Lisa Hannigan @ Fabrique, Milano – 30 ottobre 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, immagini di Luca Bertoni 

At Swim”, il terzo disco di Lisa Hannigan, è uscito ad agosto e si potrebbe forse candidare tra i più belli di quest’anno. Sono lontani i tempi in cui la ragazza irlandese duettava con Damien Rice e scopriva lentamente il suo talento, acquisendo un’identità che ha poi saputo modellare piano piano, affrancandosi dal suo mentore e lavorando sulle sue canzoni.
Un legame artistico che è poi diventato anche affettivo, è finito, ha lasciato le sue cicatrici, che hanno richiesto il dovuto tempo per essere rimarginate.


Lei nel frattempo è andata avanti. Ha registrato un disco bellissimo e fresco come “Passenger”, portando il cantautorato irlandese a livelli che così alti si erano visti raramente. È stata in tour da sola, poi ha affiancato Glen Hansard nei concerti a supporto di “Rythm and Repose”, quindi è stata colta da un blocco creativo piuttosto serio, dal quale l’ha salvata il talento multiforme di Aaron Dessner, una delle anime musicali dei The National, che le ha prodotto le nuove canzoni e l’ha trasportata verso una nuova fase del suo percorso.

Ne è uscito un disco più cupo, forse, ma anche più maturo, più riflessivo, dove l’elettronica minimale spesso utilizzata dalla band dell’Ohio ha saputo vestire discretamente canzoni che sanno spaziare in lungo e in largo verso ogni ramo della musica anglosassone, senza che le si possa ormai ricondurre a quel new Folk che fa impazzire i ragazzini, ma che ultimamente sembra aver mostrato tutti i suoi limiti creativi.

Il Fabrique non è forse il locale più adatto per ospitare Lisa e i suoi musicisti: troppo ampio, troppo freddo, troppo dispersivo, più adatto a grandi band rock, ad una dimensione più “rumorosa” e istintiva della musica.
Sorprende e aggrada quindi la decisione degli organizzatori di sistemare delle sedie in platea, restringendo lo spazio dedicato all’evento e allo stesso tempo rendendo il luogo più intimo, in linea con una proposta di questo tipo.

In apertura c’è Heather Woods Broderick, una ragazza dell’Oregon che i più attenti ricorderanno per aver recentemente accompagnato in tour Sharon Van Etten e Damien Jurado anche nei loro recenti passaggi italiani.
Ha registrato tre dischi di cui l’ultimo, “Glitter”, è dello scorso anno. Sul palco è da sola, in compagnia di una Gibson modello “diavoletto” (molto inusuale per il suo repertorio), mentre un paio di pezzi li suona seduta alle tastiere.

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Repertorio molto raffinato, crepuscolare, con una voce soffusa e affascinante, e linee melodiche sempre ben efficaci e costruite. Molto diversa dalla Hannigan, siamo più dalle parti di una Agnes Obel, giusto per capire. La personalità non le manca e il suo show ci ha fornito quell’interesse necessario per andare a ripescare i suoi lavori in studio.

Poco dopo le 22, con qualche minuto di anticipo sull’orario d’inizio pubblicizzato, Lisa Hannigan si presenta da sola sul palco, molto sobria nel suo vestito nero, prende una chitarra classica dalle mani del suo tecnico e senza troppi indugi attacca “Little Bird”, uno dei suoi brani più celebri.
Stupisce come sempre la naturalezza e la facilità di esecuzione, la gioia, si può dire proprio così, con cui si esibisce e desidera condividere le sue canzoni col pubblico.

La band sale sul palco subito dopo e attacca una dolce e soffusa versione di “Ora”, dall’ultimo disco.
I musicisti sono tutti irlandesi e la formazione è inusuale: c’è una batteria, un contrabbasso (che in qualche canzone si alterna col basso) e una tastiera. Niente chitarra fissa, anche se la Broderick raggiungerà i quattro dopo qualche brano e rimarrà con loro fino alla fine; suonerà sia le tastiere che la chitarra dimostrandosi efficace soprattutto nelle seconde voci, permettendo così la riproduzione di quegli intrecci vocali che erano una delle cose più belle di tutto il disco.

La stessa Lisa, così brillantemente coperta dai suoi musicisti, può dedicarsi maggiormente all’esecuzione vocale: sono infatti molti i brani che canta senza accompagnarsi ad uno strumento, anche se nel corso dello show utilizzerà via via la chitarra, l’ukulele, il banjo e l’harmonium.
L’effetto generale è davvero suggestivo: l’impianto ha poco di rock ed ha molto più a che fare con la musica da camera.

I brani di “At Swim” (che viene eseguito praticamente per intero) ne escono ulteriormente valorizzati, ed è anche bello notare come grazie ad un sapiente lavoro di sezione ritmica, alcuni episodi acquistino un tiro che mancava nella versione originale (“Undertow” e “Falling”, da questo punto di vista, risultano tra i  momenti migliori del concerto).

È però anche un disco cupo, per certi versi, la morte fa più volte capolino, è un lavoro che sembra parlare di abbandono, ma anche di faticosa rinascita. E allora non stupisce che episodi come “Prayer for The Dying” o “We, The Drowned”, vadano a prendersi un ruolo da protagonisti nella setlist; brani quasi elegiaci, rendono il Fabrique pieno di una tensione palpabile; brani che forse più di ogni altro, sanno definire davvero chi è Lisa Hannigan oggi.

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Tra i vecchi pezzi ha colpito sicuramente “O Sleep”, con la “Broderick” che è andata a sostituire la voce maschile dell’originale, e poi una “Passenger” molto frizzante, eseguita in solitaria; ancora, i classici “Lille” e “Knots” (anche qui una delle più dirompenti dal punto di vista ritmico, un episodio dove anche le sonorità elettriche hanno fatto maggiormente capolino).

Nel finale, una movimentata versione di “What’ll Do”, regalo inatteso ai fan italiani perché a quanto pare non era mai stata eseguita in questo tour. Atmosfera di festa, col pubblico che batte le mani, un tocco di Irlanda da pub in un contesto in cui la dimensione dell’ascolto e del raccoglimento ha dominato maggiormente.

Gli immancabili bis sono aperti da una strepitosa esecuzione a cappella e a tre voci di “Anahorish”, la poesia di Seamus Heaney che la Hannigan ha musicato e inserito nel disco. Veramente da brividi l’intensità dell’interpretazione e la perfezione dell’impasto vocale, probabilmente il momento più alto di tutto il concerto.

Poi, ancora disco nuovo con “Barton”, prima del finale superlativo di “A Sail”, una delle sue canzoni che amo di più, forse quella più rock nell’impianto generale. Ancora una volta il clima si fa disteso e non potrebbe esserci modo migliore per salutarci.

“Grazie di essere venuti, è meraviglioso essere qui a Milano, ed è bello che siate così in tanti anche se è domenica sera”. Dice pressappoco così, Lisa, ed è davvero incredibile vederla così, emozionata come una ragazzina, senza nessuna aria da rockstar, semplicemente a godere nel fare quel che ama di più.

Un gran concerto, la conferma del valore di un’artista che ora, parendo aver superato l’impasse, potrà proseguire il suo cammino e raggiungere i lidi di una nuova crescita.

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