Old Fashioned Lover Boy – La nostra vita sarà fatta di cose semplici – l’intervista

Postato il Aggiornato il

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Intervista di Luca Franceschini

Avevamo già parlato di Alessandro Panzeri e del suo progetto Old Fashioned Lover Boy, giunto con Our Life Will Be Made of Simple Things al secondo capitolo discografico. Un disco genuino e piacevole, dove Alessandro è riuscito a mettere dentro dosi abbondanti della propria vita e della propria visione artistica, ma lo ha fatto con leggerezza e totale spontaneità, facendoci capire che ciò che è importante può essere trattato col sorriso e con quella piacevolezza tipica di chi sa di avere molte cose da dire, però che allo stesso tempo non vuole oscurare nessuno con la sua presenza.
È un disco che, assieme ad altri prodotti pregevoli, come le ultime uscite dei Green Like a July o, più recentemente, degli Any Other, fa capire che c’è una via al Folk italiano che guarda senza dubbio ai modelli americani, ma che è anche capace di fare le cose alla propria maniera.

Il 21 dicembre, dopo aver suonato in lungo e in largo per la penisola, Alessandro e la sua band sono finalmente approdati a Milano.

Nella piacevole e importante cornice del Serraglio, hanno presentato il loro lavoro mettendo in scena uno spettacolo che, più che un concerto, è sembrata una festa tra amici. Amici sul palco (i musicisti che da sempre suonano con lui e il cui affiatamento è evidente ad ogni minuto, i numerosi ospiti intervenuti tra una canzone e l’altra; gente che ha contribuito al disco in vari modi, ma anche gente che da anni collabora con Alessandro in progetti paralleli) e amici giù dal palco, vista l’atmosfera famigliare che si respirava.
Non molta gente purtroppo (complice il freddo pungente e il giorno infrasettimanale a ridosso delle feste, oltre che una cronica indifferenza italiana per quanto riguarda la musica dal vivo), ma poco importa perché chi c’era ha potuto godere di un concerto piacevole e coinvolgente, dove si sono ascoltati tutti i brani del nuovo disco più una buona parte di quelli vecchi, compresa una “Burn Burn” che pare essere ormai diventata la preferita dai fan.
Molto validi anche gli arrangiamenti, complice una band ormai rodata, che ha saputo dare nuova vita anche ai pezzi del lavoro precedente.

Qualche giorno dopo, abbiamo raggiunto Alessandro per scambiare quattro chiacchiere su questa serata e in generale sul suo progetto e sulle soddisfazioni che gli sta dando. In attesa di vederlo ancora sui palchi della nostra zona…

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Ciao Alessandro! Allora, sei soddisfatto del concerto? Che impressioni hai ricavato da questa serata?
Sono assolutamente soddisfatto – suonare su un palco come quello del Serraglio era una prova importante – Ho trovato un pubblico attento e partecipe… è stata proprio una bella festa!

Da un po’ di tempo stai suonando con una band e io personalmente ti vedevo in questa veste per la prima volta. Eppure, quando ho avuto occasione di vederti esibire da solo, ho notato che anche in quella versione rendi tantissimo. Anzi, se devo essere sincero, forse addirittura di più. Che cosa ti ha spinto a suonare con altri musicisti? Che differenza c’è con l’esibirsi in acustico? Pensi in futuro di poter mettere insieme uno spettacolo doppio, con un set elettrico e uno acustico?
Porto sempre avanti entrambi i set, quello in solo e quello in elettrico. L’esigenza di avere un set elettrico è nata in funzione del tour di questo nuovo disco, che è molto più suonato rispetto al primo. Ma nel 2017 riprenderanno anche le date in solo… si tratta di una dimensione che mi ha dato tanto e che di certo non ho intenzione di abbandonare.

Come ho scritto nella mia recensione, questo tuo secondo disco è molto bello, ma è in qualche modo meno coraggioso del primo, in termini di scrittura e arrangiamenti… immagino tu non sia d’accordo, però volevo comunque il tuo parere a riguardo. Cosa è cambiato rispetto a “The Iceberg Theory”? Quali sono i fattori e gli avvenimenti che ti hanno portato a “OLWMOST”?
Credo che questo disco sia molto più coraggioso del primo. “The Iceberg Theory” era più spontaneo. Era un disco finito su un supporto senza quel fine iniziale, e per questo motivo un lavoro che conservava una sorta di improvvisazione, quasi di incompletezza che poi ne hanno fatto i punti di forza. “OLWBMOST” è il primo lavoro al quale mi sono approcciato, sotto OFLB, con la reale consapevolezza di pubblicarlo. Il coraggio di questo lavoro, a mio parere, sta proprio nell’aver cercato di tenere salda la mia essenza, (la semplicità – la naturalezza – la melodia) senza aver paura di affrontare sane e divertenti commistioni con la musica Soul o la New Wave. L’altro grande atto di coraggio è stato quello di affidare la produzione artistica nelle mani di una persona esterna, Marco Giudici (Any Other, Assyrians), che ha svolto a pieno le vesti di produttore.

Hai scelto di accasarti presso la Ghost Records, dopo essere stato “lanciato” dalla Costello’s. Cosa ti ha spinto a questa decisione? In realtà c’è anche una continuità, visto che la collaborazione con Sangue Disken rimane…
La scelta iniziale è stata quella di proseguire il discorso, a prescindere, con Sangue Disken che oltre ad aver stampato le copie del mio primo disco, ha anche giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo di tutta l’immagine ed il mood di OFLB, sin dall’inizio.
Costello’s ha avuto il merito di credere in questo progetto prima di altri, e per questo li ringrazio, ma dopo il primo disco le nostre strade si sono separate. Io e Barnaba (Sangue Disken) abbiamo poi deciso di aprirci alla collaborazione con Ghost Records, per quello che ha rappresentato nella scena musicale italiana degli ultimi 20 anni e per il team proposto, che prevedeva anche Ja-La all’ufficio stampa.

Hai suonato in lungo e in largo per l’Italia, cosa non scontata per un artista piccolo come te. A cosa è dovuto questo successo, secondo te?
Onestamente non lo so, di sicuro è un bene. Fin da subito OFLB è un progetto che ha avuto molto riscontro tra i promoter. Dopo tantissime date da solo, adesso c’è anche Asap Arts che mi supporta nell’organizzazione del tour. In ogni caso più che di successo parlerei di disponibilità a farmi suonare… il successo proviamo a conquistarcelo data dopo data, portando a casa consensi e sorrisi… e vendendo i dischi!

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Tu sei di Napoli, ma da un po’ vivi a Milano. Che differenza vedi tra le due città, sia in termini di vita quotidiana che di scena musicale?
Ho vissuto a Napoli fino a 29 anni. Napoli l’ho vissuta sia da musicista che da promoter, per cui conosco molto bene le dinamiche… in questo ultimo periodo, ormai da esterno, ho notato un grande risveglio sia nei club che nella partecipazione del pubblico… e questo è molto importante.
La principale differenza è probabilmente la maggiore apertura che si respira a Milano verso una superiore eterogeneità di generi.
A Napoli quasi tutte le band viaggiano lungo un’unica direzione artistica, e questo, se da una parte consolida una scena, dall’altra crea poche occasioni di confronto con altri generi.
Credo che questo dipenda soprattutto dalla enorme possibilità che una città come Milano ha di ospitare quasi ogni giorno progetti stranieri.

Te la butto lì, un po’ provocatoriamente: in Italia ci sono un sacco di concerti, ma iniziano tutti tardissimo (anche in settimana) e c’è sempre meno gente che ci va… Che ne pensi? Tieni conto che le due cose non sono necessariamente collegate, sono di fatto due fenomeni che vedo da anni e che mi infastidiscono molto…
Beh, questa estate ho suonato in Giappone e lì i concerti addirittura iniziano al pomeriggio, per terminare prima di cena.
Credo che sia prima di tutto un problema culturale… molti posti iniziano ad organizzare concerti ad orario aperitivo, in acustico mi è capitato spesso di farne… in elettrico è sicuramente più difficile… ci arriveremo tra un bel po’ di anni.

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