentro”, per parafrasare un verso della title track, oppure l’idea, vagamente stoica, che la vita sia una lotta continua da portare avanti da soli e che affidarsi, chiedere aiuto, sia una debolezza imperdonabile (“Il tuo dolore era vuoto, ma vedo che è ancora pesante. Inginocchiarsi e pregare sono la stessa cosa: stai solo mendicando e questo è un peccato”. Lo dice in “Everyone is Happy” e non potrebbe essere più esplicito).

Poi però li guardi sul palco, distrutti dopo 24 date consecutive, a malapena capaci di mettere insieme due parole di fila (il chitarrista Brandon Setta, a quanto ha detto Domenic sul palco, era pure malato, ma in ogni caso neanche il leader del gruppo sembrava particolarmente in forma), eppure contenti di essere lì, li vedi rivolgere parole di gratitudine al pubblico, ricordare la loro prima data italiana di qualche anno prima, ironizzare sul caldo terribile e sulle zanzare, distribuire bottigliette d’acqua alle prime file, e allora ti dici che in fondo in fondo non può essere tutto qui.

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Per Palermo questa band non rappresenta solo un grido di sfida al mondo e neppure un modo per sottolineare le asprezze della vita. Questa band è soprattutto il suo modo per andare avanti, per dire a gran voce che dopo il carcere c’è un futuro, si può ricominciare. È stata una necessità, quasi, fondare questo gruppo; lo ha detto lui nelle interviste, ma te ne accorgi quando lo vedi sul palco. Potrà anche dichiarare di essere stanco del domani ma a vederlo diresti invece che ha proprio voglia di goderselo.

E poi suonano, eccome se suonano. A dispetto della stanchezza dichiarata, il loro wall of sound investe il pubblico come una colata di vapore incandescente. Non ci sono pause, se non quelle tra un pezzo e l’altro, non si respira mai. È un unico assalto frontale a volumi altissimi, dove i brani di “Tired of Tomorrow” sono presentati in versione molto più robusta rispetto a quella in studio, con le chitarre altissime a costruire pareti invalicabili. È Shoegaze, certo, ma le linee vocali, che Palermo e Setta si dividono con grande affiatamento, mostrano aperture e sprazzi di luce che raramente si ritrovano in questo genere.

Non sono canzoni cupe, disperate. Semmai si può dire che siano tristi, malinconiche, ma c’è una delicatezza, nel modo in cui Domenic racconta le sue sensazioni, che stride in maniera meravigliosa col fragore sonoro che ci assale. Avrebbero potuto suonarle anche in versione acustica e sarebbero state valorizzate comunque, per dire.

Ci sono anche alcuni episodi del primo disco, tra cui la veloce e a tratti punkeggiante “Dig” ma la differenza col nuovo repertorio è abissale: “Guilty of Everything” era un lavoro gradevole e interessante, che ci ha rivelato una band di sicure speranze. “Tired of Tomorrow” ha mantenuto queste aspettative, rivelando una crescita compositiva esponenziale e piazzandosi con facilità tra i migliori dieci dischi usciti quest’anno.

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La serata, una delle migliori mai organizzata dai ragazzi della Sherpa Live, era cominciata con gli Edless e già questa era stata una garanzia.
Ne ho parlato in lungo e in largo prima dell’estate, quando li ho intervistati in occasione della loro vittoria al Pending Lips, momento in cui hanno cominciato a farsi conoscere in giro.

Sono giovanissimi, ma hanno già una maturità compositiva invidiabile: un songwriting che parte dai Radiohead allargandosi poi a coprire diversi territori, mantenendo sempre ben fissa l’interazione tra parti elettriche e pattern elettronici. Il loro ep d’esordio “Belotus” è un gioiellino di rara bellezza, tanto sofisticato quanto ricco di scintillio pop rock.
Dal vivo conquistano sia per l’impatto complessivo (a tratti decisamente irresistibile), sia per delle soluzioni di arrangiamento e di costruzione dei pezzi che lasciano stupiti, per come sembrano propri di una realtà più navigata.

Di strada da fare ne hanno ancora molta ma sembrano in grado di poter arrivare lontano, anche perché il pezzo inedito che hanno infilato dentro a metà set prometteva davvero molto bene.

Certo, nascendo in Italia partono svantaggiati, ma chissà mai che non possiamo assistere a qualche bella sorpresa.

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“Quando la terra trema sotto di noi, carne e ossa non sono abbastanza”. Inizia così, con la sognante “Island”, lo show dei britannici Fear Of Men. Vengono da Brighton, la città che ha adottato Nick Cave e che è celebre per le scogliere che i Queen cantarono in uno dei loro primi brani.

Adesso però avevano una data in Austria, si sono fatti chilometri di coda e arrivano al pelo, giusto qualche minuto prima di iniziare a suonare.

Fanno un rapidissimo line check, e qui bisogna davvero fare un applauso infinito ad organizzatori e fonici, per non avere praticamente accumulato ritardi, nonostante questo contrattempo non indifferente. Per una volta anche un concerto italiano è stato professionale come quelli che si svolgono in paesi più evoluti musicalmente. Solo i suoni non sono perfetti, ma viste le condizioni di partenza, direi che non c’è da lamentarsi.

Il terzetto (ma sul palco sono in quattro, visto che c’è anche la tastierista/bassista Helen Brown), fresco autore del secondo disco “Fall Forever”, è stato aggiunto alla bill solo di recente ma è stata una di quelle decisioni che forse potrebbe essersi rivelata decisiva nel portare un po’ di persone in più.

Gli inglesi sono infatti già una band di culto e dalle nostre parti hanno sempre avuto un certo numero di estimatori.
Sul palco sono trascinati dal carisma di Jessica Weiss, una frontman non dotatissima dal punto di vista canoro (diciamo che non sembra avere molti registri a sua disposizione) ma molto espressiva e decisamente affascinante dal punto di vista estetico.
La sua performance è magnetica e gli altri tre le vanno dietro alla grande, soprattutto il batterista Michael Miles (un drumming molto personale e atipico il suo). In generale il loro show risulta più convincente e dinamico rispetto alla prova offerta in studio.

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Il loro Dream Pop ora scuro, ora più luminoso ma sempre particolarmente rarefatto, non è quello dei grandi esponenti del genere (leggi Beach House, ma pure Daughter, giusto per rimanere in tema di band con voce femminile) però risulta lo stesso affascinante. Se riusciranno a variare di più la formula di scrittura, potranno fare senza problemi un salto di qualità.

All’uscita, scambio due parole con Jessica, che si dice davvero contenta del concerto, nonostante gli inconvenienti tecnici. In particolare, mi racconta che si è stupita di trovare il pubblico così silenzioso e attento durante il loro set.
In effetti ha ragione: c’erano più di duecento persone nell’angusto spazio dell’Ohibò, il caldo era a tratti intollerabile, ma l’attenzione non è mai calata e, cosa ancor più importante, i telefonini non hanno giocato un ruolo così preponderante.

Coi Nothing la situazione sarà anche meglio e l’entusiasmo e la partecipazione dei presenti si toccherà con mano.
Non c’è che dire: è stato un successo. Uno di quei concerti che ti fa quasi credere che l’Italia possa un giorno arrivare a giocare un ruolo di primo piano nel mondo musicale.
Prima di andare a casa, incrocio un disorientato Brandon Setta, che si aggira nel cortile del locale con aria stanca ma anche piuttosto compiaciuta. Lo saluto, lo ringrazio e scambiamo qualche battuta sul fatto che avrei recensito il concerto: “Potresti scrivere che abbiamo fatto cagare  – mi dice ridendo – Pensa che roba, se scrivessi una cosa del tipo: Questa band ha fatto proprio cagare!”.
No, caro Brandon, non avete fatto cagare per nulla. È stato un concerto memorabile e “Tired of Tomorrow rimane un disco importante, che verrà ricordato a lungo. Giusto per ribadire che cosa può fare la sofferenza al processo creativo.

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*Photos:
[1] [2] [3] [6] [7] [8] [9] [10] Nothing by Stefano Brambilla
[4] Edless by Matteo Bonvini
[5] Fear Of Men by Stefano Brambilla

 

 

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